Archivi categoria: Vedere cose

(prova delle madri)

(Casalvecchio Siculo -ME – Chiesa di Sant’Onofrio, “Sacra Famiglia” di anonimo, 1618)

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Io v’accompagno, madri, in Efeso.

Celebro mormorante da un’altura

di convegno d’ignote creature alate

nel turgore di petrose minne,

perforazioni del presente

schianto nel sonno inavvertito, voi

madri della certezza e del libro

sotto gli angeli barocchi,

madri della pazienza e della perdita

della memoria nel passo quotidiano,

madri dei figli, madri dai tanti figli

senza vostri figli, madri degli uomini

sotto lo stesso lenzuolo,

madri del racconto ripetuto e della predica,

madri nel giusto alzate, una preghiera

che da sola echeggia… Continua a leggere→

CUORI SENZA FRONTIERE

ar-palORE 23.00.
Yesser era stufo di studiare. Nella tiepida notte mediorientale mille aromi: profumo di fiori, di primavera, di vita. Tutto invogliava a uscire, a camminare fischiettando e ringraziando Allah per la sua grande e illuminata presenza. C’era gente per strada. Non si udiva sparare nel cuore di Gerusalemme; la paura poteva essere accantonata, almeno per quella sera. Yesser decise di raggiungere il bar e cercare qualche amico. Continua a leggere→

TI SPIEGO A COSA SERVO

Lo leggo nei tuoi occhi, lo sconcerto. Lo so, capita a chi mi vede per la prima volta, e anche se tu ormai mi vedi da un po’, ancora ti meravigli. E dopo la sorpresa leggo anche la pietà nei tuoi occhi, come in quelli di tutti coloro che m’incontrano. Non si può non restare sconcertati di fronte a un corpo che non sembra più un corpo vivo, ma un involucro impedito, duro e fragile come il legno. Non si può non provare pietà per una povera vecchia paralizzata quasi completamente, incapace di parlare, di ridere, di piangere, di mangiare.
Lo so cosa hai pensato quando mi hai vista per la prima volta, qui in ospedale. Ti sei chiesta certamente perché, quando ormai ero già morta, non mi hanno lasciata andare. Perché quel medico ha usato il defibrillatore sul mio corpo inutile, per riattivare un cuore che aveva deciso di arrendersi definitivamente. Me lo sono chiesto anch’io. Continua a leggere→

Cartoneros

di Arturo Fabra

CARTONEROS

L’anno scorso ero a Buenos Aires colto da follia tanguera, la sera si andava a ballare e si tornava verso l’alba, ma le strade non erano mai vuote. Un flusso continuo e silenzioso di persone simili a fantasmi animava la notte. Apparentemente barboni, in realtà pulitissimi e poi, guardando meglio, si capiva come a volte fossero addirittura interi nuclei familiari (genitori e figli) che gravitavano attorno ai bidoni della spazzatura. Quando chiesi chi fossero mi dissero il loro nome: cartoneros.

I primi sono comparsi nel 2001, l’anno della crisi, scoprendo che separare la carta dal resto della spazzatura poteva significare un minimo di reddito (pochi pesos al chilo). Negli anni sono diventati i riciclatori ufficiali dell’intera spazzatura di Buenos Aires, non limitandosi più alla sola carta, ma separando alluminio, plastica, legno, vetro e (specialmente quelli che battono i quartieri più ricchi) magari rimediando abbigliamento, suppellettili da rivendere o (nella zona centrale) hamburger smozzicati dai turisti che rappresentano la soluzione al problema cibo.

Negli anni si sono organizzati e ora viaggiano dotati di ceste e carrelli del supermercato arrivando al tramonto dalla periferia dove vivono durante il giorno. Il metodo di lavoro è rigoroso, ognuno viene sfruttato al meglio (mani grandi e spalle forti per il lavoro pesante, mani piccole per separare attentamente i rifiuti). Al primo giro separano e sistemano, al secondo caricano e ripartono. Continua a leggere→

Il critico in Fiera

Noto sorprendenti analogie tra il gioco del Mercante in fiera e il modo del critico di porsi alla Fiera del Libro. Come nel mercante in fiera, il critico in fiera più partecipa numeroso e più è contento, l’importante è essere in tanti a un incontro, una presentazione, un convegno, così il gioco è più bello, e che importa se non si conosce manco il tema o l’autore a proposito del quale si è invitati a parlare. Continua a leggere→

Patrizia Bianchi, Ardesia rame

bianchi.jpg

Nella miniera di pietra sceglievo la mia ardesia. Tagli schegge polvere nelle unghie, lingua denti. La ruota affilatissima tagliava la pietra, passandole sopra, e la durezza si scioglieva morbida. Era come tagliare larghi fogli di carta. La ruota meccanica tagliava anche la mente. Con la mente era il mio corpo, simile all’ardesia. Intorno, solo pietra: ardesia nel suo stato puro, grezzo e sporco, non ancora contaminato dall’artigiano: incolume, senza prezzo di mercato. Io volevo restare nella miniera, con i pezzi che si staccavano dalla rottura tecnica e cadevano, immergendosi nel loro stesso fango. Poltiglia di polvere e di terra. Era acqua che scorreva giù nel canale e mi bagnava le scarpe. E io non mi muovevo, guardavo le scorie i residui della pietra spezzata, che andavano in altre direzioni. Chissà dove avrebbero seppellito i resti della pietra. Poi l’uomo tagliò le due lastre: 25×25. Le lavò, e persero acqua e polvere. Così io. Andai via con la mia ardesia. Avevo la sensazione di aver ucciso o ferito o compiuto un atto *offensivo*, cambiando forma alla pietra – *per questo* l’amai con più forza. L’accompagnai al RAME al pensiero all’opera. L’origine della forma senza forma. Della non-forma. Nel non-stato (statuto). Ancora per giorni e giorni mi rimaneva addosso l’odore della pietra, come un morto che chiede sepoltura. Tornai alla cava mi sedetti restai in silenzio; anche i pensieri mi lasciarono. Mi sentii vuota. Lì, ogni tanto un rumore si frapponeva ad altri rumori, come il sonno alla veglia. C’era stata clemenza. C’erano stati bisogno e soccorso.

[testo e scultura in rame di Patrizia Bianchi]

Una mimosa per Gelsomina Verde (da “Gomorra”, di Roberto Saviano)

gomorra.jpg[Non c’è nulla di mio, in questo post.
O forse sì. Forse c’è proprio tutto.
Per non dimenticare, mai, nessuna.
E per ringraziare dal profondo del cuore Roberto Saviano, che ha dato vita a uno dei libri più importanti degli ultimi decenni, e che mi ha permesso di ricordare Gelsomina. Uno scrittore con uno stile che trafigge, un uomo che ha saputo raccontare. Dote ormai rarissima.]

“Il cadavere sembrava uno di quelli trovati sotto la cenere del Vesuvio dopo che gli archeologi avevano versato il gesso nel vuoto lasciato dal corpo. Le persone intorno all’auto erano diventate decine e decine, ma tutte in silenzio. Sembrava non ci fosse nessuno. Neanche le narici azzardavano a respirare troppo forte. Da quando è scoppiata la guerra di camorra molti hanno smesso di porre limite alla propria sopportazione. E sono lì a vedere cos’altro accadrà. Ogni giorno apprendono cos’altro è possibile, cos’altro dovranno subire. Apprendono, portano a casa, e continuano a campare. Continua a leggere→

Dove noi non siamo, un articolo di Stefano Mazzoni* su Jerry Uelsmann

untitled-1993.jpgJerry Uelsmann al Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri

L’uomo vive nella nostalgia, sospeso, quasi spezzato, tra ciò che lo circonda e ciò che ormai non è più. Si sa che con il tempo quello che è stato richiama a sé un’attenzione sempre maggiore, ma ci sono nostalgie che colpiscono anche al di fuori della propria esperienza e del proprio passato. Luoghi che non abbiamo mai visto, momenti che non abbiamo vissuto, incontri che non abbiamo fatto. Sono desideri ancestrali e sogni che si sono impressi nella nostra memoria con precisione, anche se privi di una precedente realtà concreta. Immagini effimere che ci appartengono come singoli o in quanto membri di una collettività. Figure archetipe oppure semplici sensazioni, come quella impossibile di aver un giorno volato. Frammenti della nostra immaginazione, da cui artisti visionari hanno saputo trarre le chiavi che aprono passaggi su altre realtà e altri mondi. Dove noi non siamo e non potremmo mai essere. E che proprio per questo ci incantano. Continua a leggere→

Fiesta!

Tempo fa, due amici mi hanno suggerito di scrivere un libro sulla tauromachia, una specie di romanzo-saggio. Mi sono sentito lusingato. Ma è un bel problema. Un libro così l’ha già scritto Hemingway (hai detto niente!): si intitola “Morte nel pomeriggio”. Senza contare che lo stesso Hemingway ha scritto di tori anche in “Fiesta”, in alcuni racconti, nelle pagine migliori di “Per chi suona la campana”, ecc. ecc. E poi in lingua spagnola c’è di tutto: c’è l’opera enciclopedica di Cossio, lapidariamente intitolata “Los Toros”, e ci sono centinaia di libri che coprono tutta la gamma dal manualistico al letterario, fino al famigerato “Sangue e arena” di Blasco Ibañez, capolavoro del genere strappalacrime. Insomma, per scrivere un libro sui tori dovrei dare alla materia un taglio diverso, ma non so proprio dove andare a cercarlo. Però ammetto che mi piacerebbe provarci. Mi piacerebbe davvero.

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UNA SCOPERTA, SALVATORE MATINA

TECNICA RASCHIATA SU TELA

Ho iniziato a dipingere nel 1993 da autodidatta, utilizzando la tecnica degli oli. Con il tempo e tanta passione, ho acquistato una discreta preparazione. Dopo una serie di esperimenti, sono riuscito a “sperimentare” una mia “tecnica”, un modo personale di concepire e “creare Arte”. Lavorando di “carta vetrata e punte d’acciaio”, ho iniziato ad esportare a “grattare” il colore monocromatico per fare emergere l’immagine e “scolpire la materia sulla tela”.
Salvatore Matina

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Tra sindrome yè yè e tribù dei cesolingui (2)

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Piccola cronaca dell’incontro In queste precise famiglie, Cuneo, 17 novembre, con Laura Bosio, Elena Varvello, Luca Bianchini, moderatore Piero Sorrentino.

L’argomento è di quelli che prendono, un pubblico eterogeneo affolla la sala, gli autori arrivano alla spicciolata, Elena Varvello e Laura Bosio chiacchierano amabilmente, Piero Sorrentino si unisce a loro come enfant très gentil. L’incontro pare avviarsi in tutta tranquillità quando entra Luca Bianchini e si avverte subito una sorta di corrente elettrica, come un flusso non del tutto benigno che parte da Bianchini e finisce in Sorrentino. Continua a leggere→

La pittura di RINALDO TURATI

La pittura di RINALDO TURATI, tra classicismo e modernità

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La mia prima impressione di fronte alla pittura di Rinaldo Turati è stata quella di “una fotografia dell’astratto”: una macchina fotografica puntata, da una distanza indefinita, verso un campo di terra. Non una rappresentazione della terra, ma la sostanza della terra. Il colore, nelle opere dove prevalgono i marroni, le terre bruciate, ricorda una lastra impressa. Quasi per contatto. Continua a leggere→

Tra sindrome yè yè e tribù dei cesolingui (1)

yellow-books.jpg Della presentazione dei libri in generale e dell’incontro Il giallo, il nero e tutti gli altri colori della scrittura a Scrittorincittà, Cuneo.

Mi è capitato di assistere a incontri con scrittori, presentazioni di libri ed eventi più o meno promozionali dove l’autore è sottoposto a una delle esperienze più crudeli: la rappresentazione di sé tramite il proprio libro. Ogni volta ho pensato che non vorrei essere al posto del poveretto, stretto tra la necessità di sottostare ai meccanismi della mise en place della propria opera e la voglia di liberarsi il più velocemente possibile dalle grinfie dell’uditorio.
Intervistando Fabio Geda, per Bottega di lettura, ho posto la fatidica domanda:
E’ più difficile scrivere un libro o parlare di fronte a un pubblico di quel libro?
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Quadri-post la vita l’è bela /Wyeth – Bukowski – Verdone – Porsche

Andrew Wyeth – Nudo di Helgawyeth-nude.jpg

Che cosa diranno i vicini?

I miei genitori erano sempre dietro a
Chiederlo
Naturalmente non mi importava un fico di
Che cosa diranno i vicini
Mi facevano pena i vicini
Codardi
che spiavano da dietro le
Tendine
L’intero quartiere si spiava
Addosso
E negli anni trenta non c’era molto
Da vedere
Eccetto me che tornavo a casa ubriaco
A tarda notte
“finirai per uccidere tua madre”
diceva mio padre
“e inoltre che cosa diranno
i vicini?”
quanto a me pensavo di comportarmi
assai bene
in un modo o in un altro
riuscivo a ubriacarmi
senza avere in tasca
il becco di un quattrino. Continua a leggere→

Bi-post /Mambor – Luzi

Da: Diario a tempo libero, 1999 – Renato Mambor
mambor2.jpg

Questa felicità , di Mario Luzi.

Questa felicità promessa o data
m’è dolore, dolore senza causa
o la causa se esiste è questo brivido
che sommuove il molteplice nell’unico
come il liquido scosso nella sfera
di vetro che interpreta il fachiro.
Eppure dico: salva anche per oggi.
Torno torno le fanno guerra cose
e immagini su cui cala o si leva
o la notte o la neve
uniforme del ricordo.