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La parola ai poeti. Stefano Guglielmin

 

Leggo e scrivo poesia da almeno quarant’anni. Ho condotto un laboratorio di lettura di poesia italiana contemporanea per venti. Gestisco Blanc de ta nuque dal 2006 e, fino al 2016, ho scritto quasi una recensione alla settimana di libri di poesia appena usciti. Ho scritto anche alcuni saggi; l’ultimo, il più completo, s’intitola La lingua visitata dalla neve. Scrivere poesia oggi (Aracne, 2019, pp. 450). Posso dunque dire di praticare la materia con una certa regolare continuità, frequentando poeti d’ogni ordine e grado. Che cosa ho compreso? Niente di nuovo: i poeti sono persone difficili, a volte generose, spesso permalose; e ho capito la difficoltà che hanno gli aspiranti poeti nel comprendere che non si può scrivere senza conoscere le opere degli altri contemporanei e quelle della tradizione. Si è sempre allievi di un’area del poetico: dev’essere chiaro di quali e quanti sforzi si è fatto per liberarsene. Mi stupisco sempre quando qualcuno non ha la minima idea del canone secondo-novecentesco, e, di conseguenza, non si rende conto di scrivere come un epigono degli autori che viaggiavano in carrozza e pensavano che le donne non avessero diritto al voto né la libertà di parola. E mi stupisco che non capiscano che la rima fiore /amore è davvero difficile da fare. E che il canto non possa più essere cristallino, a meno di non essere davvero fanciulli, come Penna, oppure maledetti, come Simone Cattaneo, per esempio. Continua a leggere

Le volpi gridano in giardino, di Stefano Guglielmin

Guglielmin

di Matteo Bonsante

Dopo la bella performance risalente a qualche anno fa C’è bufera dentro la madre, Stefano Guglielmin torna a sorprenderci con una nuova raccolta pubblicata con i tipi di CFR edizioni Le volpi gridano in giardino. Titolo senz’altro un po’ enigmatico e che si riferisce all’incredibilità della vita, pur nella sua monocorde apparente normalità. Continua a leggere

Vivalascuola. Rileggiamo don Milani

Rileggere Lettera a una professoressa significa tornare alle questioni di base, alla funzione ideologica della scuola e a quella di selezionatrice della classe dirigente… Lettera a una professoressa ci insegna la democrazia, l’esatto contrario dell’Italia contemporanea, corporativa, razzista, opportunista e cinica, dove uomini mediocri – dietro ai quali, tuttavia, ci sono precisi gruppi di potere intelligenti – decidono i destini d’intere generazioni… (Stefano Guglielmin, qui)

L’esperienza della Scuola di Barbiana e la sua eredità odierna
di Franco Toscani

1. La “parola ai poveri”. Una lotta per la cultura e il linguaggio, per l’eguaglianza e la dignità
Lettera a una professoressa – che ancor oggi, a decenni dalla sua pubblicazione, suscita polemiche e discussioni appassionate – è ben più che un atto di denunzia contro la scuola classista, è la rivendicazione d’una scuola al servizio della vita, che prepari ad essa con rigore e concretezza, senza vuoti formalismi. Continua a leggere

Stefano GUGLIELMIN – C’è bufera dentro la madre

3.
capisce quando la vita svacca. ne sente il crepo destro
e il sinistro. cura per questo la piaga che è sua, salta di lato.
poi la sera, in groppa al leone che è stato, sfila la calma dal chiodo
la scuce, mentre dorme, una ventina di femmine gli stira le pieghe
gli alza il livello del mare. Continua a leggere

Fabio FRANZIN “CO ‘E MAN MONCHE [Con le mani mozzate]

MOBII / MOBIITA’ (Mobilia / Mobilità)
I

Èco, vardéne: sen qua, tuti insieme
sot’a tetòia de eternit e lamiera drio
‘a segheria, un branco de pòri cristi
a l’onbrìa del silo; vardéne, ‘dèss
che quel del sindacato e ‘l diretór
dea fabrica i ne ‘à ‘assà là da soi
da soi òniun co’i só pensieri, ‘a só
ansia, el rabiosón; ‘dèss che forse
pa’a prima volta sen davéro tuti
compagni, cussì, ligàdhi aa stessa
sort. Vardéne: se ‘ven anca scanà
fra de noàntri, e sbarufà, se ‘ven
mandà a cagàr a volte, parché un
ièra un fià lechìn, el fea ‘a spia su
in ofìcio, o parché cheàltro tiréa
el cul indrìo, no’l capìa un ostia.
E ‘dess par squasi che se ‘vene
senpre vussù ben, che sene tanti
fradhèi ribandonàdhi da un pare.
Calcùn l’à sgobà insieme par vinti
àni, cómio co’ cómio, bestéma co’
sudhór; calcùn no’l voéa pròpio
savérghine de lavoràr in còpia co’
cheàltro, altri i ‘à vist el só ben
fiorìr drio ‘na fresa, basi robàdhi
fra un toc e ‘n’antro, i fiòi crésser
fra i turni e ‘l mutuo; un l’à vist
un déo sparìrghe via daa man, tut
a un trato, ‘n’antro se tièn duro ‘a
schena, co‘l lèva su daa carègha. Continua a leggere

Vivalascuola. E’ sufficiente un professore – uno solo! – per salvarci da noi stessi e farci dimenticare tutti gli altri

Tutti quanti, ogni mattina, allo squillare della campanella, dopo aver varcato la soglia della loro scuola, si tolgono il soprabito e il loro bagaglio di idee, giudizi, pregiudizi, gusti e disgusti, ed entrano in classe armati solo del loro registro e della loro preparazione, per “accendere un fuoco” nei loro ragazzi, come diceva Yeats, e aiutarli a conseguire “virtude e canoscenza“. Diversamente, non sarebbero insegnanti, sarebbero degli agit-prop. Ci saranno anche delle pecore nere e delle pecore rosse, ma la stragrande maggioranza è così. (Francesco Anfossi)

Il quaderno delle prove giovanili
di Donato Salzarulo

inculcare [in-cul-cà-re] v.tr. (inculco, inculchi ecc.) [sogg-v-arg-prep.arg]. Imprimere profondamente, con insistenza, qlco. nell’animo o nella mente di qlcu.: i. il senso del dovere nei figli

Rimarrà sempre un segno. Non si trascorrono inutilmente ore ed ore nelle aule scolastiche. Tra una lettura e un esercizio, un’interrogazione e una traduzione, un riassunto e una parafrasi, ad un certo punto, succede qualcosa. Può succedere qualcosa. Continua a leggere