Ciò che è spezzato
diventerà intero. Ciò che è
curvo diventerà diritto. Ciò
che è vuoto diventerà
pieno. Ciò che è
consumato diventerà
nuovo. Chi ha poco
otterrà. Chi ha molto verrà
ingannato.
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Kobayashi Issa
Jirì Orten
C’è calore da te…
C’è calore da te, ah qui poter dormire,
nella terra profonda mi immergerei volentieri,
in una mestizia di piogge sgocciolerebbe il mio corpo
tutto spoglio, questo nudo immiserito.
Farsi ciechi di luce con un canto che si spegne!
Già al mio palato sento sete di solitudine,
che m’inebria e mi chiama a un restare
che non sia timoroso e entri nella musica.
Essere morto, padre, appartenere a nessuno,
non udir passi, non pensare, non sentire,
essere morto, indicibile con se stesso giacere,
essere pronto per sempre, finito essere – e avere.
Avere, avere almeno, almeno quel che è piú fedele,
il mio libero niente, sognare che si frantuma
in bei cubetti, esser solo, esser piú taciturno,
esser nel centro esatto, essere tempo e giardino.
Essere morto alle donne, esser morto agli amici,
esser morto all’angoscia, essere morto ai morti,
essere sí, cosí proprio, cosí pienamente e totale,
e non vedere piú niente che abbia nome di foglia.
Ah quanto è il tuo calore, da te poter dormire,
mi immergerei volentieri nella terra profonda,
in una mestizia di piogge sgocciolerebbe la gioia
che già soffriva per una meta mai vista.
Juan Ramon Jimenez
Siviglia a Madrid, 30 giugno
Addio!
Sognando, in treno
Oh, come verde indietro
rimani, Andalusia,
che bianca tra le tue agre
vigne!
Le alte terrazze,
dove il sole intreccia
colori di cristalli
malva, rosa la sua calce fresca
guardano la tua gioia.
In tutti c’è la mia anima
con la banderuola, in alto,
in alto.
…Qua e là, il mare, lungi,
in nastri accesi -.
Amelia Rosselli
La passione mi divorò giustamente
la passione mi divise fortemente
la passione mi ricondusse saggiamente
io saggiamente mi ricondussi
alla passione saggistica, principiante
nell’oscuro bosco d’un noioso
dovere, e la passione che bruciava
nel sedere a tavola con i grandi
senza passione o volendola dimenticare
io che bruciavo di passione
estinta la passione nel bruciare
io che bruciavo di dolore nel
vedere la passione così estinta.
Estinguere la passione bramosa!
Distinguere la passione dal
vero bramare la passione estinta
estinguere tutto quel che è
estinguere tutto ciò che rima
con è: estinguere me, la passione
la passione fortemente bruciante
che si estinse da sé:
Estinguere la passione del sé!
estinguere il verso che rima
da sé: estinguere perfino me
estinguere tutte le rime in
“e”: forse vinse la passione
estinguendo la rima in “e”.
Alessandro Anil Biswas
Sono cose leggere gli anni che ti avvolgono e disperdono,
immedesimati nel silenzio delle ore che da infanti
ci cullarono, tu non puoi ad essi sfuggire, né posso io
oltre la moltitudine a poco a poco
illuminata, disposta in piccole linee, vestite
di abitudini tramate, coincidenze… dunque è questo
il salire lento, a poco a poco di persone che fra tante
hai amato e dimenticato, a poco a poco
il segreto condiviso che si portano oltre la durata
delle presenze… li vedi così come sono,
a passi lenti, ridotti ai cardini del proprio dramma
di piccoli uomini macerati, ad uno ad uno, tuo padre
e un amico di tanti anni fa, con cui diviso il pane
hai assaporato la lama sottile della giovinezza, ad uno ad uno
entrano, si disperdono nel vortice di solitudine e folla,
solitudine e folla a mano a mano come loro
tocchi… il corrimano di questa stazione per sentire
il tatto degli innumerevoli, l’incessante frastuono
delle loro piccole ossa, dove tutto, ogni amore, ogni alluvione
di ricordi e gesti, ogni azione tua, ogni passo
verso l’immagine di te che già dall’infanzia
custodivi, ogni declinazione trattenuta di parole dette,
non dette… tu non puoi ad essi sfuggire, come posso io
ora, dimmi, come posso.
Chiedi alla polvere, di John Fante
La Croce Rossa distribuì coperte, viveri e caffè in abbondanza. Per tutta la notte restammo vicini all’altoparlante, che informava degli sviluppi della situazione. A quanto pareva a Los Angeles non c’erano stati gravi danni. Venne trasmesso un lungo elenco di morti, ma in esso non figurava nessuna Camilla Lopez. Per tutta la notte non feci altro che trangugiare caffè e fumare sigarette, ascoltando i nomi dei morti, Non c’era nessuna Camilla, e nemmeno un Lopez.
Biagio Salmeri
Le voci dei dispersi, e in rapida sequenza,
la bocca impastata, la testa pesante,
una allarmante chiazza violacea, sacchi
di plastica con la cerniera, bandiere sui balconi,
una vecchia che sorride senza incisivi,
il tempo di scavare una fossa, sotto
un qualunque insediamento umano la terra puzza,
l’uomo in canottiera,
che guarda la tv, con tutto quell’adipe, gli aloni
di sudore, i sandali ai piedi,
il vento è infestato di microrganismi,
un’altra vita è possibile
sotto forma di scarafaggi,
c’è tutto l’occorrente per farsi esplodere,
da buoni occidentali, una fame bulimica,
un’emicrania cronica, un raptus di follia.
Settembre, prima che la scuola riprenda,
il ripasso della caduta.
Valentina Simona Bufano
Il suonatore di fisarmonica
L’essere discreto si avvolge nel freddo mantello.
Aveva ascoltato l’Angelo esporre le tre scelte, ma
barcollava sulle nuvole e cadde, nascendo in Marzo
ma non in Primavera, in v. Di Mezzo, possibilità di sconfinare.
Attento al movimento dell’insieme,
che deve comprimersi e distendersi
come il corpo d’una fisarmonica
si lascia scorrere tra le strade acciottolate
fino alla chiesa a spiegarsi perché
quello strumento che occupa le mani nascondendo il cuore.
Nelle tasche profonde del mantello rosso
non sono ancora appassite le sementi:
si rompe i tacchi nei vicoli più ruvidi
rincorrendo le note con le dita.
Giorgio Stella. Sterpia
Questa è la poesia figlia del
fato che mai avrei voluto
scrivere mai, sai?
Nel delta sterpia
la data sua sulla mia ultima
poesia che non può più mai mai –
per tornare a
quei mari, rovesciati, nella
rotta di tutti i cieli fino ai
nidi dei firmamenti, stessi,
le narici colme di… di sale
nella bambina estate
dove chiamavi le conchiglie madri
che chiamano al vento i figli loro
principi degl’abissi nei
castelli di sabbia bagnata
e t’avvolgeva un raggio d’ombra
dal sole al cuore fosti preso in
pieno morto e vivo
nello stabilimento marino
dove muoio in eterno riposo
per ritornare vivo e vegeto
al resto di me stesso
che ho scordato d’annegare
nell’ultima estate per la prima
volta fanciullo, perfetto nel
rudere elementare nella stagione
della terra ferma dove si ferma la terra
stessa sull’asse suo nel vuoto mio sono
io il sono suo del primo viso morto
sull’ultimo volto vivo al mondo
io non piango, risparmiato.
Quando morii fui sveglio e eterno
come il regno di sabbia nel castello di vento.
Né rimpianto rimorso odio compassione,
solo me stesso
cineripreso accanto a Dio
nella camera oscura in eterno,
come quei filmini, quei vecchi filmini
che ridono la stessa storia d’amore
dall’inizio alla fine come quando finisce
– ricomincia la strofa della vita –
solo che questa volta sono talmente dentro Dio
che sgorgo all’infinito il sangue del finito,
e non piango, non rido, io nel mentre di me stesso,
ed io?
Io venni meno al mio destino
come del resto già sapevo,
già io sapevo il volto,
il volto rado mio, quel volto,
quel volto baciato
fino all’osso
materno sogno.
Roma Maggio/Agosto 2008
STERPIA è stato concepito
Osip Mandel’stam
Non sono ancora morto, non ancora solo
se insieme alla compagna-poverella
gusto la nobiltà delle pianure,
la caligine, la fame, la bufera.
In splendida miseria, in sfarzosa povertà
vivo solitario-confortato e sereno
beati quei giorni, quelle notti,
e la dolcesonora, innocente fatica.
Infelice chi come la sua ombra
spaventano i latrati, falcia il vento.
chi, solo a mezzo vivo,
va mendicando alla sua stessa ombra.
Ghiorgos Seferis
Parlavi lento
Parlavi lento dirimpetto al sole
e ora s’è fatto buio
ed eri la trama del mio destino
tu, che avrebbero chiamato Bilio.
Cinque attimi; e cos’è accaduto
intorno al vasto mondo?
Un amore non scritto, cancellato
e una brocca asciutta;
s’è fatto buio… Dov’è il luogo
e la tua nudità fino alla vita,
Dio mio, e il mio prezioso posto
e i modi della tua anima!
Stéphane Mallarmé
Brindisi
Nulla, questa schiuma, vergine verso
Solo a indicare la coppa;
Cosi al largo si tuffa una frotta
Di sirene, alcune riverse.
Noi navighiamo, o miei diversi
Amici, io già sulla poppa
Voi sulla prora fastosa che fende
Il flutto di lampi e d’inverni;
Una bella ebbrezza m’ingaggia
Né temo il suo beccheggiare
In piedi per fare questo brindisi
Solitudine, scogliera, stella
A tutto quello che valse
Il bianco soffrire della nostra vela.
Kikuo Takano
Giorgio Stella. Incantagioni
Jorge Luis Borges
Le cose
Le monete, il bastone, il portachiavi,
l’agile serratura, le tardive
note che i pochi giorni che mi restano
non leggeranno, gli scacchi e le carte,
un libro e tra le pagine appassita
la viola, monumento di una sera
da non scordare mai e già scordata,
il rosso specchio occidentale che arde
di un’illusoria aurora. Quante cose,
atlanti, soglie, lime, coppe, chiodi,
ci servono in silenzio come schiavi,
cieche e misteriosamente segrete!
Dureranno ben oltre il nostro oblio;
non sapranno mai che ce ne siamo andati.
Gottfried Benn
Madonna
Non restituirmi a me ancora!
Sono così sprofondato
in te. E così ebbro
di te. O felicità!
Il mondo è morto. Il cielo canta
adagiato sui fiumi delle stelle
maturo e chiaro. È tutto
un’eco il mio cuore.
Redento dal profondo e in bellezza
canta il popolo corsaro del mio sangue
alleluja!
Giorgio Stella. Poesie
L’ altra faccia della scrofa – è una convinzione di urto Sapere che una campana non abbia rintocco nella reciproca medaglia del suono – alle volte, alle volte spesso, penso che non sia incisa su nessuno volto umano una serie di francobolli da collezione.
*
Avevo poche monete in tasca giusto per comprarmi una corda per inpiccarmi monete antiche che gestivano il profilo di Dio ma talmente logorate che non ne raffiguravano il Volto le ho trovate in paradiso.
*
Sembra ieri l’oggi del domani come fosse adesso – i cinque pani d’orzo! La cifra raccolta nella riva nascosta e così sia la provvida mattanza.
*
La stagione dei morti – Balcone caldo d’inverno. Le piante non hanno acqua io non ho lacrime – morta una madre si fa un figlio del padre.
Jorge Luis Borges
Ormai compiuto il numero dei passi
che ti fu dato fare sulla terra,
ti dico morto. Io pure sono morto.
Io che rammento la precisa notte
dell’ignorato addio, oggi mi chiedo:
Che sarà stato di quei due ragazzi
che verso il mille e novecentoventi
cercavan con platonica innocenza
sui lunghi marciapiedi della notte
del Sud, nella chitarra di Paredes
o in fiabe di cantoni e di coltello
o nell’alba, che mai sfiorò nessuno,
la segreta città di Buenos Aires?
Fratello nei metalli di Quevedo
e nell’amore al numeroso esametro,
scopritore (ma tutti lo eravamo)
di un antico strumento, la metafora,
Francisco Luis, dello studioso libro,
magari dividessi questa vana
sera con me, inesplicabilmente,
e mi aiutassi a ripulire i versi.



















