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Prospettive

Capita a molti di sentirsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ho già raccontato di come, da bambino, mi ritrovai nella classe di mio fratello col grembiule bianco, mentre tutti lo avevano nero. Là il motivo era palese: non era la mia aula. Altre volte la ragione è più complessa: avrei potuto prevedere quel disagio, la prima e ultima volta che entrai in discoteca? Forse non sapevo ancora di essere introverso. Altre evenienze sono più drammatiche: matrimoni sbagliati (a giudicare dalla mole di distanze e incomprensioni), lavori che non piacciono, amicizie che deludono.
In genere, situazioni come queste inducono una serie di negatività aggiuntive, di pensieri “cattivi”: non ne azzecco una, qualcuno me la tira, non uscirò mai da questa trappola. La vita diventa insopportabile, ci si rassegna al peggio o si butta tutto all’aria: un nuovo partner, la ricerca di una diversa occupazione, un altro giro di amicizie.
Non di rado, il mutamento non sortisce effetti: invertendo l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia. A volte, il nuovo stato è peggiore del primo, con l’aggravante di una frustrazione elevata all’ennesima potenza.
Questa, paradossalmente, è la condizione ideale per entrare in contatto col Vangelo: per affacciarsi a un altro mondo, può essere uno stimolo avere problemi con quello precedente. Oppure basta coglierne le falle, il montaliano “anello che non tiene”.
In genere, il bello di Dio ti viene incontro quando, per un motivo o per l’altro, senti il bisogno di guardare verso l’alto. Quando gli chiesi la preghiera allo Spirito Santo, don Mario mi rispose: vuoi salire?

Pizza, pesto e pandoro


Vantarsi è una cosa ridicola, lo sanno tutti. Eppure, ogni tanto, scappa l’autoincensazione, come fosse una trappola nascosta a cui pochi riescono a sottrarsi. A volte ci vantiamo per scherzo, ma non è meno rischioso: in questi casi, il confine è molto labile, e poi va’ a sapere se lo humour è compreso dagli astanti.
Ci si vanta di tutto: di una macchina, di una laurea, di una donna. Se il soggetto è femminile, si gloria di un vestito, di un gioiello, di un taglio di capelli. Alla lista delle millanterie appartengono le stranezze più improbabili: il bagno di casa, un paio di occhiali, l’autografo di un calciatore. Il bello della vanteria è che non ha senso, quindi, paradossalmente, può passare di tutto. Napoli si vanta della pizza, Verona del pandoro, Genova del pesto. Una volta, in una bettola della città vecchia, mangiai con don Mario un piatto di trenette, e scoprimmo che il pesto che spacciano a Roma è un’altra cosa.
Vantarsi, in genere, è nocivo: chi si loda, s’imbroda. Figurati se sei di Ancona e ti vanti del brodetto…
Un tema così frivolo non ha mancato di suscitare l’interesse di personaggi illustri: Gesù condanna la vanità di scribi e farisei; san Paolo, oltre a informarci che “la carità non si vanta”, se ne esce nell’unico vanto ammissibile, per un cristiano: di cosa mi vanterò, se non della croce di Cristo?
Questo mi fa pensare: un atteggiamento ridicolo può trasformarsi in una scelta eroica. Bene e male non sono mai astrazioni: si spiegano soltanto in relazione alla persona. La vita, più che uno scontro tra bontà e malvagità, è una battaglia tra Dio e il demonio. Quest’ultimo si vanta d’averne ucciso il Figlio, e in quel momento perde.

Luigi Maria Corsanico legge Odisseas Elitis

[youtube=https://youtu.be/E-MfPOryAVY]

da qui

Sole il Primo/I – Odisseas Elitis
(Traduzione di Nicola Crocetti)
da “Odisseas Elitis, Sole il Primo”, “Quaderni della Fenice” Guanda, 1979
Nel 1979 gli fu conferito il Premio Nobel per la letteratura; tra le motivazioni del premio spicca il desiderio di libertà intellettuale e sviluppo della creatività, che traspare dalla sua poesia. Morì ad Atene nel 1996.
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Paul Klee, Ad Parnassum, 1932

Johannes Brahms
Intermezzo in B-flat minor, Op. 117 No. 2 (excerpt)
Grigory Sokolov, piano
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C’è un tempo


C’è un tempo per tutto: lo dice Qoelet, ma ce ne accorgiamo anche da soli.
Il bello di questa verità lo assapori quando vivi una svolta, altrimenti rimane una teoria.
Appena nati, non siamo che una palla di carne: bisognosi di tutto, passivi, dipendenti. Facciamo tenerezza. Man mano che cresciamo, affrontiamo le prime, vere frustrazioni: realizziamo che la vita non è solo ricevere, ma anche attivarci, elaborare, dare. Tra il ricevere e il dare c’è un cambio di stato, una discontinuità.
Restare palla di carne (intesa come categoria teologica) è una tentazione che continua a inseguirci, a volte per sempre: pensiamo alla dipendenza dalla pornografia. Qui si pone una chiara resistenza al passaggio fondamentale della vita: dalla carne allo spirito. Dov’è l’ostacolo?
La risposta è semplice: tutto dipende da ciò che riteniamo bello, buono e vero. La carne ha un suo fascino, una sua bellezza. Il frutto dell’albero del bene e del male era “bello a vedersi e buono da mangiare”. La questione è se si tratti di vera bellezza, di qualcosa che è bene per noi e per gli altri.
Possiamo utilizzare tre strumenti, per sciogliere il nodo: la fiducia assoluta del bambino, l’umiltà e la Parola di Dio.
Con la fiducia del bambino mi fido più del discernimento del Signore che del mio. Con l’umiltà, impedisco che la superbia si metta di traverso. La Parola di Dio mi chiarisce il suo punto di vista, il fatto che la carne “non giova a nulla” ed esclude dal Regno, la scoperta che è lo spirito soltanto a dare vita.
C’è dunque un tempo della carne e un tempo dello spirito: quando questo arriva, comprendi veramente Qoelet, e con Qoelet tutto il resto.

109. Di lì a poco


Non che la vita non fosse piena di sorprese: ma l’asse portante si era rovesciato, dall’esterno all’interno. Da bravi introversi, eravamo sempre più a contatto con gli archetipi, e principalmente con l’Archetipo del Sé, il Cristo. Il nostro, con Lui, era un dialogo continuo, serrato, come se avessimo compreso che la chiave si celava in questo trait d’union, nell’aggancio di ogni cosa a Lui, che dava senso, forma, proporzioni al tutto. Cos’era il peccato, se non il distacco tra l’esperienza e Cristo? Non era precisamente questa l’intersezione con la colpa originale? Non nasceva da qui la superbia diabolica – dunque, etimologicamente, divisoria – che aveva prima innalzato l’uomo nell’euforia di un’indipendenza senza limiti, sprofondandolo, poi, nell’angoscia di un amaro isolamento?
Sentivamo Gesù presente, in ogni istante, interlocutore attento, delicato, sempre pronto a soccorrerci nelle nostre défaillances, nei momenti di rabbia o di sconforto. Tornava l’idea fondamentale che nell’amore tutto è collegato, nel senso di connesso a Lui, l’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine, il codice con cui decifrare anche le pagine più astruse della storia.
Da qui scaturiva un ottimismo che sembrava impossibile, grottesco, in una fase come quella, in cui il mondo danzava sull’orlo dell’abisso, inconsapevole di ciò che sarebbe accaduto, di lì a poco.

Pesi


Se ognuno sapesse quanto pesa sugli altri, proverebbe un desiderio di sparire. Sarebbe utile stimare, con un’apposita bilancia, il carico di aggressività, di incomprensione, di volgarità, di mancanza di tatto che incombe quotidianamente sul genere umano. Di fronte alle cifre precise di un imparziale tabulato, immaginando i nostri simili e noi stessi tramutati in bestie da soma, avvertiremmo un senso di pietà e di fratellanza, come avviene, a volte, in tempo di guerra.
Ogni mattina, invece, come niente fosse, scarichiamo sulle spalle degli altri tonnellate di rifiuti tossici, senza l’ombra di un rimorso.
Ci sono casi in cui ciò è perseguito con malizia, come fosse una sorta di sfogo personale, una riparazione d’ingiustizie, di torti subiti, magari, nell’emisfero opposto, ma che importa? L’essenziale è che qualcuno paghi, che la sofferenza si diffonda, perché una volta ferito, non accetto che ci sia chi possa uscirne illeso, più felice di me, o meno disperato.
Proporrei una scienza sociale dei fardelli spesso insopportabili che ci scambiamo con larghezza; esperti in materia potrebbero configurare i diagrammi di una coppia, di un giro di amici o di parenti, di un luogo di lavoro.
Osservando quei grafici potremmo essere presi da un tardivo pentimento, spremeremmo una lacrima quasi controvoglia, come se ammettere quanto siamo pesanti fosse l’operazione più incongrua e stravagante che un essere umano possa concepire.

Cronache di qualche tempo


Tutto, in quel mondo, funzionava bene: ti alzavi a quell’ora, consumavi quel genere di colazione, ti vestivi in quel modo, prendevi quel mezzo pubblico se abitavi in quella zona, salutavi i colleghi con quel cenno della mano, sedevi al tavolo con la schiena dritta, rispondevi al telefono con un certo tono, utilizzavi il computer con gli identici programmi, usufruivi della pausa mangiando e bevendo quelle cose, riprendevi il lavoro fino allo squillo dello stesso campanello, risalutavi con quel cenno della mano, risalivi sullo stesso mezzo pubblico, cenavi in base al solito menù, accendevi la televisione appena entrato in casa, vedevi l’unico programma sull’unico canale, ti sentivi stanco al punto giusto, ti mettevi il pigiama e andavi a letto.
Non esistevano eccezioni a questo meccanismo, in base al quale ciascuno sapeva esattamente cosa fare, cosa dire, come essere. Non si sprecavano energie, nemmeno in contrasti impercettibili, perché non c’erano argomenti intorno a cui discutere o non essere d’accordo: tutti dicevano e facevano le stesse cose, gli stessi gesti, con le parole levigate dall’uso, senza più quei fastidiosi errori di pronuncia o di grammatica.
Tutto, tutto era perfetto.
Solo un dettaglio non erano riusciti a regolare: la notte. Appena scivolavi nel sonno, ti scoprivi ad agire, pensare e parlare in un modo diverso; ma così diverso che finiva col turbarti, fino a minacciare l’armonia universale, fino a provocare un’azione che nessuno avrebbe immaginato, un atto foriero di conseguenze imprevedibili: mangiare, a colazione, un cornetto al cioccolato anziché i biscotti dietetici integrali. Fu lì, dissero poi, che prese avvio un movimento dapprima sommesso, poi sempre più deciso e travolgente, che cambiò in modo irreversibile il corso della storia.

La “leggenda privata” di Michele Mari


di Guido Michelone

Giunto al ventesimo libro (traduzioni escluse) fra narrativa, poesia e saggistica, Michele Mari, scrive la propria autobiografia, forse su commissione o su richiesta dell’editrice, stando a quanto afferma nel libro stesso, non senza una punta di lirica ambiguità, come accade nei migliori esempi di un genere letterario, a sua volta in grado (a seconda degli autori, insomma) di oscillare tra fiction e cronaca, menzogna e verità, affabulazione e trattatistica. Continua a leggere→

Attaccamenti


A volte penso che la vita sia soltanto una questione di buon senso. Abbiamo necessità di dimostrare che l’universo sia stato creato da Qualcuno? La straordinaria ricchezza e complessità della realtà si è inventata da sola?
Dal mondo fisico al mondo morale. Il peccato è una trasgressione della logica: cadere in tentazione significa non stare in piedi, e l’uomo è caratterizzato dalla posizione eretta. Nello stesso ambito, un altro verbo è cedere: se una cosa cede, non funziona, è logora, avariata.
I peccati della carne dovrebbero essere aborriti in un mondo di vegetariani e di vegani. E comunque la carne non si può separare dal contesto: lo spirito, la psiche.
È peccato non rubare quando si ha fame, cantava De André, e posso essere d’accordo; ma negli altri casi non ha senso: esiste il mio e il tuo, anche se portano in sé una vocazione – onesta e trasparente – a diventare “il nostro” (vedi il pane del Pater).
Uccidere è il massimo della contraddizione: chi mi autorizza a togliere all’altro quello a cui sono più attaccato?
Questo è un punto critico: un omicida, sarà davvero affezionato al vivere?
Forse la questione va affrontata da un’altra prospettiva.
A cosa vale la pena essere attaccati? Cosa amo, sul serio, nella vita? Da ciò dipende, in ultimo, l’ordine della mia esperienza. Ciò che amo, lo metto al primo posto, e da lì discende la mia scala di valori. Ora, se questo mondo lo ha creato qualcuno che chiamiamo Dio; se Lui ha plasmato la bellezza che ci affascina, in mezzo alle bruttezze che abbiamo avuto il coraggio di produrre; se la logica suprema, dunque, di ciò che ci circonda giace nel fondo del suo “cuore”; allora sì, mi viene da credere che la scelta più coerente stia nell’essere attaccati a Lui, amandolo con tutta la mente, il corpo e l’anima. Altro che rubare, uccidere o commettere peccati della carne.
Conviene più fidarsi del Padrone di casa, che ha le chiavi di ogni stanza, ed è tanto sicuro di sé da metterle nelle nostre mani.

Piacevolevolissimevolmente


Satana punta molto sulla vanagloria. L’uomo è fatto così, ha bisogno di essere approvato. In certi casi, esaltato, idolatrato. Si fa presto, in questo senso, a cadere nel ridicolo.
Oggi tutto è amplificato dalla cassa di risonanza della rete: si pubblica un post per far sapere che cosa si è mangiato, se si ha il mal di pancia o l’emicrania. Esigenza di condivisione? Spirito comunitario che viaggia con il web?
Spesso viviamo di ciò che di noi pensano gli altri. Siamo molto preoccupati di porgere un’immagine, accuratamente predisposta. Se riceviamo un “like”, siamo appagati: abbiamo fatto accogliere il messaggio a cui tanto tenevamo.
Sarebbe utile tentare l’esperimento opposto: mettere in piazza quello che di noi disapproviamo, c’imbarazza, o di cui ci vergogniamo. In fondo, l’amicizia è accettare l’altro per quello che è realmente, non accontentarsi della maschera.
La vanagloria introduce in una vita parallela, dove tutto fila liscio, è piacevole, suscita adesione spontanea e simpatia: un mondo virtuale, appunto, che poco ha a che fare con la nostra esperienza quotidiana.
Il passaggio salvifico sarebbe quello dal mondo virtuale al mondo virtuoso, scaturito dall’esercizio delle tre colonne della vita cristiana: verità, carità e libertà. Essere se stessi nell’amore significa essere finalmente liberi: non m’interessa il giudizio degli altri, ma quello che mi sembra il loro bene. Non cerco la loro approvazione, ma la scoperta delle nostre ricchezze, il tesoro spesso sconosciuto, nascosto nel campo incolto delle anime.

Semplice


A volte è utile semplificare. Che nella testa girino pensieri non sempre gradevoli o graditi è un dato di fatto; che spesso ci lasciamo appesantire da preoccupazioni, reazioni negative, scoraggiamenti e depressioni, è altrettanto incontestabile. Ci siamo certamente posti, prima o poi, la fatidica domanda: perché è tutto così maledettamente complicato?
Se siamo arrivati a questo punto, possiamo passare alla fase successiva: la ricerca di una soluzione.
Tempo fa uscì un libro, che acquistai assecondando la mia curiosità vorace: “Simplify your life”. Era una frizzante proposta di alleggerimento degli ambienti e delle modalità di relazione. Un classico esempio – per me, almeno – di risposta al di sotto delle aspettative. Di quella lettura, non rimase niente.
I manuali che promettono di rendere la vita più piacevole, di fornire ricette infallibili per la realizzazione personale, non si contano più. Sono formule che lasciano tutto come prima, senza incidere in nulla su ciò che vi è di più importante.
Poi torni al Vangelo e trovi, al riguardo, istruzioni interessanti: ti ringrazio, Padre, perché hai rivelato queste cose ai piccoli, e le hai nascoste ai sapienti e agli intelligenti; beati i puri di cuore, perché vedranno Dio; gli ultimi saranno primi e i primi ultimi; venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi.
La semplificazione più efficace e radicale si nasconde in questo libro. È come se l’arte della vita consistesse soprattutto nel togliere: quante realtà riteniamo indispensabili?
Marta, Marta, tu ti agiti e ti affanni per molte cose, ma una sola è quella che conta. Quale? Quella che ha scelto Maria: ascoltare Gesù, conversare con Lui. Se Cristo diventasse il nostro confidente; se è vero che – soddisfatte le necessità primarie – l’amore è tutto ciò che serve; se vivendo nell’amore autentico non si sente più bisogno d’altro, avremmo risolto definitivamente ogni problema: Lui è amore infinito e onnipotente, basta e avanza. Semplice, no?

Quando


Quando sarà tutto finito, ci volteremo indietro, con un po’ di nostalgia. Penseremo alle cose belle della vita, a quel golfo visto dalla terrazza del paese, al tramonto che si portava via un segreto, allo sguardo del bambino che ti chiedeva il nome. Ci sembrerà strano andarcene così, senza saluti. Mio padre, quando partì con l’ambulanza, disse a mio fratello: dài un bacio a tutti. Ecco, dare l’ultimo bacio, sapendo che qualcosa resterà dopo l’addio, la partenza spogliata della tranquilla certezza del ritorno.
Quando ce ne andremo, però, avremo anche gli occhi conficcati nel futuro, pronti ad accogliere l’affidabile promessa del riposo. In fondo, la vita è un lavoro impegnativo, e a un certo punto ti chiedi: quanto manca alla pensione?
Sì, quando sarà tutto finito andremo alla pensione paradiso, dove il vitto è gratuito, e i cornetti non finiscono. C’è gente che ti tratta bene, che ti ama: sarà curioso sentirti amato da tutti quelli che incontri, come se la rabbia, l’odio, o il saluto negato, la parola maldicente, il giudizio temerario, non fossero che un ricordo sbiadito, da guardare con una certa tenerezza.
Quando saremo di là, sarà normale pensare a quelli che ancora si stanno arrabattando, che a quest’ora della sera mettono in fila parole come soldatini, sul pavimento freddo della casa paterna: scrivere è giocare con la guerra che in te combattono i dolori e gli squarci improvvisi di allegria.
Quando sarà tutto finito, riporremo il nostro esercito nella scatola blu, e finalmente Qualcuno scriverà, in fondo all’ultimo racconto, la parola pace.

Luigi Maria Corsanico legge Nazim Hikmet. 3

[youtube=https://youtu.be/TAWBMHO2BPw]

da qui

NÂZIM HIKMET
ANGINA PECTORIS (1948)
Traduzione di Joyce Lussu da “Tradurre Poesia” (1967)

Interpretazione di Luigi Maria Corsanico

Johann Sebastian Bach
Cello Suite No.4 in E flat major, BWV1010
4.Sarabande
Robert Cohen

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Dia-logos


I dialoghi sanno di miracolo. Sembra facile capirsi, ma ognuno ha un suo punto di vista, un’esperienza irripetibile, una serie di filtri che ne orientano, in un senso o in un altro, l’attenzione: speranze, paure, desideri. Eppure il rischio si corre, intravedendo un possibile guadagno, un incremento d’essere, un ampliarsi di orizzonti.
Se non dialogasse, che sarebbe l’uomo? Si scoprirebbe rinchiuso nel suo mondo con le idee ibernate, le parole logore, la convinzione che nulla possa esistere al di là del suo modo d’intendere la vita.
Invece no, ci proviamo, nonostante tutto: equivochiamo, litighiamo, ci togliamo la parola, ce la rendiamo a stento.
Il dialogo è battaglia, trappola, sorpresa: ti metti in discussione e affini le tue armi, sei costretto a scrutare più a fondo, a ipotizzare ostacoli, a misurarti con dubbi ed obiezioni, a farti togliere e a ricevere qualcosa. Finché ci si ritrova esausti e ci si guarda a fatica, come pugili all’ultima ripresa.
Dialogare è scommettere che oltre la mia idea, oltre la tua, c’è una realtà che in tanto si avvicina in quanto ci lasciamo trasformare dai botta e risposta, dalla mano che gesticola, dal tempo che passa e ci scolpisce come il vento le dune del deserto.
Ecco, siamo dune sotto il sole del Senso. In principio era il Logos; con Lui viene il dia-logos, la parola che passa, ferisce, uccide, risuscita in una formula più pura, rarefatta, miracolosamente comprensibile, appetibile, come un pane spezzato sulla tavola, prodigiosa, come un fiore sbocciato nel deserto.

108. Specialisti


Ogni tanto arrivavano notizie che suonavano come una conferma di ciò che da tempo sapevamo. Ma quello che più caratterizzava il clima del momento era un intimità maggiore col Signore, una coscienza che tutto sarebbe stato unito, assunto in Lui, trasformato in materia vivente, in molecole di amore: l’Eucaristia anticipava il mondo a venire, che si apriva al di là della barriera della morte, e che grazie alla Pasqua di Cristo si poteva vivere già qui.
Di fronte a una tale prospettiva, tutto il resto appariva scolorito: era questa la scala di valori che prendeva corpo nella nostra impresa, tutta giocata tra fallimento umano e gloria incorruttibile del Progetto eterno di Dio. Solo in questa luce diventava vivibile un contesto in cui prosperava l’esatto opposto della profezia: una visione materiale che tradiva sempre più la propria inconsistenza, e che pareva inaccessibile a qualsiasi istanza di rinnovamento. Ecco, allora, che i segnali di cui sopra si mostravano per quello che erano: un appello al cambiamento, un richiamo urgente a una revisione totale della propria vita. Serviva un cataclisma per smuovere le acque? Per convincere l’uomo che l’unico vero Dio non avrebbe potuto essere lui, anzi, che lui, di fronte a questo Dio, avrebbe avuto una sola chance realistica, cadere in ginocchio, implorando la salvezza? Come sempre, non restava che attendere, e noi, ormai, eravamo diventati specialisti dell’attesa.

La Legge


Il mondo è fatto così: d’inverno piove, d’estate c’è il sole. È vero che esistono, oggi, vistose anomalie, ma insomma: il bue muggisce, il cavallo nitrisce, non ci sono santi. Il fatto che la realtà funzioni così, e non altrimenti, continua a sembrarmi degno di attenzione. Si danno leggi che non possiamo ignorare, fuori e dentro di noi. Tutto sta a capire il loro senso, la loro direzione. Si è parlato tanto di teoria evolutiva, della sopravvivenza del più forte; nel nostro tempo, diversi uomini di scienza tendono invece a difendere il principio di collaborazione, preferendolo a quello antagonista. Mi sembra un passo in avanti decisivo: nell’essere tutto è collegato, ogni cosa corrisponde a un’altra, un meccanismo perfetto governa l’universo, altrimenti non staremmo qui a parlarne.
Contemporaneamente, ci accorgiamo di come, in questo quadro armonico, si aprano falle: terremoti, cataclismi cosmici, carestie, siccità, fenomeni più o meno disastrosi arrivano a sconvolgere il libero e tranquillo fluire dell’energia universale. C’è qualcosa che turba la pace, e che forse è ancora più visibile all’interno dell’uomo e della rete dei rapporti che costituiscono il suo mondo: conflitti, incomprensioni, odi, omicidi, guerre, stragi ed olocausti segnano la storia con una scia di sangue senza fine.
Qual è il segreto dell’ordine, del buon funzionamento di tutta la realtà, il principio affidabile che ispira ogni buona condotta, all’altezza del Progetto originario?
A chi gli chiede quale sia il comandamento più importante, Gesù risponde: l’amore per Dio, per se stessi e per il prossimo. Questa è la Legge, aggiunge subito.
Se la Legge è l’amore, vuol dire che tutto ciò che va in direzione dell’amore tiene insieme l’universo; tutto ciò che gli si oppone, invece, causa dissidi, catastrofi, la tragedia del male di cui arriva notizia ogni momento.
In fondo, come sempre, sta a noi scegliere di quale legge lasciar innamorare il nostro cuore.

Francesco Dalessandro legge Raffaela Fazio


QUEL NULLA CHE È TUTTO

 

Più invecchio e più il mito mi dà consolazione.

Aristotele

 


Ogni mito è il destino chiuso in un nome; è quando quel nome viene evocato che si dispiega come un candido telo sul quale la notte ricama i suoi gridi e i suoi silenzi. Fra il grido e il silenzio, il nome si palesa e rivela il suo senso nel momento in cui la voce lo risveglia. Continua a leggere→

Scommettiamo?


Per un momento, immaginiamo che tutti credessero in Gesù. A ben vedere, non è così impossibile. Ha insegnato l’amore, la speranza, la fiducia. Ha detto che la vita non finisce con la morte, che la bontà viene premiata, e la cattiveria è votata al fallimento.
Non pochi atei hanno intravisto in Lui una figura straordinaria: Nietzsche ha scritto che c’è stato, nella storia, un solo cristiano, ed è morto in croce. Sono famose le canzoni dedicategli da Fabrizio De André, culminanti nel coro finale della “Buona Novella”: “non posso pensarti figlio di Dio, ma figlio dell’uomo, fratello anche mio”.
Se tutti credessero in Gesù, il mondo sarebbe migliore. Solidarietà, pace, non violenza, diverrebbero realtà quotidiane; il pane si moltiplicherebbe e i malati sarebbero guariti. Tutto da guadagnare, a prima vista. Ma dev’esserci un anello che non tiene, perché, in fin dei conti, non sono poi tanti quelli che lo seguono davvero.
Pensa che ti ripensa, mi pare che una parte di responsabilità ricada sui credenti. Il peccato ha una sua bellezza, come ricorda Genesi: il frutto dell’albero del bene e del male era “bello a vedersi e buono da mangiare”. Come rinunciare a tanto allettamento? Solo imbattendosi in qualcosa di più bello. Agostino d’Ippona, santo e genio, ha stabilito una volta per tutte che la fede è desiderio. Finché non desidera il bene più del male, l’uomo ignora la proposta di Cristo: chi glielo fa fare?
Non resta che invitare i credenti a mostrare la bellezza di Dio, il fascino irresistibile dell’essere cristiani. Qualcuno in più ci crederà. Scommettiamo?

Aprire la mente


di Riccardo Ferrazzi

Agli albori del terzo millennio, dapprima in forma di dubbio, poi con sempre maggiore convinzione, giornali e tv comunicarono al pubblico una notizia sconvolgente: la scienza è in grado di spiegare sì e no il 5% della realtà, tutto il resto è semplicemente sconosciuto.
Come gli antichi romani all’annuncio della disfatta di Canne, scienziati e opinione pubblica reagirono con animo virile: nessuno parlò di catastrofe, nessuno intonò il mea culpa. Gli scienziati cominciarono a parlare di “materia oscura”, l’opinione pubblica si dispose ad attendere fiduciosamente la spiegazione di cosa fosse questa nuova materia. Continua a leggere→