
C’è un film, ormai introvabile, che tutti dovrebbero vedere. È tratto da un libro il cui autore è morto poco dopo averlo scritto. Anch’io ne scrissi, anni fa, e non sono morto. Ricordo, tuttavia, che in me finì qualcosa, e qualcos’altro nacque.
Trattava di un mendicante, della sua redenzione, della luce che in modo straordinario invade un’anima al buio.
L’occasione si affaccia per tutti. È una questione di cuore. Spesso lo mettiamo in cose che non valgono la pena: hanno l’effetto di inquietarci, di suscitare conflitti, di ridurre l’esistenza a un gioco di equilibri precari e complicati. Sono tanti i motivi: l’ambizione, le attrazioni sbagliate, i sentimenti di rivalsa. Quello che i preti chiamano “peccato”, e che è ingannevole: promette mari e monti, ma ti consegna paludi insalubri e discariche infestate.
Poi, un giorno, succede qualcosa: capisci che il tuo cuore è altrove, e non te n’eri accorto. Lì ti senti intero, le potenzialità dormienti si mobilitano, riemergono insieme dall’oblio. Non hai più paura di perdere, l’inquietudine è un ricordo, il vero io riposa in una serenità mai sperimentata.
Di fatti simili hanno parlato Paolo, Agostino, Pascal. Ma anche Luigi, Anna, Giancarlo, Alberto, Elisabetta… Sono racconti che sembrano film.
A proposito, all’inizio mi riferivo alla “Leggenda del santo bevitore”, di Joseph Roth. Ermanno Olmi ne ha fatto un film che tutti dovrebbero vedere, se non fosse ormai introvabile.
Archivi autore: fabrizio centofanti
Zosima

Ci ripetono spesso che il profeta non predice il futuro, ma parla del presente. Niente di più vero. Sul futuro non possiamo agire: è nelle mani di Dio, soprattutto in questi tempi che qualcuno definisce apocalittici, di resa dei conti, di nodi che verranno al pettine, di diavoli che fanno le pentole ma non i coperchi e via sentenziando.
Mai come in questi periodi il futuro può essere una causa di nevrosi, un vortice che rischia di fagocitare talenti ed energie.
Il profeta, dunque, invita a far tesoro del presente, l’unica realtà che abbiamo saldamente nelle mani: non perché possiamo dominarla, disporne a piacere, ma perché siamo direttamente responsabili di un atteggiamento che orienta alla salute psichica e spirituale o spinge verso i buchi neri del non senso.
Qui si colloca la nostra scelta, di importanza vitale per noi e per coloro con cui siamo in relazione. Se di fronte alla violenza dilagante diventiamo cinici o c’incattiviamo, facciamo il gioco del “Bisha” (maligno, in aramaico. Prima o poi cercherò di capire se ha a che fare con la nostra biscia: sempre di serpente si tratta). Se invece rafforziamo ancor più la nostra fede in chi ci chiede d’essere miti e umili di cuore, collaboreremo al grande progetto di ricostruzione.
Dostoevskij, che aveva compreso il meccanismo, mette queste parole sulla bocca dello starec Zosima, ne “I fratelli Karamazov”:
“Abbraccia la terra e ama senza tregua e senza riposo, ama tutti, fino all’esaltazione… Amate tutta la creazione di Dio, amatela nella sua entità, amate ogni granello di sabbia, ogni foglia, ogni raggio di Dio, amate gli animali, amate le piante, amate ogni cosa. Amiamo ogni cosa e in ogni cosa conosceremo il mistero di Dio”. Questa è profezia.
Dio e il bambino

Grazie a Dio parliamo la stessa lingua, tra connazionali. Ci sforziamo di farci capire, di comunicare al meglio ciò che abbiamo dentro. Ci riusciamo?
I bambini inventano un linguaggio, e tra loro s’intendono: è istruttivo vederli impegnati in gesti e suoni fuori degli schemi, a volte accalorandosi, o litigando per non si sa che cosa. Studiando il loro mondo, c’è sicuramente da imparare.
Anche noi dovremmo attingere a quella lingua arcaica, fatta di smorfie, di pianti, di sorrisi: cominciare da capo, prendendo l’altro seriamente, attenti a ogni minimo dettaglio della comunicazione verbale e non verbale.
Penso sempre a Gesù. Mi viene in mente la scena in cui una povera vedova, in mezzo a tanta gente, fa la sua offerta al tempio. Il Cristo se ne accorge. Vede che la questua è di due spiccioli. Sa che è tutto il denaro che possiede. Capisce che lo ha fatto per amore, e non per chissà quale motivo. Chi di noi avrebbe compreso tutto questo? Solo a un bambino e a Dio può capitare.
Proviamo a capirci come fosse la prima scena che guardiamo, come fossero le prime parole che ascoltiamo. Dio e il bambino hanno in comune questo, innanzitutto.
La poesia della musica brasiliana. Riflessioni attorno al disco MPB! di Arnesano e Abbracciante
Registrato tra il 2015 e il 2016 a Lecce, ma uscito solo ora su CD, ecco MPB! una bella celebrazione della musica popolare brasiliana – dai locali abbreviata in MPB – che va dall’inizio del XX secolo fino ai nostri giorni: è un vero gioiellino del duo pugliese composto dalla cantante Paola Arnesano e dallo strumentista Vince Abbracciante: insomma swingante omaggio alla miglior Musica Popular Brasilera, rispettivamente alla voce (da sempre in luce per questo genere) e alla fisarmonica (intesa come strumento storico ideale per molti generi caratterizzanti la cultura sonora verdeoro). Continua a leggere
Quando sei morto
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Quando sei morto, si capisce meglio chi sei stato. Si sfronda l’aura polemica che circonda inevitabilmente i tratti di una vita: gli antagonismi, le incomprensioni, le proiezioni che sempre operiamo su chi incrocia la nostra strada e può avervi una pur minima influenza.
Quando sei morto, sei morto: non dài più fastidio. La tua voce è fissata per sempre in una memoria imbalsamata, incapace di nuocere, o anche solo di turbare i sentimenti altrui.
Ecco perché i profeti vengono elogiati quando non sono più: si fa a gara a ricordarne le parole che prima ci offendevano o ferivano, perché incombevano come spade di Damocle sulle nostre scelte.
Quando sei morto, invece, è bello pensare che ci hai messo in crisi, che sei arrivato quasi a cambiarci, che mancava un dettaglio, un’ultima, piccola spinta per farci scivolare dalla parte opposta dell’invidia, dell’incapacità di condividere, di provare una sincera ammirazione.
Quando sei morto, emergono con chiarezza i tuoi difetti, l’incompletezza congenita dell’umanità, che ha bisogno dell’estremo abbraccio di Dio per riconoscersi integra, approdata all’immagine e somiglianza originaria.
Per questo l’elogio funebre è insensato: è una mistificazione, un occultamento delle falle che si aprono comunque in ogni umana cosa.
Quando sei morto, nessuno può sottrarti all’unico sguardo veritiero, quello che affranca da ogni inadeguata considerazione della tua persona; come cantava De André: il punto di vista di Dio.
Luigi Maria Corsanico legge Pierluigi Cappello (1967-2017)
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ISOLA
PIERLUIGI CAPPELLO
Dentro Gerico, Presentazione di Giovanni Tesio, Tavola di Sergio Toppi, La barca di Babele, 8, Circolo Culturale di Meduno, 2002, pp. 63, s.i.p.
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Antonio Vivaldi, Concerto per oboe in do maggiore RV452 – Adagio
Die Toteninsel, Arnold Böcklin Continua a leggere
Il tempo e il carciofo

Il tempo di Carlo Rovelli perde strati come i libri-carciofo indicati da Italo Calvino – Gadda, Rabelais, per dirne due soli tra i grandiosi epos del Moderno –, perché è la realtà stessa a presentarsi “ai nostri occhi multipla, spinosa, a strati fittamente sovrapposti”. Ci sono tuttavia affinità e differenze: i libri-mondo che Calvino cercava di sfogliare (nel senso etimologico del termine) assomigliano, certo, al concetto di tempo che Rovelli sfronda – più per noi non addetti ai lavori che per la comunità scientifica –, e tuttavia il procedere di Calvino puntava dritto allo svelamento della complessità (che sempre fugge come l’Angelica dell’Ariosto), mentre L’ordine del tempo di Rovelli (Adelphi, pp. 207, € 14), almeno in apparenza, procede, consonamente al rigore della prosa divulgativa, non solo alla razionalizzazione ma anche alla semplificazione – intesa come pulizia – di un concetto sul quale troppe sbavature si sono sedimentate. Continua a leggere
Carbonara di mare

La carbonara di mare non l’avevo mai mangiata. Non sapevo nemmeno che esistesse. Mettere insieme le uova, la pancetta, i gamberi e altri frutti di mare è un colpo di genio, come quando scopri collegamenti cui non avevi mai pensato: cosa passa tra Dio e un telecomando? E cosa c’entra la preghiera con il Nordmende dell’albergo?
C’entra, perché nella nicchia del telecomando ci ho messo il volto di Gesù, e alla TV ho attaccato le immaginette con le mie preghiere.
La vita è così: il mondo ci propone i suoi simboli, strumenti di decifrazione del reale, ma possiamo sostituirli con i nostri, scoprendo la Parola che va oltre le parole, l’Icona che racchiude e trasfigura ogni altra immagine.
Se facciamo così, a poco a poco, tutto parla di Dio: il Riopan gel sarà la memoria quotidiana che chi trasforma l’acidità in benessere è il Signore; un’auto che non si ferma alle strisce pedonali è il segnale che solo Dio rispetta fino in fondo la nostra libertà, e si restringe per permetterci di esistere. Gli ebrei lo chiamano “tzimtzum”, il ritirarsi del Signore: si fa da parte per lasciare a noi l’iniziativa, sperando sempre che, al telecomando, preferiamo il suo Volto, che confidiamo più nel suo potere che nei ritrovati della chimica, che impariamo ad apprezzare un universo in cui convivono pancetta e gamberi, umano e divino, leggendo nei simboli del mondo la presenza di Lui he ti fa spazio, e si china su di te come un padre con il suo bambino.
La patria

I proverbi sono utili, li ha usati anche Gesù. “Nessuno è profeta in patria” è un detto antico e sempre attuale. Perché fra patria e profeta non c’è accordo?
La prima tende a conservare, a dare sicurezza. Casa dolce casa, è un proverbio anche questo. Se uno è a disagio si sente fuori luogo, come un pesce fuor d’acqua, un cavolo a merenda, espatriato, insomma. L’uomo non vive senza patria, e guai a chi gliela tocca (come la corona di Napoleone). È il grembo materno, l’alveo in cui trovare ciò che è noto, familiare, e per questo rassicura.
Poi arriva il profeta e mette tutto in discussione: scardina principi, sconvolge la mentalità, mette in crisi i poteri. Il minimo che si possa fare è portarlo sul ciglio di un burrone e cercare di buttarlo giù, come accadde al Cristo nella sinagoga di Nazaret. Il tentativo fallì: non si muove foglia che Dio non voglia, si suol dire.
Si dà anche il movimento contrario: la nostra patria è nei cieli, come dice la lettera agli Ebrei. Il cielo è Dio, la fede. In questo senso, abbiamo soltanto una certezza, quello che un tempo chiamavamo – e ancora oggi, almeno noi, chiamiamo – il “depositum fidei “, cui si potrebbero accostare – adattandole – le parole pronunciate da Napoleone il ventisei maggio del milleottocentocinque: Dio ce lo ha dato, e guai a chi ce lo tocca.
Non passerà neppure un iota o un apice della Legge, dice Gesù. Di questi tempi, dovremmo farne un proverbio. La nostra patria è la verità, senza di lei siamo cavoli a merenda, pesci fuor d’acqua. Ma l’unico pesce capace di vivere fuor d’acqua è l’?????, che, come molti sanno, è l’acronimo di “Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore”. È lui la nostra Patria, e guai a chi ce lo tocca.
Parole sante
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Gli idoli si possono smontare: è un esercizio da compiere ogni giorno. Tutti tendiamo a mettere su un piedistallo qualcosa o qualcuno, e sbagliamo, come insegna la buona religione. Il primo comandamento ricorda di amare Dio con tutto il cuore, la mente, l’anima e le forze. Si potrebbe obiettare che così non resta spazio per niente e per nessuno, ma è vero il contrario, perché Dio è amore purissimo, dunque è l’unico che non toglie agli altri, ma aggiunge.
Il problema si pone quando al posto di Dio mettiamo qualcosa o qualcun altro: non essendo puro, contamina le nostre facoltà, riduce il talento, accorcia la vista spirituale, che ci mette in contatto con l’inconscio.
Come si smonta l’idolo? È un’azione da non svolgere direttamente (trovando punti deboli e difetti, che comunque non mancano), ma coltivando l’unico amore che non basta mai, quello con cui amiamo Dio.
Un metodo che utilizzo spesso, per ravvivarne la memoria, è pregare con il “Padre nostro” in aramaico. Lo schema è semplice: prima recito il versetto in italiano e poi lo ripeto nella lingua originale. Così:
Padre nostro, che sei nei cieli/ Avu-n d-b-ishmajja/ sia santificato il tuo nome/ nèt-qaddash shimmu-kh/ venga il tuo regno/ té-teh malciutu-kh/ sia fatta la tua volontà/ néh-ve sovjanu-kh/ come in cielo/ eiciàna d-b-ishmajja/ così in terra/ ap b-arah/ dacci oggi il nostro pane/ hàl-la-n làkhma/ quotidiano/ d-sunkàna-n jumana/ e rimetti a noi i nostri debiti/ u-shvùq la-n khobèi-n/ come noi/ eiciàna d-ap-àkhnan/ li rimettiamo ai nostri debitori/ shvùqqan l-khajavì-n/ e non indurci nella prova/ u-llà télla-n l-nessjuna/ ma liberaci dal maligno/ élla pàssa-n mén Bísha.
Parole sante, potenti, che rovesciano gli idoli e danno la priorità a chi se la merita.
Trittico della distanza, di Pasquale di Palmo

Prima di ogni partita e di ogni cielo
Bisognerà iniziare dall’epigrafe agostiniana per comprendere questo nuovo – essenziale, lucido, pietoso – libro di Pasquale Di Palmo, uno degli autori più parchi e intensi della sua generazione: «Quale uomo farà intendere ciò ad un altro uomo? Quale angelo a un angelo? Quale angelo a un uomo?». Ci troviamo nel capitolo conclusivo delle Confessioni: dopo aver ricapitolato il contenuto del racconto biblico della Creazione e aver reso grazie a Dio, Agostino pone l’accento sul mistero della misericordia divina (Tu vero, Deus une bone, numquam cessasti bene facere) e sulla contemplazione della sua perfezione: Tu autem bonum nullo indigens bono semper quietus es, quoniam tua quies tu ipse es («Tu invece, bene che non necessita di alcun bene, sei sempre in riposo, poiché tu stesso sei il tuo riposo»). Continua a leggere
Formule

Sarebbe bello inventare formule per raggiungere obiettivi socialmente utili: trasformare le persone moleste in interlocutori sensibili e discreti; sfruttare l’energia di fissazioni insopportabili per l’alimentazione di batterie domestiche; concentrare l’adrenalina della paura in pillole per ammansire i cani rabbiosi. Si potrebbero trasformare le grida dei bambini a messa in canti gregoriani, o fare una raccolta differenziata di manovre dei furbi sul Grande Raccordo Anulare e incenerirle davanti alla sede della Motorizzazione Civile.
Ognuno dei progetti richiederebbe competenze specifiche e certificate. Bisognerebbe stabilire, per esempio, quand’è che una persona può dirsi indubbiamente molesta, quando le grida dei bambini sono incontrovertibilmente esagerate, e il momento in cui le fissazioni diventano oggettivamente equiparabili a istigazioni al suicidio (per chi le subisce). Bisognerebbe ideare e istituire laboratori, industrie, ministeri; poi anche associazioni sindacali per difendere i diritti dei fissati, dei bambini isterici, dei furbi compulsivi. Ci vorrebbe un organo mondiale preposto al discernimento delle differenze etniche, religiose, sociologiche, per stabilire confini precisi – e adatti a ogni paese – tra sincerità e molestia, enfasi e aggressività, profondità di analisi e mania.
In alternativa, considerato l’impegno economico e sociale richiesto da un simile progetto, si potrebbe utilizzare a largo raggio la ricetta della prima lettera ai Corinzi, capitolo 13:
“La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”.
Il risparmio a ogni livello sarebbe evidente, e i risultati più certi e duraturi. La proponiamo?
Luigi Maria Corsanico legge Pier Paolo Pasolini
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Pier Paolo Pasolini
Supplica a mia madre (Poesia in forma di rosa, 1964)
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Alexander Scriabin – Prelude in f sharp minor (Op.11 Nr.8)
Vasily Gvozdetsky (piano)
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La farfalla

Se fossi una farfalla vivrei poco, ma potrei capire molto. Non che lei sia capace d’intendere e volere come noi ma, girando e rigirando, s’imbatterebbe inevitabilmente in certi nostri misteri incomprensibili.
Noterebbe, per esempio, quanto siamo diversi a seconda delle situazioni: un modo a messa, un altro per strada, altri ancora sul campo da gioco o in biblioteca. Si chiederebbe dove e quando uno è se stesso, e perché si cambi faccia, tono, voce.
Poi, un po’ alla volta, si accorgerebbe dei pensieri; di come, facendo una cosa, ne abbiamo in testa un’altra: lavoriamo e pensiamo alla partita, parliamo con qualcuno e con la mente programmiamo la serata, o risolviamo un qui pro quo, o rifacciamo i conti di un bilancio che non quadra.
La farfalla scoprirebbe, anche, cose belle: un bambino che dice ciò che pensa; papà e mamme che inventano qualcosa per strappare un sorriso ai propri figli; il passante che conversa con un povero.
Impegnandosi un po’, capirebbe cos’ha in cuore l’uomo, le sue vere intenzioni, il segreto che lo spinge a dire “basta” o “ancora” o “proviamo un’altra volta”.
Alla fine del suo giro, sarebbe un po’ più saggia: si poserebbe sopra un fiore senza pensare ad altro, perché tanto le basta, nella sua vita effimera, per essere felice.
La colomba

Bisogna lasciare, nella vita: il grembo materno, l’asilo – io dopo quattro anni, in pratica una laurea – la scuola elementare, le medie, il liceo, la facoltà universitaria. Per me, inoltre, il seminario, la parrocchia, le amicizie, le frequentazioni, i libri letti, il ristorante dopo il caffè e l’amaro, il bagno dopo la doccia o altre operazioni.
È un addestramento quotidiano a non fare di nessuna cosa o persona o situazione un idolo con cui identificarsi.
Il Signore, spesso, incrementa il processo a modo suo: con una prova, un fallimento, una perdita improvvisa. S’impegna a togliere, a privare di ciò che sembra necessario, indispensabile.
Lascia di qua, lascia di là, pare d’essere, a volte, appesi a un filo, sull’orlo di un abisso. Non si sa più che fare, a che santo votarsi, se rivolgersi all’ufficio reclami o allo sportello degli oggetti smarriti.
In realtà, la vita “deve” arrivare a questo punto, altrimenti siamo sempre soggetti a illusioni, ad appigli inaffidabili, come quando, sulla cima di un monte, ci si appoggia a una roccia staccata dal resto, che rotola di sotto insieme a noi.
“Deve” arrivare un giorno in cui non hai più nulla di quello che volevi. È il momento in cui la “filautia” cessa di vivere, non respira più. In quel preciso istante, in te comincia a respirare la Ruach, il Pneuma, lo Spirito di Dio, la roccia affidabile, la colomba alle cui ali ci si aggrappa con fede, per salvarsi.
Imagine

Penso a cosa sarebbe il mondo, se non ci fossi Tu, se gli atei avessero ragione, se tutto fosse emerso per caso, per una serie di azioni e reazioni sprigionatesi dal nulla. Un mondo materiale, in cui parole come anima, fede, vita eterna fossero l’armamentario di poeti e sognatori, buoni solo a far sorridere un pubblico distratto. Penso, per un attimo, a una vita che finisse con la morte, in cui nulla restasse della nostra essenza di persone, in cui al massimo si potesse conservare la memoria delle nostre azioni. Mi metto nei panni di chi combatte battaglie che dovrà lasciare a terzi, di cui non vedrà l’esito, così come di certi progetti; che entrerà a far parte della terra come cellula dispersa in altra materia, in un oblio completo della propria coscienza. Penso al fatto che dovrei concentrare tutto in pochi anni: affetti, relazioni, piani esistenziali, scritture e letture, opere benefiche, campagne politiche di liberazione o promozione umana, sapendo che di tutto questo non saprò più nulla, non mi riguarderà mai più, come se non fosse stato, e tutto ciò che ho vissuto equivalesse al sogno di una notte agitata, senza il dolce risveglio dall’incubo dissolto.
Penso a questo e sono ancora più felice di essere cristiano, di avere un Dio che da sempre crede in me, mi dona un mondo da vivere, in attesa di un Regno dove sarò felice con Lui e con coloro che in Lui si sono scoperti anima, fede, vita eterna. Penso che l’ateismo, grazie a Dio, sia una cosa che non fa per me. E che forse, in fondo in fondo, non faccia per nessuno.
Fiction 2 (seconda parte)

Questa è la seconda parte della recensione a Fiction 2, di Giulio Mozzi. È il seguito della prima, che Mozzi ha, forse, preferito escludere dal suo bollettino di letture e scritture, Vibrisse, dove ha invece pubblicato diverse risonanze sul medesimo libro (vedi qui, qui e qui).
Qualcuno potrebbe pensare che, per vendicarmi, in questa seconda puntata mi accinga a stroncare l’opera di cui ho parlato positivamente nella prima, con osservazioni importanti che forse il Mozzi non ha colto nel loro spessore. Ma non ho intenzione di perpetrare alcun tipo di vendetta: primo, per il ruolo che rivesto, e che suppone valori che non intendo rinnegare; secondo, perché Giulio è per me un punto sicuro di riferimento – per quanto secondario rispetto, che so, a Gesù Cristo -, e non voglio privarmene per futili motivi.
Detto questo, la seconda parte del libro Fiction 2, di Giulio Mozzi, mi sembra deludente. Non starò qui a descrivere le sfumature di tale delusione, che sono riconducibili, generalmente, al fatto che tanto la prima parte è avvincente, quanto la seconda mi è parsa un po’ debole, in netto contrasto con le aspettative del lettore.
Ciò non significa che Fiction 2, di Giulio Mozzi, sia un libro da evitare, tutt’altro – ogni suo libro ha molto da dire e ancor più da insegnare -, ma che al lettore convenga predisporsi, affrontando la seconda parte, a qualcosa che è al di sotto delle attese suscitate dalla prima.
Che Mozzi non abbia pubblicato la prima parte della recensione sospettando che la seconda sarebbe stata, inevitabilmente, un ridimensionamento della reazione appagata alla più coinvolgente sezione del suo libro?
Ironia affettuosa a parte, mi attengo al mio dovere di onesto recensore di un volume che ho cominciato a leggere con entusiasmo, e ho finito di scorrere saltando alcune pagine.
Ah! si potrebbe obiettare: sono proprio le pagine che hai saltato a collocare la seconda parte sullo stesso livello della prima. Tutto può essere: preferisco lasciare al lettore il giudizio formulabile esclusivamente in base al proprio, personale orientamento.
Per quanto mi riguarda, rimango dell’idea che Mozzi ritroverà la sua vena creativa, fino ad oggi perduta (quella di saggista è viva più che mai), solo se accetta di risolvere il problema del rapporto tra scrittura e vita, cui ho accennato nella prima parte – del tutto positiva – di questa bifronte e bistrattata recensione di un libro comunque e sempre da non perdere, come tutto ciò che Giulio scrive.
Daniele Abbiati recensisce la “Marca Gioiosa” di Roberto Plevano
«Non che il mondo avesse bisogno di un altro romanzo storico di ambientazione medievale, certamente no». Non è falsa, questa modestia, perché modestia non è. È, invece, un giudizio da lettore esperto in materia, prima che da scrittore all’esordio nella medesima materia.
Lo ha espresso sul sito Nazione indiana, parlando del proprio romanzo, Roberto Plevano. Cinquantasette anni, vicentino, laurea in Filosofia a Pavia, «Licence in Mediaeval Studies» al Pontifical Institute di Toronto, ha lavorato in varie università italiane e statunitensi e da anni collabora all’edizione critica delle opere di Giovanni Duns Scoto, un Doctor talmente Subtilis che spesso e volentieri anche gli addetti ai lavori fingono di non vederlo onde saltare a piè pari la sua opera… Continua a leggere
Damasco

La dottrina cattolica è una cosa seria. Ora la penso così, ma prima era diverso. Ero un ribelle, spregiatore di leggi, seduttore. Urlavo a mia madre, e lei si disperava. Da prete ho abbracciato le novità di teologi fuori dalle regole, mi aggrappavo all’ultimo banditore di teorie bizzarre, godevo di ogni trasgressione del già detto, in nome di un’esegesi senza regole e freni. Vedevo la Chiesa come un blocco compatto, un macigno che rischiava sempre di schiacciarmi, e così cercavo scappatoie, uscite di sicurezza che salvaguardassero quella che allora ritenevo la mia personale libertà.
Poi il Signore mi ha raggiunto nei suoi modi imprevedibili, mi ha rigirato non come un calzino, che sarebbe poco, ma come qualcosa che cambia colore, una notte che diventa giorno, e finalmente ho visto.
Oggi guai a chi mi tocca la dottrina. “Se anche un angelo del cielo” mi dicesse: il tuo Dio è conservatore, gli stringerei la mano e gli augurerei un buon viaggio di ritorno.
Dopo anni, ho capito che Dio non è mai come te lo sei raffigurato: è l’infinitamente Altro, che di punto in bianco ti prende di petto e ti rovescia da un cavallo che non c’è (san Paolo andava a piedi). Ma il quadro di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, è troppo bello per non tenerne conto: quello a terra, cieco, con le braccia alzate verso il cielo, sono io, e tutti coloro che si sono rimangiati qualcosa di grosso, nella vita.
Fiction 2 (prima parte)

Fiction 2, di Giulio Mozzi, è un libro che parla d’altro. È un testo che necessita di testi per spiegarsi, dunque è un testo al quadrato. Ma questi testi necessari sono a loro volta discutibili, per cui richiedono testi ulteriori delegati al lettore, che diventa in qualche modo autore. Il gioco procede all’infinito, fino a coinvolgere il libro dei libri, la Bibbia, anch’essa bisognosa di continuazione, come se l’ispirazione non s’interrompesse con l’ultima pagina, ma fosse destinata a traboccare dal sacro volume e perpetuarsi in storie successive, in cui lo Spirito continua a soffiare verità su verità, tanto Lui soffia dove vuole.
Fiction 2, quindi, è un libro fatto per moltiplicarsi, per partorire libri (di altri autori delegati e necessari): non a caso è segnato dal numero due, che non esclude il seguito di un tre, di un quattro e via crescendo, dando implicitamente l’impressione che la scrittura sia qualcosa impossibile da circoscrivere e che una qualunque conclusione non sia appunto che “finzione”.
Questo spiega perché la scrittura di Giulio Mozzi sia destinata ad esaurirsi. Delle due l’una: o riconosce la verità (che cioè la scrittura è senza fine), o accetta la finzione, che cioè un testo sia soggetto a conclusione, e perciò stesso a tacere per sempre.
La parabola di Giulio certifica che uno scrittore, per scrivere ancora, deve scendere a un certo compromesso: fingere che si possa mettere, a un qualsiasi testo, la parola fine, anche al libro dei libri.
Ma se non accetta compromessi, come pare che Mozzi voglia fare (ossia non fare) si riduce al silenzio (o a scrivere degli altri e per gli altri, cosa che lui fa benissimo).
Se vogliamo che Mozzi scriva ancora, non ci resta che sperare che si decida a fingere sul serio: cosa non riprovevole per un letterato, benché cattolico. Ecco la genesi possibile di Fiction 3, la vendetta, ossia il testo che accetta di essere testo e non una scrittura senza fine, come la Vita. Ne Il quinto evangelio, Mario Pomilio fa intuire che il libro dei libri è un testo concluso solo in quanto continua e s’incarna nella nostra storia.
[Continua. Confronta qui, qui e qui, per altre interpretazioni]


