
C’era uno che raccontava storie: storie di tutti i tipi, tragiche e comiche, utili e inutili, belle e meno belle. L’importante è che fossero storie, lui diceva, perché da storia nasce storia e così la vita, all’improvviso, si mette in movimento, esce dalla paura sottile che avvolge tanta gente, la frena, l’avvita su se stessa, la paralizza senza scampo. Questo genere diffuso di paralisi, aggiungeva, tenta di stornare la paura, di fuggirla, invece di affrontarla faccia a faccia, chiedendole senza tanti complimenti: chi sei, cosa vuoi, parliamone qui e ora. Dal momento che non si decide a prenderla di petto, la paralisi continuerà a fuggire la paura, a irritarsi o deprimersi, difendersi o aggredire.
Ecco, allora – continuava il nostro -, l’importanza della storia, che invita a cogliere la parte dinamica del mondo, a ri-considerarsi, a ri-vedersi da un’altra prospettiva, dipingendosi con colori inediti, modulando toni mai sperimentati, comunicandosi in forme tutte nuove.
La storia, proseguiva quello, attinge a qualcosa di profondo, a un desiderio di far parte di un’idea più grande, di un orizzonte che includa l’universo, questa e l’altra vita, Dio e l’umano. Raccontare storie rimette in discussione spazio e tempo, permette di entrare in contatto col passato più remoto e il futuro più lontano e inconcepibile, di incontrare lo Spirito Santo e chiedergli qualcosa del Progetto originario, quando ancora non c’erano il pensiero, l’azione e la parola, ma tutto era un guardarsi occhi negli occhi, senza bisogno di spiegarsi nulla.
C’era uno che raccontava sempre, un contastorie: conosceva bene la trappola del già pensato, di tutto il materiale classificato e etichettato, che puoi dire soltanto “è così o non è così”, e per questo non si arriva mai a guardarsi, a capirsi con un cenno, ad amarsi al di là di ciò che dice il galateo o la regola di tutto quanto è fermo, irrigidito, gelido, incapace, per sempre, di diventare storia.