Leggo e scrivo poesia da almeno quarant’anni. Ho condotto un laboratorio di lettura di poesia italiana contemporanea per venti. Gestisco Blanc de ta nuque dal 2006 e, fino al 2016, ho scritto quasi una recensione alla settimana di libri di poesia appena usciti. Ho scritto anche alcuni saggi; l’ultimo, il più completo, s’intitola La lingua visitata dalla neve. Scrivere poesia oggi (Aracne, 2019, pp. 450). Posso dunque dire di praticare la materia con una certa regolare continuità, frequentando poeti d’ogni ordine e grado. Che cosa ho compreso? Niente di nuovo: i poeti sono persone difficili, a volte generose, spesso permalose; e ho capito la difficoltà che hanno gli aspiranti poeti nel comprendere che non si può scrivere senza conoscere le opere degli altri contemporanei e quelle della tradizione. Si è sempre allievi di un’area del poetico: dev’essere chiaro di quali e quanti sforzi si è fatto per liberarsene. Mi stupisco sempre quando qualcuno non ha la minima idea del canone secondo-novecentesco, e, di conseguenza, non si rende conto di scrivere come un epigono degli autori che viaggiavano in carrozza e pensavano che le donne non avessero diritto al voto né la libertà di parola. E mi stupisco che non capiscano che la rima fiore /amore è davvero difficile da fare. E che il canto non possa più essere cristallino, a meno di non essere davvero fanciulli, come Penna, oppure maledetti, come Simone Cattaneo, per esempio. Continua a leggere







