Archivi categoria: Fabrizio Centofanti

On the road

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Sepolti negli angoli bui, diafani alla luce, invisibili: è impossibile vederli, ci vorrebbe un radar, un bastone da vecchi rabdomanti, o forse l’occhio clinico che cogliesse un sussulto, un movimento improvviso dello sguardo, un sopracciglio alzato, un gesto impercettibile del corpo. Che fatica trovarli, svelarli a loro stessi, presentarli al mondo, senza mai illudersi di tenerli in pugno, i potenziali lettori.

Errata corrige (a proposito di Eco)

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Apprendo che c’è un refuso all’origine de Il nome della rosa. Il famoso distico con cui si conclude il romanzo sarebbe in realtà questo: “Stat Roma pristina nomine, nomina nuda tenemus”. L’allusione è al declino della città eterna. Mi chiedo se un capolavoro dell’arte o della letteratura possa scaturire da un errore. Si affacciano il nome di György Lukács e il suo realismo, le descrizioni ottocentesche e la loro ossessiva precisione. Mi viene in mente persino la Bibbia, col suo ruach elohim, premesso alla creazione, che non sarebbe lo Spirito di Dio, ma un vento fortissimo sull’abisso informe. Sta a vedere che tutto nasce da un equivoco, che il mondo va avanti solo perchè qualcuno si è dimenticato di correggere.

Vendere

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Il mercato è ambiguo per principio. La sua funzione non è la trasparenza, la presa di posizione coraggiosa, la decisione chiara. Tutto ciò può essere un ostacolo, un ritardo; peggio, un motivo di rifiuto. Ciò che deve passare è la curiosità insaziabile, l’attrazione subdola, il piacere perverso, sadismo e masochismo. Il mercato non deve educare, formare, liberare. Il mercato deve vendere.

Amato mondo

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Cristo Re. Il folle versò il secchio di benzina su don Mario e lo incendiò. Erano le sette e cinquanta del 24 novembre del ’96. L’amico perduto, pensammo, e invece fu l’amico ritrovato. Ancora dodici anni in mezzo a noi. Ogni giorno pregavo che non mi fosse tolto. Era il mio crocifisso, simbolo di chi dà la vita e, se lo bruci, risorge dalla cenere della maledizione. Don Mario non c’è più, ma il suo sorriso continua a sconvolgere la chiesa, attraversata da un brivido ogni volta che un povero gioisce, un reietto ritrova se stesso in un abbraccio, un drogato getta la siringa e chiede: cosa posso fare? Niente è più come prima. Se tentassimo di seppellire i tuoi ideali, all’alba di Cristo Re la pietra rotolerebbe via, come per ogni gesto d’amore di questo maledetto, amato mondo.

Brenda

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Un fatto di sesso? No, di soldi, di politica, di affari. L’ultimo anello è quello che non tiene, destinato al macero. Coincidenze, dettagli di un mosaico perfetto. Come ti incastro il pupo che ha sbagliato. Per noi. Brenda, ultimo anello, la sposa della morte sacrificata sugli altarini della gloria. Sporca di sangue.

Sor’aqua

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Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua.
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Bei tempi, quando qualcuno poteva parlarne in libertà, quasi riproducendone la freschezza inarrivabile, la purezza intangibile. Per la bibbia, l’acqua è il tesoro per antonomasia. L’uomo del deserto ne conosce ogni dettaglio, ne apprezza ogni segno. Nessuno alzi le mani su di lei, nostra sorella umile, mai nostra schiava.

White Christmas

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E’ una delle canzoni più dolci che ricordo, il Natale di Francesco De Gregori. Rendeva bene il sentimento indefinibile, tra il malinconico e il complice, che regnava in quegli anni irripetibili. Ci si sentiva uno, senza sapere perché, e senza chiederselo. Fraternità casereccia, che riconciliava con il mondo. Le falle nel presente e nel futuro si scongiuravano presto, come il gelo vinto dalla tombola e il vino, dall’appuntamento col fuoco su una spiaggia piena di colori. Proprio come oggi.

Perdono

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Tornato da giorni di inferno e paradiso, sono travolto dagli impegni. Aperta la posta, trovo una cifra imprecisata di messaggi. Il primo impulso è piangere: impossibile rispondere, anche in minima parte, all’onda anomala. Il senso di colpa si insinua, anche non volendo. Che fare? Ho deciso, infilo Wanda da youtube e chiedo perdono a tutti quanti.

Alla stessa ora

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Responsabile di tutto. C’è chi darebbe chissà cosa per esserlo. Per me è una pressione continua, a volte insopportabile. Potrei dire al cardinale: vorrei andare a Loreto, farò il predicatore, il direttore d’anime. Starei su un colle incantato affacciato sul Conero e l’Adriatico, le case senza tempo di Recanati, Osimo, Castelfidardo. Passeggerei sotto il portico del Palazzo apostolico, davanti alla splendida facciata del santuario, di Bramante e Sangallo. Dimenticherei l’affanno della periferia romana, l’assedio dei poveri, le infinite beghe pastorali. Le meschinità quotidiane sarebbero un’immagine sbiadita, il dolore svanirebbe in un dolce e meritato riposo. Ho deciso: resto qui. La storia corre dalla parte delle piaghe, dei colpi, delle imprecazioni. Gesù s’incontra solo in una delle quattordici stazioni da cui parte ogni giorno, alla stessa ora. Responsabile di tutto.

Frutta e verdura

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Qualcuno dice che l’inferno non esiste. Si spera sia vuoto: se Dio ama come può volerlo? E’ l’uomo che decide di restare solo, rinunciando anche all’ultimo abbraccio. Si può arrivare a rifiutare l’estrema parvenza di dialogo, quando l’odio non ha  freni e il potere è un guizzo superstite di gioia maligna. Ne sono convinto: Dio non vuole l’inferno. Solo l’uomo può crearlo, farne il suo pane quotidiano, frutta, verdura, e stridore di denti.

Un’analisi

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Il mondo comincia a perdersi nel magma delle lingue, delle culture, delle fedi. Se non so chi sono divento pavido o aggressivo, dipendo dagli altri, cerco nel clan o nel nemico di legittimare la mia vita. E’ difficile pronunciare una parola vera, persino il nascere di un pensiero sincero è messo in discussione. Da dove vengo, dove sono diretto, in quale città mi riconosco? Quale strada sento come mia, riconoscendone ogni svolta, identificandone agilmente sapori e odori, e soprattutto progettando un itinerario possibile, custode delle tracce di un futuro? Se non so chi sono me lo deve dire un altro; che lo possa scoprire attraverso un’analisi affidabile. Che la mia anima viva almeno tra le pareti asettiche di un laboratorio.

Una volta al mese

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Sembra che tutto frani: una reazione a catena, un domino di crolli assassini, falle improvvise si spalancano inghiottendo vite umane, animali, vegetali e minerali. Facciamo da soli: incriniamo i meccanismi naturali, provocando disastri, e celebriamo composti funerali di stato. Dovremmo organizzare cerimonie previe per i travolti dalla prossima catastrofe, annunciata, come sempre. Ci occuperemmo una volta al mese delle vedove e degli orfani, della  fragilità umana di cui dovremo rendere finalmente conto, prima o poi.

Qualcun altro che ci pensa

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Mi sono sempre chiesto perché si diventi prete in sette anni e sposi in sette incontri. Eppure, forse, è più difficile essere moglie, marito, durare una vita con la medesima persona. Avrei un progetto articolato per sensibilizzare alla complementarità, la gratuità, la crescita, la libertà, l’accoglienza, l’universalità. Il matrimonio è un abisso che si spalanca oltre la scenografia di fiori immersa nella musica di arpe e violoncelli. Trasmetterei l’entusiasmo della lotta quotidiana, la passione di una conoscenza mai conclusa, la resistenza alle mille insidie dell’amore. Ma che ne posso sapere? Sono soltanto un prete. Fortunatamente, vedo qualcosa che si muove; dopotutto, c’è qualcun altro che ci pensa.

Questo canto

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C’era una volta un uomo che aveva il coraggio di gridare, nelle vie polverose della Palestina. Chi dice per tre anni, chi per uno: fece in tempo a dire tutto, o comunque molto, procurando fastidi, minando strutture fatiscenti, meccanismi perversi. C’era molta folla ad ascoltarlo: qualcuno ritiene che cantasse, per farsi sentire dai lontani. Potesse questo canto alzarsi oggi, potessero tremare come allora, le officine del male.

Cosa fosse un muro

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Ogni tanto se ne abbatte uno: a Berlino ha fatto rumore, se ne sarebbero accorti anche gli angeli che volavano sopra la città. Angeli tristi, a volte. Perché se un muro cade, cento se ne alzano: per un colore diverso, un ceto inferiore, idee cosiddette incompatibili. Ma soprattutto per denaro: la radice di tutti i mali, si diceva un tempo. La radice di tutti i muri, si può dire oggi. Quando il bambino era bambino, sapeva cosa fosse un muro, ma non pensava si potesse costruire in mezzo a una città, in mezzo al mondo.

Forse non lo sai (Stefano Cucchi)

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C’è sempre un buon motivo per picchiare. Il soggetto è vivace, ribelle, risponde in malo modo; o è malato, isterico, gestibile a fatica. Comunque sia, bisogna dargli una lezione. Sarebbe già qualcosa un’ammissione di violenza, ma sorgerebbero domande imbarazzanti: perché? Perché fino a quel punto? Ci sono due modi di vivere l’alterità: sopprimerla o cercare di comprenderla. Il primo è alla portata di tutti, basta l’animale; per la seconda, le cose si complicano: è richiesta la ragione, lo spirito, lo spirito santo, in casi estremi. Se no, giù botte. Lo stadio animale non giustifica; bisogna sapere: chi è stato, perché ha agito. Posto che un atto simile sia degno del nome così nobile di azione, dalla radice ag, muovere, possibilmente detto di neuroni, non di muscoli. Forse non lo sai che questo non è amore.

Presto, presto

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Via i lavavetri. Cos’è questa ressa ai semafori? Ti fermi e piomba qualcuno con un’arma impropria, un pericoloso spazzolone grondante di acqua sporca. Prima o poi scateneranno l’arrembaggio con siringhe infette e forse con pistole o bombe a mano. Se accetti i lavavetri, devi dare carta bianca anche a zingari e mendicanti di ogni risma, gente che non vuole lavorare, feccia che osa invadere lo spazio delle persone perbene, senza chiedere permesso. La città sta diventando intollerabile, un magma di varia umanità senza arte né parte, alieni che non sanno cosa sia una busta paga o un sette e quaranta. L’ombra dilaga, il rovescio sta prendendo il sopravvento, un incubo ricorre nella notte: due occhi che mi fissano, immobili, come se aspettassero qualcosa, ansiosi di vedere al di là della finestra, decisi a restare finché il vetro è ancora sporco.

Piccoli massacri

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In fondo è semplice: carichi con colpi sufficienti, ne ammazzi fino a venti, venticinque, ce n’è abbastanza per una trentina di feriti, e magari un colpo anche per te, per evitare di soffrire troppo, il linciaggio, la galera, la pena capitale per cui devi aspettare con angoscia, nel braccio della morte. Provi una certa eccitazione nel vedere le facce disperate, impotenti, in un momento si dissolve ogni complesso, per pochi minuti il dio sei tu, il fato, la parca che recide il filo, il destino di una vita coincide con il tuo desiderio di rivalsa, di fuga dai binari insopportabili di una storia a senso unico, un copione che non hai mai il potere di cambiare. Prima di morire avrai il tempo di chiederti se tu massacri loro o siano stati loro a massacrare te.

Win for life

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Si chiama Win for life e tutti sanno cos’è, ma non tutti colgono il feroce paradosso. La dignità del lavoro affidata all’alea di una lotteria. La saggezza della fatica quotidiana trasformata nell’illusione di un’astuta scorciatoia. Da noi si moltiplicano i poveri, i questuanti. Vorrei essere altrove, spesso, poi mi ricordo del capitolo 25 di Matteo, quello degli affamati sfamati e degli assetati dissetati, e resto qui. Ma la mente viaggia, penso a una cooperativa che permetta di trovare un impiego a questa gente, alla gioia di una dignità ritrovata, di un fallimento esorcizzato: vinci per la vita. Ma ho paura che sia una lotteria ancora più impossibile dell’altra.

Alto, fragile (Alda Merini)

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Funerali di stato. Stato mentale. Stato mentale disturbato. Povertà, malattia. Perché mi lasci sola, quando sono viva, e mi abbracci ora, da morta? Non ho mai visto tanta gente, mi commuove. Perché mi abbracci solo ora, che non posso contraddirti? Sento le ali che spuntano nel cuore, con dolore. Come allora, quando la camicia di forza mi stringeva in una bara, come questa. Solo da qui distinguo la città, tanto desiderata. Tanto temuta. Cadete mura, perché ora mi abbracciano i miei concittadini, dalla memoria fragile, dallo sguardo triste.