Il tonfo della croce nella buca: è una delle immagini più belle che Gesù comunica a Gabrielle Bossis, mistica del Novecento. Quando le anime prigioniere dello Sheol sentirono il rumore, trasalirono di gioia. Una gioia percepibile solo da coloro che il Cristo chiama amici. Riusciamo a comprendere che cosa poté significare, per Lui, essere condannato a morte, e a quella morte? Proviamo a sentire il tonfo del legno nella buca, scavata dai carnefici; cerchiamo di capire se anche noi potremmo essere colti dalla gioia che il mondo non conosce: l’essere amati fino a questo punto.
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Il roveto

È difficile mettere insieme timore e confidenza. Dio è grande, maestoso: come non provare soggezione? Eppure, nello stesso tempo, è buono, amorevole, misericordioso. Il segreto, ancora una volta, è il simbolo, la capacità di collegare, l’unione degli opposti. Nella Bibbia c’è un’immagine che illustra questo: il roveto ardente. Brucia senza consumarsi. Cristo è il Dio che abbaglia e intimorisce, ma il suo abbraccio risuscita e rigenera.
Aut aut

C’è un libro di Sören Kierkegaard intitolato Aut aut. Tratta della scelta, che prima o poi si pone, tra l’estetica e l’etica. Fare ciò che mi piace o ciò che devo. Dal punto di vista cristiano, il dilemma si potrebbe rendere così: vivere per sé o per Dio; cercare la soddisfazione personale o lasciarsi guidare dallo zelo per il Regno dei Cieli; scegliere tra l’egoismo e l’amore. Le definizioni si possono moltiplicare, ma il senso è quello. Meno scontato è il fatto che, se optiamo per Dio, l’altro e l’amore, bello e buono convergono: la vera bellezza, come aveva intuito Dostoevsky, è quella del bene e della verità, in barba a Lucifero e a tutti i portatori della falsa luce dell’io.
Orecchie

Quante volte passiamo davanti a una chiesa? Avete già capito cosa intendo. Se Gesù fosse il nostro confidente, non mancheremmo di entrare, di fermarci a fare quattro chiacchiere: un amico può ben dirci qualcosa d’importante. Invece no, tiriamo dritto, non abbiamo tempo. C’è sempre altro da fare, se si tratta di Dio. E poi ci lamentiamo se Lui non ci risponde, se sembra lontano, o che abbia altre cose a cui pensare. Vi ho chiamato amici, ha detto Gesù: ma noi facciamo orecchie da mercante.
Frate focu

A chi gli chiedeva cosa avrebbe portato in salvo dalla sua casa in preda al fuoco, Jean Cocteau rispose: il fuoco. Anche Gesù dice d’essere venuto a portare il fuoco, e che è angosciato, finché non sia acceso. Bernanos l’aveva capito, se fa dichiarare al suo curato che il problema delle anime infernali è la mancanza di comunicazione vitale: sono come pietre fredde, dice. Giovanni della Croce parlava della fiamma viva d’amore. Francesco d’Assisi prediligeva anche lui questo elemento, se nel suo Cantico scrive: Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu, per lo quale ennallumini la nocte, et ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Dio è fuoco: vuole che ci uniamo a questa fiamma che brucia ogni residuo di morte, solitudine, peccato.
Poeti

Il mondo è pieno di poeti, e non è grave. Grave è che tanti si spaccino per tali, mentre ostentano sentimenti logori che contraddicono l’idea stessa di arte creativa. In un libro memorabile – “Lettere a un giovane poeta”-, Rilke traccia il profilo dell’artista autentico, quello che legge la realtà con occhi nuovi. Come aveva intuito Wim Wenders, solo un bambino vede gli angeli, il cielo, si accorge della bellezza di un’alba o di un tramonto, dei regali mai banali o retorici di Dio.
Madre

La mamma è sempre la mamma. Un luogo comune può nascondere verità importanti. Un santuario dedicato a Maria, come quello in cui vivo, è memoria di una Madre che si prende cura dei figli, che soffre e lotta per loro. Peccato non tenerne conto. È come se uno avesse a portata di mano la felicità e pensasse: che me ne faccio? Ma senza felicità non si può vivere. Si sopravvive. Finché c’e tempo, conviene rimediare.
Santi

Si dice: scherza coi fanti e lascia stare i santi. Ma questi non vanno trascurati. Anzi, sono importanti, e da tenere in conto, visto che sono tenuti in gran conto in paradiso. Nel giorno della loro festa, in cielo si gioisce, e sulla terra si ricevono grazie in abbondanza. È un bel proposito vivere secondo le abitudini del Regno: ci si esercita a essere beati. Così, arrivati là, sarà come a casa nostra.
Ruoli

Abbiamo paura di sbagliare. È un timore che ci portiamo da bambini, quando magari ci sgridano per nulla, e ogni cosa è suscettibile di errore: qualunque minuzia, ogni gesto, ogni parola pendono sul baratro dell’imperfetto. Dio ci libera da tutto, e dunque anche da questo. Ci chiede di amarlo così come possiamo; sarà Lui a perfezionare, a portare a compimento. Noi sbozziamo, Lui crea il capolavoro.
Cantine

Mettere in ordine non è il mio forte. La stanza è piena di libri e oggetti che andrebbero selezionati a intervalli regolari, spolverati, possibilmente non al ritmo di ere geologiche. La signora che una volta a settimana tenta di far fronte alla battaglia, ne esce quasi sempre sconfitta. Un lavoro analogo va fatto per l’anima: togliere le incrostazioni che si accumulano giorno dopo giorno, sciogliere il grasso, grattare via la ruggine. Per questo sono così importanti le indulgenze, che la sapienza della Chiesa Cattolica ha sempre favorito. Oggi, la confusione generale ha travolto pure loro: le anime sono simili a stanze polverose, a cantine in cui non si ha più neanche il coraggio di affacciarsi.
Come pensare

Pensare male è uno sport assai diffuso. Dico sport perché richiede esercizio, addestramento, una pratica costante e fedele, capace di superare ostacoli come lo stress, l’angoscia, il logorio continuo della gelosia, del rancore, dell’invidia. Se avessimo pensieri santi, se lasciassimo vivere solo la bontà, troveremmo finalmente pace. Lo diceva Agostino: “Fecisti nos ad Te, et inquietum est cor nostrum, donec requiescat in Te, Domine”.
Il passato

Spesso, il passato, è una valigia pesante. La trasciniamo a stento, come quando, andando in vacanza, abbiamo portato troppe cose: una borsa appesa al collo, un’altra che spingiamo in avanti, una terza che trainiamo, e il computer tenuto con due dita. Come minimo, non vediamo l’ora di approdare a un posto dove deporre il tutto. L’unico vantaggio di un passato ingombrante è che ci fa desiderare il paradiso.
Ma c’è una soluzione preferibile: gettarci così come siamo nelle braccia di Gesù, lasciarci avvolgere nella sua gioia. In paradiso, così, ci siamo già.
Quando verrà

Quella con Dio è una strana relazione: gli facciamo richieste, ma dubitiamo che ci possa esaudire; continuiamo a domandare, in una specie di rito infinito, al limite con la superstizione. Se fossimo coscienti del fatto che Gesù ci ascolta e che vuole appagare il nostro desiderio più profondo, non ci sarebbero ostacoli. Ma la fiducia è una cosa precisa, che il Cristo ha provato a spiegarci in tutti i modi. Il senso è sempre lo stesso: il Figlio dell’Uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?
Chi l’ha visto

Il Padre, più ancora del Figlio, è un pianeta sconosciuto. Con Gesù abbiamo dei “trucchi”: un volto dipinto, scene plastiche tratte dal Vangelo. Del Padre, nulla. Non ce lo possiamo neanche immaginare, perché “Dio è Spirito”.
Eppure il Cristo dice: “Chi ha visto Me, ha visto il Padre”. Chi è amico mio, è amico anche del Padre. È bello pensare a questa comunione senza ombre; riaccende la speranza nei rapporti, guarisce da ferite che, finora, sembravano incurabili.
Il pensiero di Cristo

Facciamo mille cose, siamo tanto impegnati, tutti presi dalle molte faccende, come Marta. Non che non sia importante, qualcosa varrà, ne siamo certi. Ma un dubbio permane: dov’è Dio?
Mi ha sempre colpito un passo di san Paolo: noi abbiamo il pensiero di Cristo. Per pensare bisogna fermarsi; fermandomi incontro me stesso; se intravedo la mia verità, vedo anche Gesù, e comincio a pensare come Lui.
Uno di famiglia

Da che mondo è mondo, a Dio si è parlato con formule o gesti rituali. Per questo Gesù non ha voluto propinarne altri, e ha insegnato una preghiera che più semplice di così non ci può essere: quattro invocazioni, che nel Vangelo di Matteo, già più ecclesiastico, diventano sette.
Il Figlio di Dio vuole essere trattato come uno di famiglia. Se continuiamo a interpellarlo in codice, nel gran giorno ci dirà: “non vi conosco”.
Ciò che può essere

C’è un film che mi ha sempre affascinato, Il cielo sopra Berlino, di Wim Wenders: il soprannaturale che scende sulla terra, la presenza che tutto comprende, supera gli ostacoli, vola, parla all’orecchio, attrae, guida, consola. Il contraltare è un mondo senza Dio: greve, incosciente, incapace di dire un Padre nostro.
La potenza della preghiera si staglia su uno sfondo grigio, informe, sgangherato: il cielo sopra Berlino, Roma, New York, è la bellezza che rovescia il mondo, che lo rende ciò che può essere. Che, anzi, è.
L’intenzione

L’intenzione conta: il mio don Mario diceva sempre che lo spirito è questo. Non sono decisive l’entità dell’opera, la visibilità dell’azione, ma il perché, che è una realtà potente. Anche un gesto semplicissimo può salvare un’anima, se è fatto a tal fine. Ciò non glorifica il mio atto, ma la generosità di Dio, il suo amore così gratuito da restare invisibile.
Questo mondo e l’altro

Vale la messa? È una domanda che il sacerdote si sente rivolgere più spesso di quanto si creda. Sono arrivato al Credo, a metà omelia, all’offertorio: è valida la messa? Dentro ti fai ragionamenti che, per fortuna, il fedele non ascolta. Lui, o lei, non sanno che il Cristo vuol essere l’unico, il solo, senza alcun rivale. Se lo può permettere, perché è amore assoluto, purissimo, gratuito. Più è l’unico, più gli altri sono accolti; più è esclusivo, più include questo mondo e l’altro.
Il trasformatore

A volte abbiamo l’impressione che manchi poco per essere felici, per riempire la vita: poi, regolarmente, perdiamo l’occasione, ci sfugge il bandolo, cominciamo da capo. Qual è il segreto, come fare per dare una svolta a ciò che sentiamo vicino e al tempo stesso inafferrabile?
La soluzione è semplice: offrire, fare ogni piccola cosa per Gesù. Lui è un trasformatore inarrestabile: prende i gesti compiuti nel tempo e li restituisce come eternità.
