
Scrivere è prendere coscienza di ciò che siamo, attingere al pozzo dell’anima un’acqua sempre nuova, che rischierebbe di stagnare se non facessimo girare la carrucola, se il secchio non portasse in superficie, giorno dopo giorno, il tesoro nascosto.
Si può svolgere in altri modi questa operazione; lasciando, per esempio, che emergano da dentro parole, sensazioni, e permettendo ad esse di fluttuare sotto lo sguardo vigile del cuore: è l’invisibile di cui parla Antoine de Saint Exupéry, l’autore del Piccolo Principe.
Allora ci si accorge che c’è anche per noi una rosa da curare, un asteroide da scoprire, un viaggio da compiere nella costellazione di pensieri, ricordi, sentimenti, che al contatto col nostro vero Io si trasfigurano in un oggi più maturo, e dunque più vero.
L’importante è non avere pregiudizi, non forzare il senso di quanto affiora dal profondo: Dio è anche nell’inconscio, e non ammette di essere impedito nei suoi impulsi, limitato nella dote che desidera portarci, svilito nelle nozze divine che ci onora di offrirci.
Tutto questo non avrebbe senso se non ritagliassimo, durante la giornata, un angolo di raccoglimento, inviolabile da parte dello spirito mondano. Bere al proprio pozzo è l’antidoto al branco, all’omologazione di pensieri e sentimenti che è il dramma evidente dell’attualità. La vita sboccia oltre la soglia del silenzio, laddove comincia, finalmente, a raggiungerci la Voce.
Archivi autore: fabrizio centofanti
Simeone

“Perché siano svelati i pensieri di molti cuori”. Sempre intriganti le parole che il santo profeta Simeone rivolge a Maria, mentre gli porge il suo Bambino al Tempio.
Sarebbe singolare indovinare ciò che la gente pensa al di là di paure o convenienze, prudenze o ipocrisie. In paradiso non avremo segreti, perché non ci sarà alcun motivo di ricorrere a meccanismi di difesa. È sulla Terra che ci barcameniamo tra l’una e l’altra posizione, parliamo alle spalle, ci giostriamo in modo da uscirne col vantaggio di chi non si è rivelato fino in fondo.
Simeone parla chiaro: con Gesù le cose cambieranno. Ma tutto è rimasto come prima.
I santi hanno spesso un carisma tecnicamente definito “cardiognosia”. Il significato s’intuisce: la conoscenza del cuore. San Pio da Pietrelcina cacciava i penitenti prima che accusassero i peccati. Gesù stesso, nel Vangelo, di frequente dà prova di conoscere i pensieri occulti dei suoi interlocutori. Una minaccia?
Personalmente, ritengo non ci sia niente di meglio di qualcuno che ti legge dentro. La nostra aspirazione, più o meno consapevole, è trovare chi comprenda chi siamo senza doverglielo spiegare, andando al di là di blocchi e ritrosie, della paura di esporsi, di soffrire.
“Perché siano svelati i pensieri di molti cuori”. È bello che il Signore abbia trovato un antidoto alla mancanza di coraggio, alla nostra incorreggibile sfiducia nei benefici della verità.
Se il profeta

Il profeta è inascoltato per principio. Pensiamo, per un attimo, se accadesse il contrario: un mondo in cui la voce nel deserto fosse presa per buona, il cuore di ognuno si aprisse al suo messaggio, la trascendenza trovasse inopinatamente credito nell’intera umanità. Un mondo, insomma, come lo vuole Dio, rispettoso dei comandamenti, sollecito della sorte altrui, pago solo della giustizia e della verità. Niente omicidi, furti, stupri, niente talk show in cui litigare su chi ha ragione o torto né telegiornali funestati da ogni sorta di disgrazie. La maggior parte di ciò che facciamo, vediamo, ascoltiamo, svanirebbe nel nulla. Mestieri cancellati perché inutili: il secondino, il vigilante, il buttafuori; istituzioni e complessi aziendali polverizzati dal cambio di paradigma inaspettato: l’esercito, la polizia, i carabinieri, i servizi segreti, le industrie delle armi, l`antiterrorismo, tutte le attività legate all’infrazione del codice stradale, arti e professioni collegate al “peccato”: case chiuse, bische clandestine, esercizi commerciali sorti per alimentare mafie, ‘ndranghete, sacre corone unite; e poi culti satanici, sedute spiritiche, maghi, cartomanti, oroscopari, ciarlatani della prima e dell’ultima ora, truffatori, bari, spacciatori, azioni e reazioni conseguenti a tradimenti, adulteri, investigazioni più o meno private, business nati dallo sfruttamento dei sette peccati capitali o degli otto pensieri cattivi…
Se, di punto in bianco, il profeta venisse ascoltato dovrebbero fare, non c’è dubbio, una nuova edizione delle Pagine Gialle.
Quando cadono le stelle
Un andamento circolare, una prosa asciutta piena di porosità, la capacità rara di immedesimarsi nel personaggio che si sta trattando, quasi come fa l’attore dell’ Actor Studio calandosi nel ruolo, indossandone anima e corpo. Serino, con questo suo romanzo di destini reali, con questa prova di coralità e di orchestra, dimostra di non essere solo il critico “rock” e “fuori controllo” delle nostre lettere, ma di saper maneggiare una narrazione a più voci, dunque a più narrazioni, come se percorresse letterariamente le corsie di un’autostrada californiana, sopra e sottoelevate. Continua a leggere
La firma

A proposito di piaceri legittimi, ricordo quando provai l’abbinamento mascarpone-marmellata di castagne. La vita, infatti, non è solo Colombo convinto di approdare alle Indie mentre scopre l’America, ma è anche imbattersi in un gusto nuovo, in una vista che riesce sorprendente, in un tocco terapeutico, come accarezzare un gatto o sollevare l’Ostia che guarisce il male.
In questo senso, l’Eucaristia è il paradigma di ogni sensazione collegata col profondo, il ponte fra l’esterno e l’interno, il cunicolo segreto che conduce alla settima stanza, dove abita Dio. Se non mettiamo in contatto le cose con questa Presenza misteriosa, rischiamo la dispersione della nostra identità. È il centro che dà senso alla periferia; per questo, ad esempio, una pastorale della strada, dei poveri e degli emarginati, che non prenda le mosse dall’incontro con lo sguardo di Gesù, è destinata a fallire: che se ne fa, un disadattato, della mia faccia da pesce lesso? Ma se incontra gli occhi di Cristo, ecco che la sua esistenza si riorganizza dall’interno, ritrova il filo d’oro che aveva perduto chissà come, e chissà quando.
Il mascarpone e la marmellata di castagne mi possono salvare, se lascio che il gusto percorra la strada che dal palato arriva al cuore. Non c’è niente, al mondo, che non possa convertirmi, che non mi faccia leggere, tra una riga e l’altra, la firma inconfondibile di Dio.
Il gran rifiuto

L’equivoco è considerare il Cristianesimo come una rinuncia. Che esista, è impossibile negarlo, ma è quella che troviamo nel rito del Battesimo: rinunciate a satana? E a tutte le sue opere? E a tutte le sue seduzioni?
Rinunciando al male, si apre uno scenario in cui i sensi godono delle cose giuste, rendono felici di ciò che piace a Dio e alle creature che vivono a sua immagine. Da questo punto di vista, la situazione si ribalta: il piacere mondano porta sempre con sé un’inquietudine sottile, a volte inconscia, che rovina anche quelli che sarebbero i momenti più belli della vita. È un retrogusto amaro di cui tutti abbiamo fatto esperienza; richiama alla memoria il giovane ricco del Vangelo, che rifiuta di seguire Gesù: “se ne andò via triste”; quelli da lui considerati come beni che riempivano la vita, di fronte al Cristo, non possono bastargli.
Il credente rinuncia a queste sicurezze, che nascondono un’origine precisa: satana porta Gesù su un monte altissimo, da cui sono visibili tutti i regni della terra – un simbolo, ovviamente – e gli ricorda che tutto questo è stato messo in suo potere e lui lo dà a chi vuole. Il Cristo risponde con un rifiuto di segno opposto a quello del giovane citato: a Lui non interessano i beni, ma il bene, da cui provengono i veri piaceri e la gioia profonda della vita. La rinuncia, dunque, non riguarda la bellezza, la bontà, la verità, ma la contraffazione proposta dal demonio, il quale contamina i sensi e li rende incapaci di apprezzare l’opera di Dio. Ecco perché rinunciare a satana e vivere il Battesimo è la formula vincente per essere quello che siamo, ossia persone capaci di soffrire e di gioire, di gustare fino in fondo il dono di trovarsi sulla Terra. Il gran rifiuto va fatto nella giusta direzione. Questo è il Cristianesimo.
Luigi Maria Corsanico legge Marcello Comitini
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da qui
Marcello Comitini
Il miele dei ricordi
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Francis Lai – Le passager de la pluie
Immagini dal web di propietà degli autori
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G. M.

C’è uno scrittore con cui ho sempre cercato di entrare in relazione. Non è tra i più importanti, anzi: è piuttosto uno che si occupa degli altri, scopre talenti e li promuove. Non lo cerco per essere promosso: l’unico giudizio che riesca a interessarmi è quello universale. Lo cerco perché mi piace il suo modo di intendere la letteratura, il suo stile nell’insegnare a farne, che non è quello geniale, che so, di Giuseppe Pontiggia, che ti seduce con girandole di trovate imprevedibili; no, lui è tranquillo, forse troppo, ma di una tranquillità che ti persuade, con minuscoli passaggi che presi a uno a uno, magari, sarebbero ridicoli, ma messi insieme compongono la formula per scrivere qualcosa di buono.
Dunque ho cercato più volte di entrarci in relazione ma, come si dice, non ne ho azzeccata una. Ho capito fin da principio che c’era una sorta di maledizione, per cui qualunque cosa facessi andava storta. Una volta lo invitai a partecipare a un convegno organizzato da una conoscente, con nomi di sicuro successo, in una location prestigiosa come il Campidoglio. Partecipò un pubblico di quattro gatti, e l’improvvida organizzatrice zittì il mio relatore in modo a dir poco sgarbato e inopportuno.
Penso che chiunque, al mio posto, si sarebbe arreso. Io no. Continuo a scrivergli, senza ricevere risposta, non per convincerlo a promuovermi, perché l’unico esame a cui do peso è quello dell’ultimo giorno, ma perché mi piacerebbe entrare nel suo mondo, unico e forse irripetibile, di scrittore che si occupa non di se stesso, ma degli altri.
Lingue

E se tutti parlassimo la stessa lingua?
Ci sentiamo a disagio davanti a uno straniero con cui è impossibile intendersi anche su cose elementari. La richiesta di un’informazione, il nome di un monumento o la sua paternità, una semplice espressione affettiva producono l’effetto di metterci in crisi. Ci si guarda sperduti, cercando di spiegarsi con suoni per lo più inarticolati, in cerca di codici, simboli, strumenti capaci, con una specie di magia, di chiarire il messaggio in misura sufficiente.
Il sogno di una lingua comune ha attraversato i secoli: pensiamo all’esperanto. il successo è stato sempre limitato, ristretto a una cerchia sparuta di persone, senza arrivare a risolvere il problema.
Eppure, l’esigenza dell’uomo è comprendere, comunicare e condividere, per cui non si rassegna al fallimento. Come superare l’ostacolo, evitando le semplificazioni spesso impraticabili (impariamo tutti l’inglese!)?
Oggi ho impartito l’unzione degli infermi a una suora ormai quasi incapace d’intendere e volere (certamente di udire: è praticamente sorda). Sono entrato nella stanza con tre sue consorelle, tra cui la madre generale e la vicaria. Si sono affrettate a dirmi che avrebbero risposto loro alle formule del rito.
Il miracolo è facilmente prevedibile: suor Anna, la malata, ha mostrato di comprendere bene, e al momento del “Pater” ha pregato insieme a noi.
La lingua comune è la lingua dell’amore: due italiani potrebbero convivere per anni e non capirsi mai, come dimostrano molte confessioni. Persone di diversa nazionalità o portatori di handicap, anche gravi, riescono di frequente a entrare, invece, in empatia perfetta.
Non basta l’esperanto, ci vuole la speranza: la coscienza di un amore espresso da un vocabolario che comunica senza bisogno di parole.
Sarebbe come credere

Per i piccoli la vita è bella. Tutto sembra possibile, nulla li preoccupa e nutrono speranze senza sforzo. Il segreto del bambino è credere: alle fate, al grillo parlante, alla befana. Una volta celebravo messa e mi lasciai sfuggire: sarebbe come credere a babbo natale. Vidi le facce contrariate dei bambini e mi corressi in fretta: sarebbe come credere ancora all’uomo nero! E tra i banchi c’era il prete africano, catechista…
Credere vuol dire aprire il cuore. Più andiamo avanti, più qualcosa si accumula nel punto di contatto con il mondo, lo assottiglia, lo ostruisce, diventa una barriera di scogli a difesa delle onde che potrebbero investirci.
Abbiamo paura: del mare, dell’inconscio, delle forze esterne e interne che potrebbero sempre prevalere sulle più sofisticate resistenze.
Il bambino, no, non ha paura. Per lui il mondo è un regalo da scoprire: la calza dell’epifania trovata in fondo al letto, i pacchi ammucchiati sotto l’albero, la notte di Natale. Non crede che qualcuno possa fargli del male. E poi, perché? Il male è una cosa innaturale, un corpo estraneo, il nulla che vorrebbe presentarsi, ma a cui è bene chiudere la porta.
Tornare bambini: Gesù lo aveva detto, ma l’hanno messo sulla carta dei cioccolatini, nelle parole melliflue dei catechismi parrocchiali, nelle ironie di tanti mangiapreti.
Se ci fermassimo un momento, se non avessi mai pronunciato quella frase: “sarebbe come credere ancora”, se guardassimo il mondo per la prima volta, ci accorgeremmo che le fiabe hanno ragione, più ragione di noi.
Il messale

Passeggiavo nel corridoio con un messale in mano. Non so da dove fosse uscito. Mia madre è devota, lo avrà comprato lei, o forse era un gentile lascito dello zio sacerdote. Avrò avuto dieci anni.
Il corridoio era in ombra, e univa le stanze della casa come una spina dorsale sorregge le membra: la camera dei genitori, che stranamente non ricordo; quella dei fratelli più piccoli, il salotto – spesso chiuso a chiave -, l’atrio, la cucina, la stanzetta di noi due più grandi, la sala per studiare, mangiare o vedere la TV.
Nel corridoio si poteva passeggiare: per questo avevo preso l’abitudine di andare su e giù con quel libretto di incerta provenienza, la cui lettura suscitava in me una curiosa sensazione. Le frasi chiare, solenni, perentorie, che non prevedevano risposte, ma solo un’adesione empatica, un riconoscimento della loro assolutezza, mi immettevano in un mondo sconosciuto che a me pareva bello, perché nessuno avrebbe mai scompigliato quelle righe: c’era un ordine lontano dal chiasso della casa, dai litigi tra fratelli, dagli interventi duri di mio padre, che soffocava ogni eccesso dell’infanzia. Nei miei piccoli passi lungo il corridoio, c’era una pace che vinceva le eruzioni improvvise della famiglia numerosa: i dispetti alla sorella sfortunata, nata dopo tre maschi; gli esperimenti sadici con le lucertole o con la carta di giornale, da bruciare di nascosto sul terrazzo; i rigori tirati contro l’armadio rosso e azzurro, appena verniciato.
Il messale l’avrei riesumato, molto più tardi. Avrei provato di nuovo la pace di quel lungo corridoio: un tempo senza tempo, in mezzo alle grida, ai pianti, alle risa sguaiate della Storia.
Viaggi

Non riesco a smettere di guardare questa foto. Tu, su una specie di banchina, con la valigia, che guardi chissà dove. Il mare è a circa un metro, attraversato dai riflessi delle case tipiche che colpivano la nostra fantasia. Sullo sfondo, la costa punteggiata dal bianco delle abitazioni e un cielo a macchie più blu man mano che vanno verso l’alto. Due imbarcazioni si sfiorano: una si avvicina, l’altra – un motoscafo – sta prendendo il largo.
Se mi chiedo perché mi attiri tanto, quest’immagine, affiorano risposte prevedibili: te ne sei andato, con la tua valigia. La meta non era il paese, come sembra, ma il cielo laggiù, con le diverse sfumature di lontananza o vicinanza a Dio. Il mare – l’inconscio – replica i colori della vita, delle finestre dai battenti verdi, delle tende che ombreggiano negozi e ristoranti, degli attici e degli alberi che spuntano più in alto, come ciocche di capelli scuri. Le sagome, nell’acqua, risultano distorte: la risonanza nascosta delle cose ne coglie dettagli rinnovati, sensi alternativi. Forse, partendo, sei diventato più presente, mi hai consegnato una valigia piena di istruzioni, ricevuta dalle mani di Dio. La banchina è un’altra volta il punto d’approdo, un tuo ritorno senza interruzioni, privo dell’ansia di una falla che può aprirsi da un momento all’altro: per un edema, un ictus, o il diabete in agguato, come un serpente velenoso in mezzo all’erba. Il motoscafo ti ha condotto qui, la barca di Dio che sparirà tra poco, oltrepassando il bordo della foto.
Ecco perché lo sguardo non riesce a staccarsi dall’immagine: c’è una vita più reale di quella che continua da quest’altra parte; c’è un cielo più tangibile di quello che intravedo oltre la tenda della mia finestra, tra le ciocche di capelli degli alberi, là in fondo.
Essere o non essere

Uno si domanda: a che servono i piccioni? In genere, su di loro, si sentono solo lamentele. Occupano proditoriamente i terrazzi e lasciano tracce tutt’altro che desiderate. Ingorgano le piazze di città prestigiose, al punto da surclassare il numero, pur spropositato, dei turisti. Non parliamo delle chiazze biancastre con cui guarniscono carrozzerie e vetri di automobili appena uscite dal lavaggio.
So di alcuni che hanno dichiarato ai piccioni una vera e propria guerra, con trappole, veleni e oggetti che, in teoria, dovrebbero costringerli alla fuga.
Il piccione, però, resiste: è un soldato di trincea, un fante d’altri tempi, di quelli che stanno come d’autunno sugli alberi le foglie. Con la differenza che le foglie cadono, i militi s’immolano, ma i piccioni, che te lo dico a fare, restano lì, trionfanti, sulle ceneri degli strumenti di sterminio predisposti invano.
Dunque: a che servono i piccioni? Certamente, se ci sono, una funzione specifica l’avranno. Io, tuttavia, ho trovato una giustificazione personale: quando uno di loro si posa sulla ringhiera del balcone e comincia a guardarsi intorno, girando il collo a scatti e, a forza di voltarsi, il suo sguardo rossastro s’incontra con il mio e mi fissa come a dire: eccomi qua; be’, non trovo più ragioni per negarne l’esistenza. È facile diventare amici, in questo grumo di sabbia che rotola nel cosmo.
112. Cose ridicole

I tanto vituperati messaggi, monotoni, insulsi, che persino un bambino avrebbe potuto formulare, si rivelavano sempre più preziosi. L’ultimo ricordava che il segreto dell’incontro con Dio sta nella preghiera. Banale, risaputo: eppure quanta gente continuava a rompersi il capo contro il muro dell’autosufficienza, nel tentativo di raggiungere la grazia ignorando la grazia, finendo nella disperazione o nel cinismo. La potenza dell’invocazione diventava il nostro pane quotidiano, l’accoglienza dello Spirito che scioglieva il calcare accumulato nei meandri della psiche e nelle fibre del corpo. Come diceva don Mario: materia spiritualizzata e spirito incarnato, la formula perfetta di una perfezione da inseguire, ma anche da pregustare ogni momento.
Il pensiero del paradiso era diventato un ingrediente costante delle nostre giornate: la lode eterna si specchiava in quella rivolta a Dio nell’attimo della precarietà presente, di una vita appesa a un filo, tanto più in un momento in cui l’unica salvezza possibile sarebbe stata aggrapparsi alle ali del Signore.
Tutto ciò era ridicolo agli occhi del mondo, ma proprio al mondo offrivamo l’energia potente e inesauribile della preghiera, la gioia paradossale di un vivere coi piedi sulla Terra e con il cuore in cielo.
Slanci

Davanti a me ho un quadretto con Gesù Bambino e san Giuseppe, che lo sorregge con la mano destra. È una posa plastica, perché Gesù è seduto sul braccio piegato, e la mano del padre putativo lo afferra saldamente per la pancia. Nell’altra mano ha un giglio, simbolo della purezza. L’uomo ha un’aria seria, raccolta, come fosse pienamente consapevole del valore del fardello. Fin qui niente di strano.
L’aspetto curioso si concentra su Gesù: ha un pigiamino bianco punteggiato di stelline scure, come i maghi di un tempo, e una faccia da scugnizzo che sembra voler scappare dalle braccia del padre, per lanciarsi incontro a chi lo guarda. La particolarità sta qui: è un Gesù che non può fare a meno di un collo a cui gettarsi, come quando i bambini piangono per essere presi in braccio da qualcuno che arriva all’improvviso.
Questa foto m’interroga ogni volta: come fa, Giuseppe, a sopportare un figlio che gli sfugge sempre? Gli basterà il giglio che gli resta in mano? La purezza, forse, consiste nella rinuncia a possedere, nel gesto di lasciar andare, nel soffrire un abbandono compensato dal bene dell’altro, di cui il santo è unicamente preoccupato?
Ma c’è un’altra domanda che si affaccia: a che servirebbero lo slancio di Gesù, il sacrificio di Giuseppe, la dinamica vivace dell’immagine, se di fronte non ci fosse qualcuno pronto ad accogliere l’offerta?
La conclusione è questa: guai a pensare la fede, in primo luogo, come un insieme di riti o di concetti; essa è innanzitutto lo slancio di un bambino che ti si getta in braccio, per trasformarti in persona viva e palpitante, da statua che eri. E questa è la sua sorprendente, intramontabile magia.
Luigi Maria Corsanico legge Samuel Beckett
[youtube=https://youtu.be/vUufWObSCBA]
da qui
Samuel Beckett
Que ferais-je sans ce monde
sans visage sans questions (1948)
Questa poesia è tratta dal volume
“Samuel Beckett, Le poesie”,
a cura di Gabriele Frasca, Einaudi 1999
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Alban Berg, Klavierstück in h-moll
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Cuori e monti

Era un professore come tanti. No, era diverso. Lo ricordo già un po’ anziano, con gli occhiali dalle lenti spesse, chino su un registro o sulla pagina di un libro. Era anche poeta. Ricordo questo verso: Monti d’Abruzzo, datemi il vostro cuore di pietra!
L’appello di un uomo sensibile, anche troppo, se invocava un cuore duro come un monte.
Insegnava lettere. Con lui, gli autori erano persone vive con cui entrare in relazione. Il testo base era il Petronio, di matrice marxista: metteva sempre in evidenza le strutture, come se la vita non fosse che un’accumulo di strati, uno sull’altro, come rocce calcaree, come i monti d’Abruzzo con cui lui parlava. Lo scrivere ha a che fare con l’industria o con l’agricoltura?
Solo più tardi capii che in questo c’è del vero, e cioè che l’universo è qualcosa in cui tutto è collegato, e se adesso digito parole sulla tastiera dell’iPad, ciò produce conseguenze incalcolabili, a me del tutto ignote.
Il professor Todini mi ha trasmesso l’amore per la letteratura. Non so come facesse a tenerci buoni e attenti nello stesso tempo. Forse ero io che nutrivo un interesse sviscerato per la sua materia. No, era lui, che svolgeva il lavoro con passione, dopo tanti anni, col suo cuore sensibile, che avrebbe scambiato volentieri con un monte d’Abruzzo.
Ci sono persone che ti segnano per sempre. Quando penso al Todini, al Petronio comunista, all’aula che in quell’ora sembrava diventare sacra, piena di strutture che evocavano altro, un universo in cui ogni cosa è in rapporto col resto, e se scrivi qualcosa non resta senza effetto; quando penso al professore, dicevo, vorrei offrirgli un grazie tardivo, che comunque arriverà, per un altro, imprevedibile miracolo del cuore che rimane cuore e non diventa monte.
La preghiera-salmone

Bisogna ammetterlo: nel confessionale, a volte, la gente arriva triste. I Padri orientali aggiungevano ai sette peccati capitali un ottavo pensiero cattivo: sì, proprio quello, la tristezza. Però distinguevano fra una tristezza buona e una cattiva. Quest’ultima è prodotta dal peccato, la prima nasce con il pentimento, le lacrime sante che sgorgano da un cuore contrito.
Gira che ti rigira, quindi, diverse persone si confessano gravate da una pesantezza profonda, un pessimismo storico, se non proprio cosmico, legato al fatto che uno cade e ricade, e a forza di cadere, si ritrova a terra in tutti i sensi.
In questi casi, io dico che le cose si capiscono meglio dalla fine.
Andremo in paradiso, no? Facce un po’ incerte: speriamo, padre. Bene, andremo in paradiso; lì scopriremo finalmente la bellezza e la bontà di Dio, di gran lunga maggiori di quanto avremmo immaginato con la nostra mediocre fantasia. Cosa faremo, allora? Altro sguardo perplesso. Soltanto una cosa, che fluirà spontanea, naturale: loderemo.
Gesù ha dichiarato che chi crede in Lui, ha la vita eterna. Si, ha detto proprio “ha”, e non “avrà”. Quindi un assaggio, un antipasto, almeno uno snack di paradiso ce l’abbiamo qui. Basta lodare. Sguardi ancora più perplessi, come a dire: mah, non mi viene, sarebbe una mezza forzatura…
La lode è una preghiera-salmone, dico io, risale la corrente. All’inizio sembra strana, inutile, ridicola, poi ti accorgi che continua da sola, senza sforzo. Perché? Perché è la nostra identità. Se la lasciamo fare, siamo già in paradiso, anche in mezzo all’inferno che per tanti è l’esistenza. La tristezza, allora, non è più che un ricordo sbiadito, un peccato rimesso, dall’eternità.
Immagine e somiglianza

Ieri è venuta a confessarsi una ragazza che ha tentato per due volte il suicidio. Era scossa, i nervi fremevano ancora per l’uscita dall’ennesimo gorgo. Non aveva nessuno con cui confidarsi: la madre, la sorella e la zia non volevano vederla. Di fronte a situazioni come queste, c’è un momento di panico: il tempo è sospeso, lo spazio si restringe, fino a prendere la forma di un imbuto. I sentimenti all’ingrosso sono inutili, perché non passano nel tubo troppo stretto. Occorre qualcosa di leggero, di liquido, magari: una lacrima, forse, è l’ideale. Piangete con chi piange, raccomanda san Paolo. È la scuola elementare dell’ascolto, da includere nell’istruzione obbligatoria. Ma in questo, spesso, restiamo analfabeti.
La ragazza mi guardava, attendendo un’assoluzione o una condanna. O forse no: desiderava, di certo inconsciamente, che le dicessi l’unica parola capace di distoglierla per sempre dal suo triste proposito.
Davanti a me, nascosta, c’era l’immagine di Cristo: la tengo sempre lì, cercando in quegli occhi le soluzioni sconosciute all’uomo, essere diviso fra la terra e il cielo, e per questo esposto a dubbi laceranti. Anche il confessore è in bilico fra il consiglio umano e lo scatto verso l’alto, o l’Altro, che è lo stesso.
Cristo, dunque, era lì, davanti a me. Pregando, ho compreso che non mi chiedeva di pronunciare frasi, ma di compiere un gesto: dare quel Volto a lei, per metterle di fronte la sua vera immagine, la somiglianza con chi non toglie la vita, ma la dà. Confidati con Lui, le ho suggerito. Lei mi ha sorriso, mi ha regalato un “grazie” di sorpresa, ed è uscita incontro al suo futuro.
Desiderata
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da qui
Ci sono cose che avremmo voluto fare noi. A me capita con la poesia.
Vorrei aver scritto io “Prima che bruci Parigi”, di Nazim Hikmet. Lo sento come un brano magico, mentre a molti è del tutto indifferente. Ricordo di averlo proposto in video – con la splendida lettura del mio amico Luigi Maria Corsanico – ad alcuni conoscenti cui è risultato ostico, noioso. Grazie a Dio, c’è gente cui è sfuggita una lacrima, di fronte a questa lieve profezia dei nostri tempi.
Poi c’è “Questo è il prologo”, di Lorca: il più grande, non tanto per lo spessore culturale, né per la visione dell’arte o della vita, ma perché ogni parola che gli usciva dalla penna era un relitto d’altri mondi, che ognuno vorrebbe visitare, per un giorno.
Come ignorare, poi, l'”Annunciazione” di Rainer Maria Rilke, dove l’arcangelo Gabriele ci sembra di conoscerlo da sempre, fallibile anche lui, al punto da scordare il contenuto della sua missione?
Vorrei aver scritto anche “Questo amore”, che alcuni considerano più adatta alla nota carta da cioccolatini. Per me è irresistibile: del resto, si sa che la realtà fa risorgere in ognuno qualcosa di ineffabile, in cui non possiamo non specchiarci.
L”Ode alla notte”, di Pessoa, vorrei averla data alla luce in un’ora di tristezza, in cui tutti i suoi superlativi avessero il potere di strapparci al pozzo nero in cui a volte rischiamo di cadere.
E infine, “Dall’immagine tesa”, omaggio doveroso a Rebora, che ha percorso la mia stessa strada. Neanch’io aspettavo qualcuno; anch’io ho resistito, come lui, a sbocciare non visto, sedotto da un quasi inudibile bisbiglio.

