Archivi categoria: Vedere cose

Questa era una poesia sulla censura…

————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————–ma è stata censurata.

“E se poi resto sola parlo con l’albero”

Testo: Francesca Matteoni
Immagine: Cristina Babino
after-the-tree.jpg

Brockwell Park

                                                                                     “Gli alberi fanno compagnia”.
                                                                                      (Un mio amico pittore.)

Da quando vivo sola ho imparato
che l’autunno è migliore dell’estate
al suo versarsi sulla terra piega
il chiaro delle voci nell’interno.

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Walter Angelici

Gli Emigranti hanno una fissità che incede. Tutto è immobile eppure tutto si muove. Il figlio incastonato al ventre della madre, appendice bluastra e compimento. Il gallo, portato in braccio come un povero vessillo, che grida dalla cresta fiammeggiante tra i volti prosciugati di silenzio.
Il colore di Angelici ferisce. Nell’aureola solare in cui la Martire annega e dissolve una corporeità già quasi trasfigurata, nelle nervature melanconiche e spente di un Gelsomoro che ha l’eminenza fiera e stanca del sopravvissuto. Continua a leggere→

1967 Vs 2007

summer-of-love.jpg“Summer of Love: Art of the Psychedelic Era” è la mostra presentata dal Whitney Museum, un museo di arte contemporanea dell’Upper West Side di New York. Due piani interamente dedicati all’arte del 1967 e degli anni immediatamente successivi. Si arriva a stento al 1970. Forse tutto si ferma con Woodstock. Ci sono quadri, pitture, sculture, video installazioni, fotografie di Isaac Abrams, Richard Avedon, Lynda Benglis, Richard Hamilton, Elliott Landy, Robert Indiana, Yayoi Kusama, Richard Lindner, and John McCracken, tra gli altri, e c’è persino Jimi Hendrix presente come pittore con il suo unico acquerello. Tra l’altro piuttosto notevole. Ma a parte questo? L’impressione è che si fosse di fronte ad un insieme di documenti storici molto importanti dal punto di vista documentaristico, e anche in questo caso non si tratta di pezzi di prima scelta.

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VISIONE

VISIONE

Sono entrato in una classe per una supplenza.
  Improvvisamente mi ha investito una specie di fastidio. Vedevo, come nei cimiteri, delle piccole tombe bianche che emanavano l’odore di una rosa che sta marcendo; caramelle, gomma da masticare ormai amara. Piccoli banchi, disposti con un ordine studiato, millimetrico, con la stessa puntigliosità di un falegname che deve misurare i suoi mobili. E anche i bambini erano ben disposti, allineati, la schiena dritta, gli occhi un po’ assenti ma tranquilli. Anestetizzati.

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Questo è un rapporto di amore

German Carmona Sanchez, campesino e muratore di Malinalco.

Io conosco le erbe. Ho imparato da piccolo perché i miei genitori le conoscevano. C’è l’erba per guarire i reumatismi. Il tepozan serve per far passare i bruciori. La prodigiosa. La epazote serve per cucinare, dà sapore alla trota quando si cuoce alla brace, e la radice di epazote è molto buonissima per ristabilirsi al mattino quando la sera prima uno si sbornia: si può anche combinarla, nell’infuso, con le foglie di arancio e di limone. La levatrice conosce le erbe clauchiaua e choniquil che ristabiliscono dopo il parto, quando le donne partorendo rimangono con le articolazioni fiacche. Del carrisillo, che è una canna si usano le foglie.

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I papaveri, di Marina Pizzi

La liberazione dai nazi-fascisti

ho visto il tuo saluto su di un cipresso
il 25 aprile di questo anno parso sperso
a morirne
linciata di morirne da acrobata lontana
partigiana tinta da una macchia di papaveri
rossissimi sismi di pressa d’àncora
d’anfora disgrazia svista di politeama,
il plettro polis di lapidi
dadi di stemmi scori di soste.

[inedito, da Pecca di espianto, 2007-]

*
Delle partenze e dei ritorni vittime

Chissà se speran salva la corolla
lungo i binarî, sanguigni i papaveri.

[da Il giornale dell’esule, Crocetti, 1986)

Camaldoli

camaldoli
dipinto di Mario Cei – “Sosta a Camaldoli”:

il tempo è lo specchio
del guardarsi dentro
il muscolo del duplice pensiero
della mente che crede, da un pavimento all’altro
al chiaroscuro del giovane e del vecchio
piegarsi, ritrovarsi
in un’unica illusione di vedersi fuori
e immaginarsi
lo spazio della sua concentrazione
lo strazio del volersi uniti
e inabissarsi
nel profondo del secchio,
intorpiditi.

Fabrizio Centofanti

pubblicata sulla rivista Arte-incontro del mese di dicembre 2006