Archivi tag: Giorgio Stella

Paul Celan

di Giorgio Stella

voi fiori di Germania, o il mio cuore
divien autentico cristallo, al quale
la luce sperimenta se stessa; quando la Germania
Hölderlin, Dall’abisso infatti…

…come alle case degli ebrei (per ricordo della
Gerusalemme distrutta), deve sempre essere
lasciato qualcosa di i n c o m p i u to…
Jean Paul, La valle di Campan

Metti la sbarra: ci sono
rose in casa.
Ci sono
sette rose in casa.
C’è
il settelumi in casa.
Nostro
figlio
lo sa e dorme. Continua a leggere→

Aimé Césaire

di Giorgio Stella

Anno nuovo

Gli uomini hanno ritagliato nel loro dolore un fiore e lo
hanno alloggiato sugli alti pianori della faccia
la fame gli prepara un baldacchino
l’ultima lacrima dissolve un’immagine
hanno bevuto fino all’orrore feroce
i mostri ritmati dalle schiume
In quel tempo
si produsse una
indimenticabile
metamorfosi
i cavalli portavano qualche sogno sugli zoccoli
grosse nubi d’incendio si curvavano a fungo
su tutte le pubbliche piazze
fu una peste meravigliosa
sul marciapiede il minimo riverbero ruotava la sua testa
di faro
quanto all’avvenire anofèle vapore caldo sibilava nei giardini
In quel tempo
la parola ondata
la parola sole mobile
la parola trucioli
cospirarono per la prima volta
Fu l’anno in cui i germi dell’uomo
si scelsero
nell’uomo il tenero passo di un
cuore nuovo

George Trakl

di Giorgio Stella

CANTI DEL ROSARIO

Alla sorella

Autunno e crepuscolo diventa il tuo cammino,
azzurro animale che sotto gli alberi risuoni,
stagno deserto nella sera.

Piano risuona il volo degli uccelli, malinconia nell’arco dei tuoi occhi.
Scarno risuona il tuo sorriso.

Dio ha piegato le tue ciglia.
Stelle cercano di notte, o dolorosa figlia, della tua fronte l’arco.

Costantino Kavafis

di Giorgio Stella

La città

Hai detto: «Andrò per altra terra ed altro mare.
Una città migliore di questa ci sarà.
Tutti gli sforzi sono condanna scritta. E qua
giace sepolto, come un morto, il cuore.

E fino a quando, in questo desolato languore?
Dove mi volgo, dove l’occhio giro,
macerie nere della vita miro,
ch’io non seppi, per anni, che perdere e schiantare ».

Né terre nuove troverai, né nuovi mari.
Ti verrà dietro la città. Per le vie girerai:
le stesse. E negli stessi quartieri invecchierai,
ti farai bianco nelle stesse mura.

Perenne approdo, questa città. Per la ventura
nave non c’è né via – speranza vana!
La vita che schiantasti in questa tana
breve, in tutta la terra l’hai persa, in tutti i mari

Elegia Pasquale, di Andrea Zanzotto

di Giorgio Stella

Pasqua ventosa che sali ai crocifissi
con tutto il tuo pallore disperato,
dov’è il crudo preludio del sole?
e la rosa la vaga profezia?
Dagli orti di marmo
ecco l’agnello flagellato
a brucare scarsa primavera
e illumina i mali dei morti
pasqua ventosa che i mali fa più acuti.

E se è vero che oppresso mi composero
a questo tempo vuoto
per l’esaltazione del domani,
ho tanto desiderato
questa ghirlanda di vento e di sale
queste pendici che lenirono
il mio corpo ferita di cristallo;
ho consumato purissimo pane.

Discrete febbri screpolano la luce
di tutte le pendici della pasqua,
svenano il vino gelido dell’odio;
è mia questa inquieta
Gerusalemme di residue nevi,
il belletto s’accumula nelle
stanze nelle gabbie spalancate
dove grandi uccelli covarono
colori d’uova e di rosei regali,
e il cielo e il mondo è l’indegno sacrario
dei propri lievi silenzi.

Crocifissa ai raggi ultimi è l’ombra
le bocche non sono che sangue
i cuori non sono che neve
le mani sono immagini
inferme della sera
che miti vittime cela nel seno.

Cristo in croce, di Jorge Luis Borges

di Giorgio Stella

Cristo in croce. I piedi toccano terra.
Le tre croci sono di uguale altezza.
Cristo non sta nel mezzo. Cristo è il terzo.
La nera barba pende sopra il petto.
Il volto non è il volto dei pittori.
È un volto duro, ebreo. Non lo vedo
e insisterò a cercarlo fino al giorno
dei miei ultimi passi sulla terra.
L’uomo martirizzato soffre e tace.
La corona di spine lo tormenta.
Non lo tocca il dileggio della plebe
che ha visto tante volte l’agonia.
La sua e di altri. È la stessa cosa.

Giorgio Stella, Lento e difficile

Lento & Difficile – 1 lento e difficile il faro armato di rose in fiore – la faccia ce la mette la maschera. – 2 la faccia ce mette la maschera, butterata un fiele l’ arco dello scudo, la palafitta del nulla. – 3 la palafitta del nulla approfitta degli intellettuali nel medioevo un fiasco piangente di Norberto Bobbio. – 4 (una pausa.) – 5 io sono il cubo io sono il quadrato io sono nel cerchio il triangolo. – 6 la betoniera è il carro di nozze della betulla che sparge l’ ignoto verso le apparizioni Mariane.(***.) – 7 la betoniera nel fusto del circo, la creta in sala da ballo, il macello rovinoso nel culto occidentale base-fulcro. – 8 È ricorrente la coccarda come giada nella bottiglia mascherata… È ricorrente in un sede bipolare allo schema binario. – 8 (una pausa.) – 9 “Quanti erano nudi al passaggio?” ” Nessuno Signore, il pezzo di pane era un fico delle Indie” “Al macello lo avete portato già mutilato?”IL POZZO era colmo di girovaghi, nasi-fiori-annusi!!!!” – 10 l’ iperbole cosmetica sarebbe l’alchimia cibernetica: scudo elmo nel centro del cerchio come se l’ arrotino affermasse di essere l’ ombrellaio.////////////////////////////////////////////////////////// Roma Giorgio Stella ‘0ra’.

Edoardo Sanguineti

di Giorgio Stella

questo cane incantato e incatenato, incimurrito e incancrenito incretinito, che sogna
di sognarti e di leccarti, e che ti morde, in sogno, e che ti zompa, con le sue zampe
e che ti impiomba e ti inchioda, con la sua coda, e che ti incastra e ti impiastra, idrofobo domestico, anfanante lunatico e frenetico, e ansimante pesante, ahimè, 
che sono me, tanto tremante:
               tirami tutti i sassi, o tu che pazza passi, sopra il fieno
del tuo carro che corre, mia luna e mio ramarro, mia torre e mia fortuna, mio vitale
veleno: ma succhiami, tu almeno, questi versi perversi, queste fiale di inchiostro bestiale, di fiele e di miele, che dall'aia ti latra e ti abbaia il tuo mostro 
                                                                             [fedele:

Milo De Angelis

di Giorgio Stella

Stansa

L’istà a l’era ancur nen finija. Na vidua l’andava al simiteri. Al crus criavu cme ‘n gat
“Fradé dal gulfin da giuvu, vöj nen andà da sula
‘n tal post ch’aj’ ò pagüra: t’at capì… staseira
t’aspècc a cà… staseira”.
La ment girulava ‘nt al trenu. Altri doni
ai purtavu la corda par muntà ansümma o calà giü.
“A man viz ben ‘d la so facia, sniura: j’öcc celest
ad cul fazàn in agunija
an Chilla j’arsuscitu ciarissimi.”

Camera

L’estate non era finita. Una vedova / andava al cimitero. Le croci gridavano come gatti. / “Fratello dal golf da ragazzo, non voglio andare sola / nel luogo dove ho paura: tu hai capito… stasera / ti aspetto a casa mia… stasera.” / La mente vagava nel treno. Altre donne / portavano la corda per salire o scendere. / “Ricordo bene il suo viso, signora: gli occhi azzurri / di quel fagiano agonizzante / in lei risuscitano chiarissimi.”

Da “Mercoledì delle Ceneri”, di T.S. Eliot

di Giorgio Stella

[…]

II

Signora, tre leopardi bianchi sedevano sotto un ginepro
nella frescura del giorno, nutriti a sazietà
delle mie braccia e del mio cuore e del mio fegato e di quanto
era stato contenuto nel foro rotondo del mio cranio. E Dio disse
Vivranno queste ossa? Vivranno
queste ossa? E tutto quanto era stato contenuto
nelle ossa (che già erano aride) disse stridendo:
Per la bontà di questa Signora
e per la sua grazia, e perché
ella onora la Vergine in meditazione,
noi risplendiamo con tanta lucentezza. E io che sono
qui smembrato offro all’oblio le mie gesta, e il mio amore
alla posterità del deserto e al frutto della zucca. Continua a leggere→

Giorgio Stella, Una poesia

– Evviva Dio!!!!!!!!!!! – la carovana dei Discepoli, la carrozza della croce del Cristo che con un occhio si è visto morire // & con un altro è risorto!!!! !!!!! !!!!! – Salve allo SPIRITO SANTO (+ floreale)! Quasi in penombra, dove l’inferno dei / morti / è / il / vivo / nella tomba!!! !!!! !!!! – a Nazaret nessuno in casa non aveva un legno del falegname nel grembo! Lì si può dire si!!!!!! SIGNORE (***), avanti l’uomo adottato nel Vangelo e di lì allattato di là dal si nella Pisside. qui!!!!! (—————).

Sergio Zavoli

di Giorgio Stella

Cielo fermo, fredda luce posata
sopra di noi lasciati soli
a vagare con gli occhi su di te, di stella
in stella, quelle che hai scelto
per le nostre notti, nel velato dominio
dove hai voluto averci con l’immagine tua.
Poi più nulla, deserta maestà,
eppure siamo, in un grano per volta,
la tua prova.

Giorgio Stella. Una poesia

LE CARROZZE DI BURRO – (…) ad ogni astro si dedica il cielo, fascia retta nell’ onda orizzontale barocca dove la fiamma // è lo spessore della scherma! La postura ha / un rigore… Come sparare (…) // n
nella creta la suggestione per la ceramica ventaglio di un antico patriarca petto di rondine col becco nelle foglie.

Sergej Stratanovskij

di Giorgio Stella

La prefica 

 Intonando un pianto funebre sul suo uomo ubriaco, 
                intrecciando il merletto Di parole antiche, 
sull'ubriaco perso intrecciandole 
Per il figlio-mostro, per le percosse quasi quotidiane 
Pianto e singhiozzi intrecciando, 
               parole d'ira 
Sul vivo come fosse morto, 
               perché crepi in un istante, non si svegli. 
 
Morí il mattino dopo, 
              strozzato nel suo stesso vomito 
 Lo seppellí senza piangere, 
               ma da allora non riuscí piú a cantare

Marie Ponsot

di Giorgio Stella

A La Une

Che nessuna parola con la sua pensante minaccia
S’insinui nello sfioro dei nostri baci;
Il più tenue respiro che dia forma
Qui sarebbe di troppo.

Cerco all’interno del tuo singolo battito Il diametrale d’oro, dal quale
Sopprimere ogni via plurale alla verità, Sospendere ogni duplice evidenza.
Tu mi eguagli. Io ti
Libero. Possiamo tuttavia
Essere.

(trad. M. Bocchiola)

Robert Desnos

di Giorgio Stella

Mai altra che te a dispetto di stelle e solitudini
A dispetto di mutilazioni d’albero all’arrivo della notte
Mai altra che te proseguirà il mio stesso cammino
Più t’allontani più s’allunga la tua ombra Mai altra che te saluterà il mare all’alba quando
vagabondo esausto io uscito da foreste tenebrose
e cespi di ortiche marcerò verso i flutti Mai altra che te poserà la mano sulla mia fronte
e sugli occhi
Mai altra che te e nego la menzogna e l’infedeltà
Tu puoi spezzar la cima di questa nave all’àncora
Mai altra che te
Prigioniera nella gabbia l’aquila rode lenta
le sbarre di rame grigioverde
Che evasione!
È la domenica cifrata dal canto degli usignoli
nei boschi verde tenero il cruccio delle bambine
di fronte a una gabbia dove un canarino si agita
mentre nella via solitaria lentamente il sole
l’esile linea sposta sul marciapiede caldo
Altre linee passeremo
Mai altra che te
Ed io solo solo solo come l’edera appassita dei giardini
di periferia solo come il bicchiere
E mai altra che te.

(trad. P. Dècina Lombardi)