Giacomo Revelli, Nel tempo dei lupi, ed. Pentàgora
Estratto dal capitolo 28
Ebbe ancora molto tempo per pensare. La notte era cominciata molto prima di quel che aveva creduto e gli aveva lasciato tutti i pensieri del giorno passato che si sommarono alle attese del giorno che doveva ancora nascere. Cercò di immaginare la lupa in quel momento. La sentiva là fuori, respirare l’aria fredda e buia che a lui faceva paura. Sapeva che non stava nascondendosi da qualche parte, non si sentiva braccata e terrorizzata. Eppure, oltre a lui, c’erano quei tre, decisi a farle la pelle. Si muoveva libera tra i larici come nella radura, nel buio come nella nebbia. Lasciava tracce, orme, segni di sé nella più completa tranquillità. Come se sapesse, come se avesse la piena consapevolezza della propria superiorità. In quell’ambiente, nella conca di Abenìn e sulla Route dell’Amitiè, fino al promontorio del Barëghë dër bola, era lei, la lupa, la vera padrona. Continua a leggere

