a cura di Franz Krauspenhaar
Dieci domande secche (o delle 100 pistole) a scrittori e poeti italiani. Sempre le stesse domande per tutti, non si scappa. Scrittori e poeti giovani e meno giovani, famosi e poco conosciuti. Domande provocatorie (forse) sulla vocazione letteraria. Uno spaccato, un ritratto, un modo di vederci più chiaro, uno spunto per approfondire una conoscenza. Uomini e donne che fanno della loro vita un romanzo non solo da continuare a vivere ma anche da continuare a scrivere. O sotto altre forme della scrittura, come la poesia. Un modo per essere al mondo ed esprimere non solo se stessi ma proprio questo mondo che noi siamo e allo stesso tempo ci contiene.
Sei uno scrittore. Chi te lo fa fare?
Se ti riferisci alla professione, non sono uno scrittore. Per vivere faccio altro. La scrittura non mi dà da vivere. La scrittura mi fa vivere. Senza civetteria, permettimi di citare La lettera ad un giovane poeta di Rilke. No, non posso vivere senza la scrittura, quella mia e quella degli altri. Principalmente quella degli altri. Solo chi legge può scrivere veramente. Ed io, come Borges, sono più orgoglioso delle cose che ho letto che di quelle che ho scritto.
Amori e odi letterari. Per favore alla voce odi non citare solo gente defunta.
Per gli amori è facile: Kafka e Stendhal; Conrad e Melville; Sciascia e Pasolini. Per la poesia: Giovanni Giudici e Bartolo Cattafi.
Per gli odi è più difficile. L’odio è un sentimento troppo impegnativo. Direi che non mi piacciono i grandi professionisti che si danno alla letteratura, i medici, i giudici, gli avvocati, gli artisti, gli sportivi. In genere, scrivono best-sellers, vincono premi importanti e qualcuno diventa pure deputato. Mi domando dove trovino il tempo per scrivere e soprattutto per leggere. Mi piace coltivare il mito comodo dell’artista che nella vita privata è un “ inetto”. Viceversa non vorrei affatto essere giudicato da Dostoevskij o curato da Edgar Allan Poe. Continua a leggere





