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Il Michelone. Betty Perfumo intervista l’autore del nuovo dizionario del jazz


Domanda: Guido, quindi “Il Michelone” è il tuo nuovo libro, esattamente il 104° da te e scritto e pubblicato?

Risposta: Sì, credo di sì, nel senso che oramai per me è difficile tenere il conto, perché all’inizio della mia carriera ho anche pubblicato molti libri con altri colleghi (soprattutto universitari) oppure sono stato il curatore di un testo a più voci o mi sono trovato in tante situazioni ancora diverse. Mi ritengo comunque contento di aver raggiunto e superato, nel numero di pubblicazioni, ‘tale’ Andrea Camilleri, anche se le mie cifre, per quanto riguarda le vendite, non sono certo paragonabili alle sue. D’altronde pratichiamo due generi diversi. Continua a leggere→

La bella compagnia


Sei morto ma sei vivo. Il senso è tutto qui: vivere per morire, morire per vivere.
Hai lasciato una storia che mi riempie le giornate, che risuona ancora più della tua voce, e mi indica la strada. I morti, a volte, sono vivi più dei vivi. È bene che sia così, altrimenti tutto finirebbe con l’ultimo respiro, cosa inconcepibile. Sono talmente intriso della Pasqua, come tu mi hai insegnato, che non riesco nemmeno a immaginare una vita senza eternità.
È da lì che mi mandi messaggi, mi parli, mi proteggi. È la cosa più normale di questo mondo e anche dell’altro.
Nell’altro mondo, infatti, s’interessano di noi, perché sono consapevoli dei nessi: sanno – l’ho già scritto una volta – che quando si ama tutto è collegato. E che un atto d’amore è incancellabile, come dimostra la cipolla che Gruscenka regala al mendicante. Dostoevsky ha afferrato la sostanza di ciò che non finisce.
Neanche tu, Mario, finisci. Anzi, sei appena iniziato. Mi guardi dal cielo come quando eravamo al tavolo della Nuova Capricciosa, davanti alle pennette al salmone e alla Peroni chiara. Ci scambiamo parole silenziose, che hanno un’eco profonda nella storia. La tua voce fa tremare le galassie: la possono ascoltare solo i puri di cuore e i gatti rossi cui davi gli avanzi della pasta al sugo.
Anch’io ti consegno a questa pagina, perché il lettore possa stare tre minuti con noi, nella bella compagnia dell’Infinito.

Il sussurro delle streghe, di Elisabetta Bordieri


Quella sera stessa, ogni singolo strato dolomitico di certezza si era polverizzato. Lamine di singulti sostavano eretti sull’atrio del tempio della mia anima coagulata dal logorio del tempo. Sentivo come denti asserragliati di mostri impazziti dilaniarmi lo stomaco. Tutt’intorno un’aria pesante e sabbiosa catramava i miei polmoni. Sensazioni oleose e impure che non avrei mai voluto provare, e poi per cosa e per chi? Alla fine avevo chiamato i soccorsi. Non pentita. Solo consapevole. Lo avevano portato via da poco. Io ero ancora lì bloccata in casa mia, seduta, appoggiata al tavolo dove nemmeno poche ore prima stavo cenando. Con lui. E aspettavo. E parlavo. Continua a leggere→

Lector in fabula


La scrittura ha qualcosa di magico. Ora, per esempio, metto in fila una parola dietro l’altra e il lettore è curioso di sapere dove andrò a parare. Con me gli va bene, perché scrivo testi sintetici e si sa presto come va a finire.
Mettiamo, però, che cominci a scrivere cose senza capo né coda: che so, che il Napoli ha battuto la Lazio fuori casa. Il lettore rimarrebbe sconcertato: a parte napoletani e laziali – che sorriderebbero o s’incupirebbero – gli altri non sarebbero minimamente interessati. Ma continuerebbero a leggere, perché una storia deve avere un senso.
C’è un patto di lealtà fra scrittore e lettore: il primo deve dare un messaggio decifrabile, in qualche modo utile, il secondo s’impegna ad andare fino in fondo.
Forse anche per questo ho scelto la misura breve, per facilitare il rispetto di un contratto implicito che lega me con voi: io non vi rubo tempo, e voi, ogni giorno, mi fate compagnia in questo cammino verso il Senso, che per me si chiama Dio.

Luigi Maria Corsanico legge Pablo Neruda. 5

[youtube=https://youtu.be/5kNGs_jzQyA]

da qui

Pablo Neruda – Poema XII
Per il mio cuore basta il tuo petto
Venti poesie d’amore e una canzone disperata
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Immagine : Edward Weston,
The White Iris (Tina Modotti) (1921)

Quarto movimento da la Suite Barroca
arrangiamento di Karl Scheit
Autore anonimo
GuitarraChitarra Continua a leggere→

Rime


La rima è un fenomeno intrigante. È una casualità che amore rimi con dolore? E esperienza e sofferenza? Ha un senso che felicità corrisponda ad onestà, e gioia con muoia? Vediamone altre: cattiveria-miseria, serenità-bontà, amarezza-freddezza. Se poi ci prendessimo gusto, potremmo accostare sogno e bisogno, carità e intimità, perseveranza e speranza. E, perdendo ogni freno, mettere insieme soddisfazione e vocazione, decoro e tesoro, fede e piede.
Un momento: si giustifica una rima come questa?
Con le altre si potrebbe costruire un sistema antropologico e teologico: l’amore fa soffrire, come l’esperienza, ma sono materiali resistenti a qualsiasi logorio. La felicità nasce dalla trasparenza, dal non avere nulla da nascondere, così come la gioia è possibile se l’io muore a se stesso, ritrovandosi nell’Altro. La cattiveria si sa come finisce, mentre la bontà va a braccetto con la pace. Chi non si compromette, nella vita, resta con l’amaro in bocca: se uno sogna conosce i suoi bisogni, l’intimità da cui proviene l’amore divino, che non cessa di sperare. Ci soddisfa solo la risposta alla nostra vocazione, in cui il vivere ha uno stile inconfondibile, che ci rende migliori.
Su questo, forse, possiamo essere d’accordo: ma cosa c’entra la fede col piede?
Dio disse ad Abramo: esci dalla tua terra e va’ verso te stesso. Se il nostro padre nella fede non si fosse deciso a fare il primo passo, chissà se a quest’ora ci saremmo. La fede senza piedi è niente: come cantava Neruda, sarebbe un anello senza pietra, un vestito senza uomo.

Grazie


La realtà si può leggere in modi diversi. Una persona mi sorride: cosa c’è dietro quel gesto? Posso pensare che mi prenda in giro, che non veda l’ora di togliermi di mezzo, che in quell’espressione stia già pregustando il momento in cui sarò sparito dalla circolazione. Scrivendo questo, penso a un personaggio preciso, che ritengo ce l’abbia con me, per motivi di antagonismo, concorrenza, ecc.
Posso interpretare, però, anche all’opposto: forse la battuta che ho fatto lo ha divertito veramente; forse, per un momento, ha dimenticato il suo livore e, magari, quell’istante avrà la forza di cancellare il resto, di neutralizzare paure e gelosie. Lo saprò, probabilmente, al prossimo incontro.
È bene essere aperti ai cambiamenti. Può capitare che pensiamo a qualcuno convinti che sia legato all’esperienza negativa, che ogni sera faccia la macumba per distruggerci la vita, che sia ossessionato da parole e gesti che ci siamo scambiati in un’ora di rabbia o nervosismo; e magari lui, o lei, sta pregando per noi, perché ogni residuo tossico sia cancellato dall’azione dello Spirito.
La soluzione migliore è ringraziare per tutto: per la rabbia, l’amore, l’acredine, il perdono. Se ringrazi non sbagli, per un semplice motivo: sei tu a cambiare. E solo se cominci da te, lo rendi possibile anche all’altro.

La soluzione del problema


C’è stato un periodo, dopo L’11 settembre del 2001, in cui s’era diffusa una specie di panico relativo a possibili aggressioni, attentati, azioni di violenza ad opera di terroristi legati all’islamismo. Io stesso mi sorpresi a guardare alle mie spalle, mentre prendevo le ostie consacrate dal tabernacolo provvisto di una superficie riflettente. Nelle messe in cui partecipavano i poveri da noi assistiti, se uno di loro si portava le mani alla cinta o compiva gesti simili, temevo si lasciasse esplodere all’interno della chiesa. La medesima cosa si verificava sui mezzi pubblici e in tutti i contesti in cui si formavano assembramenti di persone.
Da allora, sono cambiate molte cose. Entrato nel cuore incandescente della profezia, certo di assistere a rivolgimenti epocali che metteranno in ginocchio il mondo intero, pronto ad aggrapparmi alle ali della Provvidenza in una sorta di film al cardiopalmo, non mi sono mai sentito tanto sicuro e tanto in pace.
La fede è un paradosso perché lo è la vita stessa: la amiamo ma dobbiamo morire, siamo fatti per lo spirito ma ci ritroviamo attratti dalla carne, siamo pensati per solidarizzare e ci scanniamo.
Comprendere la nostra condizione significa guardare in faccia queste e altre antinomie, che rimangono lì, anche negandole.
Se il mondo non consistesse in una serie di contraddizioni, potremmo pensare di cavarcela da soli, salvati da una logica di nostra invenzione. Il rompicapo, invece, ci costringe a ricercare altrove la soluzione del problema, se davvero per noi è così importante.

Fernanda Romagnoli, poesie


Una maldestra baldanza,

poesie di Fernanda Romagnoli

 

tratte da “Il tredicesimo invitato”, Garzanti Editore

 

a cura di Barbara Pesaresi

Il tredicesimo invitato

Grazie – ma qui che aspetto?

Io qui non mi trovo. Io fra voi

sto come il tredicesimo invitato,

per cui viene aggiunto un panchetto

e mangia nel piatto scompagnato. Continua a leggere→

Apparizioni


Molti non credono alle apparizioni, invece a me sembrano normali. Mi piacerebbe vedere la Madonna: avrei parecchie questioni da proporle, ma soprattutto sperimenterei quel sapore che sogno da sempre, l’odore inconfondibile del paradiso. Qualcuno pensa all’aldilà come a qualcosa di anodino: secondo me si sbaglia. Io immagino un mondo dai sapori incredibili, dagli odori estasianti, dai colori quaggiù inimmaginabili. Confesso che certe volte, questa terra, mi sembra sopportabile soltanto perché esiste il paradiso, che non è qualcosa di alieno, ma una realtà che cominciamo a intravedere, a toccare, a fiutare già adesso, tra gli scarichi mortali delle auto, la pesantezza degli stati d’animo, le imprecazioni della vita quotidiana. C’è tanta bellezza che sottovalutiamo: sacrifici nascosti, gentilezze discrete, generosità di cui nessuno parla. È già qui che possiamo andare a caccia di sapori, di odori, di piaceri “altri”. Alcuni santi si associano a profumi: pensiamo a Padre Pio. Il segreto è guardare più in là, lasciare agli occhi, alle mani, alle narici, il tempo necessario per vedere e sentire ciò che in qualche modo neutralizza l’atmosfera di odio, sospetto o indifferenza. Se apparisse la Madonna, le chiederei di aprirmi gli occhi, gli orecchi, di allargarmi i polmoni per respirare la sua aria, ammirare i suoi colori, per gustare in questa vita stridente l’armonia del paradiso.

Le sirene di Laura Pugno


di Guido Michelone

In parallelo all’uscita del nuovo romanzo, La ragazza selvaggia, viene riedito Sirene la prima opera narrativa della quarantasettenne scrittrice romana, fra le figure emergenti nel panorama letterario del XXº secolo, tra le poche a distinguersi con risultati brillantissimi tanto nella prosa quanto nella poesia. Continua a leggere→

Appartamento


Il mio appartamento è ridotto a una stanza, nella quale deve entrare tutto. Non è facile convivere con una vista fissa sulla citrosodina – presente in ben due confezioni -, con un metro estraibile che non si usa ma è bene conservare, con un borotalco spray creato per rimuovere macchie che rimangono lì (e resta inspiegabilmente pure lui).
Davanti a me c’è la serie di fiale Tredimin soluzione orale, che dovrebbe riesumare la vitamina D. La fila prosegue sui ripiani a destra, tra quei bioregolatori indispensabili che sono i libri.
In questo senso, c’è una parte di me che si prolunga nella mansarda dell’edificio ospitante, in cui abbiamo trasferito i volumi provenienti dalla biblioteca del Centro giovanile, e che ora attendono qualcuno che li doti di scaffali.
Sul letto ci sono un piumino e due coperte, che d’estate non so dove riporre. Prima di dormire, li sposto sulla sedia: riti quotidiani che celebrano la caducità del tempo e dello spazio, e acuiscono l’anelito agli ampi locali del paradiso prossimo venturo.
La statuetta della Madonna di Medjugorie è mezzo coperta dal Symbiotic GSE, integratore a base di fermenti lattici, frutto-olisaccaridi e principi vegetali, da prendere in contemporanea con il Broncho-Vaxom, che si sporge sull’angolo della scrivania, simbolo muto di una salute in bilico.
Sul modulo a sinistra, in alto, campeggia un’immagine enorme di don Mario: sorride con un dente solo e si commuove, in quell’impasto di riso e di pianto che è l’icona della sua vita inimitabile. Quando lo guardo, riesco a mettere insieme cose lontanissime: la confezione di saponette in offerta speciale, il presepe argentato racchiuso in una mano, la scatola vuota del tom tom…

Fest(ival)


Aborrendo il festival di Sanremo, ho pensato per anni di non essere normale. Se fa tanti ascolti, mi dicevo, in difetto sono io. Mi sono disenteressato ai must della mondanità, come le discoteche, i pranzi di nozze, l’autoreferenzialità della politica. Non ho mai letto le rubriche finanziarie, le lettere al direttore, il Buongiorno di Gramellini. A confermare la mia anormalità c’era l’amore per Guccini, Clemente Rebora e il legno di Guajaco della linea Tesori d’Oriente, che infatti non c’è più.
Solo un po’ alla volta ho capito che i gusti sono sacri e dobbiamo coltivarli come tracce di un Progetto che da sempre ci riguarda.
Ma il bello viene adesso.
Lo scrittore a cui invano inviavo le mie email, oggi ha risposto. Là per là non credevo ai miei occhi. Ho pensato a una diffida, una minaccia, una sonora presa in giro. Invece no: mi ha risposto sul serio.
Volendo trovarci una morale, potrebbe essere questa: bisogna sempre fare quello che sentiamo nostro, dirigerci dove l’anima è certa di dover andare, fosse pure una canzone di Guccini, o una poesia che commuove solo noi.
Felicità è dire grazie, anche se tutti si voltano dall’altra parte. Prima o poi l’amore torna indietro, come lo 08 su via di Saponara.

Noam Chomsky, Così va il mondo


Riflessioni sul nuovo libro del grande studioso americano

di Guido Michelone

Ritenuto, come scritto di recente ‘New York Times’, il maggiore intellettuale vivente, l’americano Noam Chomsky, ottantanove anni splendidamente portati, offre con Così va il mondo (How The World Works nell’originale uscito nel 2011) al lettore italiano un nuovo libro che di fatto è una raccolta di interviste e dialoghi con David Barsamian e Arthur Naiman, Continua a leggere→

I dimenticati


Bisognerebbe scrivere il libro dei dimenticati: le persone a cui nessuno bada, anzi, che in genere vengono evitate, come avessero un marchio d’insignificanza, un grigiore intrinseco, invincibile, l’assoluta incapacità di emergere sul palcoscenico del mondo. Li riconosci perché stanno in silenzio, come se non avessero diritto alla parola, e in disparte, perché attenti a non invadere il territorio altrui, a essere i primi a togliersi di mezzo.
Bisognerebbe scrivere il libro dei dimenticati, perché introducono nella dimensione misteriosa del lasciare spazio, in un mondo in cui tutti fanno a gomitate; insegnano l’arte del togliere, tra gente che pensa solo a accumulare, contagiano la virtù dell’astenersi, in un contesto che si satolla di tutto fino a esplodere.
Bisognerebbe scrivere il libro dei dimenticati, perché ti guardano con un sorriso irresistibile, quando li accogli, come se avessi indovinato un segreto che fa bene più a te che a loro: perché i dimenticati, in realtà, si dimenticano di sé, sperimentando la formula esclusiva dell’amore, spesso contraffatto dalle degenerazioni del narcisismo e dell’autoaffermazione.
Bisognerebbe scrivere il libro dei dimenticati, se non fosse stato scritto da duemila anni. Ci hanno pensato in tanti, ma solo in quattro sono passati al vaglio della storia: Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Vale la pena leggere con attenzione, entrare nel mondo incantato del silenzio.

Stazione


Dal treno il paesaggio è discontinuo. È un mondo in movimento che suggerisce immagini, ricordi, previsioni, come se fosse il ritmo dei quadri che appaiono via via a dettare il flusso di coscienza, mentre è vero il contrario: c’è un motivo, infatti, se lo sguardo si sofferma su quella fattoria, o su una chiesa, o sul cane che rincorre un gatto davanti al cancello della villa.
La fattoria mi ricorda il ristorante fallito tempo fa, in cui una vistosa matrona elargiva con fervore saluti chiassosi e battute riciclabili. Era finito anche in un film, per cui la notizia della cessata attività mi aveva sconcertato. Dal mio punto di vista, fu un simbolo chiaro della fugacità di ogni successo mondano.
La chiesa di pietra rappresenta il mio ministero tormentato, esposto alle intemperie, in bilico tra cielo e terra, come un aquilone. Un prete non dimentica di esserlo, ma la chiesa che scorre via dal finestrino gli rammenta che è coinvolto, come gli altri, in un flusso universale che trascende tonache, camici e divise.
Il cane è il segno della fedeltà, l’unica risposta sensata al precipitare degli eventi, al tempo che incalza togliendoti il respiro. Se c’è una cosa ingiusta è l’epiteto cane infedele.
Il treno in corsa è una buona postazione per comprendere la vita; evoca la natura effimera del mondo e al tempo stesso è la chiave per interpretarlo e viverlo al meglio. Incarna la mentalità simbolica, per cui uomini e donne sono sacerdoti posti sul confine fra la terra e il cielo, inquilini di una fattoria che nel quadrante successivo è già una chiesa, destinata a sua volta a trasformarsi nell’icona di una fedeltà senza riserve: passeggera di un treno che si ferma soltanto sull’immagine, desiderata e temuta al tempo stesso, dell’ultima stazione, l’aquilone già pronto a decollare per un altro mondo.

Flipper


Il mondo fa l’elogio dell’agitazione. Se non sei inquieto non puoi saltare da un sito web all’altro, imbottendoti di pubblicità che ti si aprono davanti come trabocchetti, rischiando di ingoiarti ad ogni clic. Se scegli un video, ne appaiono altri dieci, tutti con promesse di emozioni adrenaliniche: leone divora famiglia di turisti; uomo si getta in diretta dal ventesimo piano; squalo distrugge la gabbia del sub, guarda come va a finire. È come quando giocavi al flipper, da ragazzo, ed eri un mago a schivare ogni genere di buche. Ma per esporti a questo, devi essere agitato: decidere di raccogliere la sfida e magari cadere in qualche trappola: automobile sfonda il guard-rail e piomba su una messa di mormoni; scimmia albina recita il monologo di Amleto senza sbagliare accenti; asteroide sfiora la terra e provoca un cratere sulla luna. In un mondo in cui vince chi la spara più grossa, devi vivere allertato, pronto a cogliere la notizia verosimile e a scartare la bufala che entra a gamba tesa; devi avere tu stesso una mentalità scissa, bipolare, che desidera e al tempo stesso frena, si inibisce, in una eccitazione instabile continuamente in bilico tra nevrosi ed euforia.
Il mondo, dunque, fa l’elogio dell’agitazione, perché ingrassa il conto in banca di chi vive alle spalle dei deboli di spirito. Io non posso che elogiare il silenzio, quella mezz’ora al giorno in cui puoi metterti in contatto col profondo, essere te stesso col tuo Dio, e sorridere alle buche del flipper che hai evitato, con la magia di un tempo.

Ombrelli


Ci sono personaggi curiosi che è impossibile dimenticare. Io ricordo, per esempio, Agatino, l’uomo in nero – inclusi gli stivali e il cappello a larghe tese – con i suoi ombrelli enormi, colorati, che finiva sempre col lasciare a me e a don Mario. Parlava da solo, alla fermata dello 08, e sembrava non stancarsi mai dei suoi racconti. In fondo, faceva la cosa più normale: ascoltarsi. Abitudine in disuso, come quella uguale e contraria di ascoltare gli altri.
Davide era un folle molto lucido, quasi maniacale nelle sue strategie mirate a strappare qualche obolo. Quando uscì dalla droga, entrò in labirinti non meno complicati, ma lo Spirito Santo agiva clandestinamente, fino a convincerlo, prima di morire, a offrire la sua vita per il figlio che gli avevano tolto, e che lui aveva sempre sognato di riavere.
Poi c’era Katia, che sfondava la porta dell’ufficio parrocchiale e si spogliava, convinta di acquisire il diritto a un capo di vestiario della Caritas. Una volta apparve nuda in chiesa, passando quasi inosservata, scambiata forse per un armadio della sacrestia, finito lì per sbaglio.
Oggi, guardando gli automobilisti che si recavano al lavoro, pensavo a quanti di loro saranno stati tristi, arrabbiati, malinconici: eppure andavano. Immaginavo la tenerezza di Dio di fronte a tanta inconscia buona volontà.
Sì, lo Spirito Santo opera, anche a nostra insaputa, e ci guida alla meta nonostante noi, nonostante le nostre, a volte incorreggibili, stranezze.

Rosa Salvia, Il Giardino dell’attesa



di Pasquale Di Palmo

Gaston Bachelard scrisse che il giardino «è uno stato d’animo». Questa definizione può benissimo attagliarsi alla più recente raccolta poetica di Rosa Salvia, emblematicamente intitolata Il giardino dell’attesa. Nonostante le sue origini lucane (di Picerno, in provincia di Potenza), la poetessa vive da molti anni a Roma, dove suggellò la sua giovane esistenza, in maniera drammatica, il cugino Beppe, la cui opera è stata investigata da Rosa a livello esegetico. E tracce del classicismo dell’autore di Cuore (cieli celesti) e di alcune tra le più intense liriche della seconda metà del Novecento si ritrovano nel nucleo di questa raccolta, soprattutto nella sezione inaugurale che dà il titolo al libro. Continua a leggere→