Articolo di Marino Magliani
Due uomini, due padri, uno tedesco, uno italiano, ma di un’Italia lontana, di confine. Non oserei dire di frontiera.
Dal saggio Confine o frontiera? di Giorgio Bertone, sulla Liguria di Biamonti, il confine è una «situazione geoculturale ben delimitata da una linea che marca più o meno nettamente la divisione tra “dentro” e “fuori” , e con “frontiera” una fascia mobile che pulsa…» Le cose nette, dentro o fuori, sono le cose del padre italiano.
Quello tedesco anche lui è un uomo nato in una terra di confine. Ha fatto la seconda guerra mondiale, ha combattuto sul fronte tedesco-russo e si è salvato. Anche quello italiano ha combattuto durante la guerra italiana. E’ stato in Grecia, fascista convinto, forse nel senso in cui una volta contava esserlo per sentirsi vivi, uomini, puri e duri.
L’uomo tedesco finirà per odiare la guerra, l’uomo italiano invece la ricorderà e proverà a rivederla in ogni sua azione, ogni suo pensiero sarà mirato allo scopo di ritrovare discipline ed esercizi, ed esportarli, desiderio di risentire le ferite. Sulla pelle dell’uomo tedesco e sotto la pelle resta la guerra, sulla pelle dell’uomo italiano ora c’e ciò che diventa, capocantiere in progetti di montagna, intemperie, ritorni a casa, a una famiglia composta da una moglie che gli pareva molto più adatta alla sua scelta di vita vissuta a denti stretti. Una famiglia composta da figli. I figli sono tre, la più piccola in cui il guerriero italiano crede di rivedere il suo sangue, un figlio che conterà poco e su cui lui non conterà mai, e l’altro figlio, che è altro. Non l’altro, ma qualcuno necessario in cui non riconoscersi, qualcuno di cui ha bisogno per dire che lui è, il padre, il fascismo, la guerra, le prove, la vita vissuta a denti stretti. Quel figlio si trova coinvolto in bande politiche, più da spettatore che da combattente, da magazziniere, si direbbe, di idee, frustrazioni, dubbi, armi.
Dopo la guerra l’uomo nato nei Sudeti verrà a vivere in Italia. C’è più dolcezza nel suo futuro, non fosse che ha trovato una donna che è anche compagna di vita. E figli, per cui diventa un modello, e un lavoro nella Milano che cresce e le corse in macchina e una lotta per ritrovare la vita senza una guerra. C’è una rabbia ad aspettarlo nella tana del lavoro che dev’essere per molti la rabbia del reduce.
Poi ci sono due padri che sono scrittori, padri letterari. Franz Krauspenhaar e Giacomo Sartori.
Di Krauspenhaar lessi Era mio padre (Fazi 2008), appena uscito. Lo ricevetti un mattino che andavo a fare una gita con mia moglie a Delft, vicoli, piazze, canali, mondi fatti di mattoni rossi, e chiese, e ogni panchina di piazza era la mia per riprendere la lettura. Di Sartori ho appena letto Anatomia della battaglia (Sironi 2005).
I padri di cui vi ho parlato, i padri che leggiamo in queste pagine, sono e diventano figli loro, di Giacomo Sartori e Franz Krauspenhaar. Esattamente come diventano tempi della memoria degli scrittori i posti, le montagne scalate dal padre italiano, la pioggia che paralizza e i fulmini, gli speroni contro i quali bisogna proteggersi e seguire la scalata. Le vallate e le strade e le terre senza case, i campi di vigne e gli orti e i meli, i viaggi nel deserto, in un’Africa che rimanda alla Marengo di Camus. E i posti del padre tedesco, i Sudeti e Milano, i viaggi in macchina verso il sud, dove tutto diventa, e
la sensazione che solo attraverso queste pagine otterremo luce sulla cartografia ossessionante di un Franzwolf.
Quanto a Giacomo Sartori, che è trentino ma vive a Parigi, il 15 gennaio ad Amsterdam, alle ore 20, nella libreria Bonardi, ci sarà una lettura di Anatomia di una battaglia e di altre sue storie.

Solo un appunto ma sostanziale: FK non ha nulla a che vedere con il nazismo, con il romanzo storico, con la memoria. E’ soltanto una Liala male in arnese, nel senso che c’è molta più sostanza in un romanzetto di Liala che non in quella buffonata di Era mio padre.
E comunque non è appena uscito FK. E’ uscito nel 2008, a metà del 2008. Come a dire: di acqua sotto i panti ne è passata tanta nel frattempo ed è meglio guardare altrove.
ponti. 🙂
Giuseppe, grazie della lettura. Non ho mai parlato, credo, di nazismo. Sull’altro appunto, specifico che si tratta di un
libro uscito nel 2008 e dico per quale editore. Nel maggio, credo, di quell’anno, si presentò il libro di Franz e un mio romanzo a Firenze, in una bella sala, al palazzo Strozzi, il relatore era Agnoloni, intervennero Di Monaco, Baldrati e Sparzani. Colgo l’occasione per dire giusto due cose, che allora pensai e che mi servirono anche per una presentazione a Diano Marina, e la colgo ora che ho letto Anatomia, altro libro molto piú archeologico, per usare il tuo metro.
Sono libri che sicuramente hanno in comune qualcosa, una specie di claustrofobia forse.
Grazie per la segnalazione di Anatomia. L’avevo perso, cercherò di procurarmelo. Quanto a FK e a Era mio padre, credo di aver già avuto modo di commentare, più che favorevolmente. Franz ha la sua poetica, già perfettamente delineata in “Le cose come stanno”, che consiste in un grumo di rabbia da dipanare a fatica, cercando spiegazioni che possono essere solo parziali e lasciano in bocca l’amaro della vita.
Dunque, caro Marino, correggimi se dovessi sbagliare o ricordare male giacché sono libri un po’ di tempo fa… Sartori s’impegna a far rivendicare al suo personaggio – un padre – i suoi sentimenti fascisti; e direi che lo fa in maniera egregia. Krauspenhaar con “Era mio padre” gioca la carta della “memoria”, o perlomeno è questo che vorrebbe farci credere: si parla di nazismo, del padre, il tutto in maniera molto diaristica e inutilmente volgare in molti punti; adopera poi una volgarità non buona ad un fine meramente provocatorio che esasperi lo spirito e che non riesce a far incazzare sul serio. Perché non si riesce a prendere sul serio uno che spaccia un “suo proprio diario personale” per un libro finito e compiuto con una trama. La differenza sostanziale fra Sartori e Krauspenhaar è che il primo s’impegna a consegnarci una storia compiuta, mentre il secondo si limita ad estrinsecare i suoi sentimenti. In Sartori è ravvisabile un sentore di claustrofobia, in Krauspenhaar solamente un filone lialesco ma nemmeno, perché i romanzetti di Liala, tra avventura odio e amore, alla fin fine una trama, per quanto acconciata alla bell’e meglio, la restituiscono al lettore. In “Era mio padre” c’è solo un cumulo di fogli, di pensieri – che in realtà sono uno scartafaccio, a mio avviso impubblicabile. In pratica, un brutto libro – inteso come un insieme di fogli rilegati e tenuti insieme da una copertina – scritto male.
Caro Giuseppe, non sono per la compiutezza, tant’è che se ai miei romanzi o racconti non dovessi metter fine per rispetto a un contratto firmato, continuerei a lavorarci e mutarli come dei replicanti.
Riflettendo sulle tue parole mi viene in mente che Anatomia e EMP potrebbero un giorno finire
in un libro unico come due storie che intrecciano due figuri di padri. A capitoli alternati. Lascia stare il nazismo e il resto. I due romanzi raccontano di due figli attraverso lo scavo nella figura di due padri. Il primo, in Anatomia, é uno scavo ossessionante, é come se leggendolo tu entrassi in una stanza piena di cose e per leggere, per continuare a leggere, per muoverti nel magma, devi sbarazzarti delle cose che
trovi, ma non riesci farlo perché la porta di é chiusa dietro di te e la lettura ti schiaccia. Abbiamo di fronte un figlio che ha tutto il tempo di vedere morire suo padre e la vergogna, intima, di non sentir altra emozione che quella di essere spettatore. In EMP abbiamo il contrario, una scrittura ( e lettura ) che man mano sottrae ” cose ” da una stanza, che tornano in quell’area, scagliate, appena si torna a rileggere ( o a scrivere ) un colore, un biscotto salato, un’odore di asfalto. Il padre di cui racconta l’io narrante di EMP, non dà al figlio l’opportunità di essere spettatore, l’io narrante lo saluta alla stazione e non lo rivedrà più. Se non in quei ritorni.
A Riccardo, spero che tu riesca a trovare Anatomia, altrimenti per una di quelle sarde che fanno in quella trattoria di Savona, te lo passo.
Caro Marino, tra Sartori e Krauspenhaar non vedo alcuna possibile compenetrazione. Siamo su due piani espositivi diversi; il primo sa maneggiare in maniera egregia la storia, il secondo non sa neanche da che parte inizi la sua storia e men che meno la Storia. Il lavoro di K. è tuttalpiù, con moltissima generosità critica, un diario rabberciato, dove l’autore sciorina in maniera confusionaria le sue carenze affettive, il suo odio, la sua cieca rabbia. Null’altro. La trama non c’è. E a dire il vero non c’è neanche molto a livello diaristico: pensieri, frasi, puntini di sospensione – là dove l’autore non sa che pesci prendere – per giustificare e tentare indarno di rendere giustizia a un tessuto narrativo sdrucito in troppi punti perché lo si possa dire compiuto.
Decisamente no. Per me Sartori e Krauspenhaar non hanno proprio nulla in comune, e questo è un bene per Sartori.
A me il libro di Franz è piaciuto e parecchio, devo dire. Altro non aggiungo, ha già detto tutto (e bene) Marino.
Giovanni A.