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La poesia dell’intervista jazz


Guido Michelone e Betty Perfumo discutono del libro Jazz Interviews

 

Professor Michelone, tra le sue nuove pubblicazioni ‘scientifiche’ figura un nuovo libro di interviste dal titolo appunto Jazz Interviews. Di cosa si tratta brevemente?

Professoressa Perfumo, questa è una raccolta di 82 interviste, talvolta anche molto brevi (mai lunghissime, tranne forse un paio), realizzate grosso modo negli ultimi sei-sette anni (con qualche eccezione a ritroso) a jazzisti di tutto il mondo con diversi approcci: dal vivo prima o dopo un concerto, al telefono, via e-mail, o grazie a facebook. Le domande sono in inglese e le risposte pure e ho lasciato tutto nella lingua originaria. Continua a leggere→

Cartolina da Sirolo


Gira che ti rigira ti ritrovo
sulla scala del cielo,
unico orecchio, estremo sguardo
d’instancabile veglia.
Sei nella scia del vaporetto, nelle chiazze
che il viavai della corrente
forma senza volerlo. Ti sento
nello stridio dei grilli, nel frinire
di una cicala che si uccide
cantando. Ti ho visto, in tutte le stagioni,
appeso alla ringhiera, come me,
libero di stare immobile,
o dondolare ironico al ritmo del jukebox.
Ricordati, ti prego, ora che sai
del Regno: accoglimi nel canto
del cigno di un’era che finisce,
tra scismi e cataclismi,
e risme di ruffiani, e corti
di nani, eccitati dal numero
esibito sul soglio un tempo più sicuro.
Abbracciami amico,
unico puro, ultimo scoglio di salvezza,
in un mare di omertà,
nel gorgo dell’orgoglio.

Luigi Maria Corsanico legge Giovanni Papini

[youtube=https://youtu.be/C1aPzp2Y9oY]

da qui

Giovanni Papini

C’è un canto dentro di me

(da Opere di Giovanni Papini. Volume diciassettesimo. Poesia in prosa. Cento pagine di Poesia – Giorni di Festa. Nuova edizione con molte aggiunte, Vallecchi, Firenze, 1932, pp. 273-276. Originariamente in Cento Pagine di Poesia, 1915, con qualche leggera differenza).

Interpretato da Luigi Maria Corsanico

Immagini da opere di Edgar Caracristi ©

Goffredo Petrassi
Kyrie, per coro e archi (1986)
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
diretti da Arturo Tamayo
Maestro del Coro: José Luis Basso Continua a leggere→

Il grande yogurt


Certe volte, nella vita, bisogna scegliere drasticamente, tagliare con l’accetta. Uno cerca di non fare male, sfiorando dolcemente il mondo dell’altro; ma accadono fatti che non lasciano spazio a premure ed attenzioni; e allora zac, tagliare di netto, avanti un altro.
La carità è paziente, dice Paolo, quello di Tarso: tutto scusa e tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. Ma un bel giorno ti accorgi che non tutto è sdoganabile, che l’altro ha dei doveri: di rispetto, o almeno di buona educazione.
E allora tronca, qualcosa sboccerà di nuovo dalle radici originarie; non sempre si può andare di uncinetto, pregare, accarezzare, cavare, insomma, il sangue da una rapa.
È il momento più istruttivo, quello in cui la persona si assume la responsabilità delle sue azioni. Vuole? Non vuole? Tu, comunque, glielo hai detto, ti sei preso la briga di stornare, dall’umanità, l’ennesimo calcio sulla faccia.

Inesorabilmente


Sai quando ti prende la nausea e non ne vorresti più sapere? È la peak experience alla rovescia, l’apice dell’assurdo umano, il massacro gratuito che a qualcosa, certamente, servirà, ma sul momento non ne afferri il senso. Cosa fare, in casi come questi? Il rimedio è volare più alto, toccare la bellezza che rovescia il mondo, e immunizza da qualsiasi contagio del male che ti assedia. A poco a poco, si apre uno scenario nuovo: cominci a capire le contraddizioni, a servirti del metro di Dio. La prospettiva del Signore ha qualcosa che manca a qualsiasi altro sguardo sulla Terra: è esente da interessi, vive del bene, dona senza calcolo. Questa è la bellezza. Più la guardi, più la verità s’impone con l’evidenza dell’essere-secondo-Dio. Senza bellezza, il mondo ha i giorni contati; con lei ogni cosa, inesorabilmente, è quello che dev’essere.

104. L’attesa


Il tempo faceva maturare l’anima e gli eventi, mettendoci in contatto col profondo, disposti ad accogliere, ormai, la sofferenza inevitabile legata a quell’impresa. I segni di ciò che ci aspettava erano sempre più evidenti, e una volta di più ci stupivamo del fatto che tanti non vedessero, o fingessero che tutto restasse come prima. Avevamo esaurito la vena polemica montante di fronte ai casi di rimozione più sfacciati. Volenti o nolenti, ci eravamo adattati alla presenza delle due fazioni indicate dalla Emmerich: posizioni opposte e irriducibili da accogliere com’erano, evitando d’innescare drammi che sarebbero andati ad aggiungersi a quelli già incombenti. L’impeto, l’enfasi, lasciavano il posto alla tenerezza e alla pietà, come se l’unica chance realistica fosse porre ogni cosa ai piedi del Signore, lasciandogli l’onere e l’onore di parlare e di agire, nei suoi modi imprevedibili. Lo Spirito emergeva dal di dentro, strattonato come sempre, ma propenso a vivere soltanto della divina volontà. Ogni giorno era un passo verso l’agognata epifania: tutte le profezie pendevano dal chiodo dello scadere del famoso centenario, in cui il piano diabolico avrebbe distrutto, da una parte, e spalancato, dall’altra, una breccia nel muro che celava il trionfo del Cuore immacolato di Maria. Attendevamo, imparando da Colei che don Tonino Bello aveva definito, per l’appunto, la Vergine dell’Attesa, la Donna capace di aspettare.

La fabbrica delle storie


Di quel viaggio ricordava parole, sensazioni, eventi, alcuni dei quali gli causavano un’acuta nostalgia. Ne aveva percorsa, di strada, da quei giorni: era cresciuto, nell’anima e nel corpo; il suo raggio d’azione si era esteso, in seguito al successo di un’impresa in cui, non a caso, la fantasia aveva un ruolo dominante.
Si era sempre occupato delle favole, anzi, adesso ne scriveva.
La sera, poco prima di andarsene a dormire, si sedeva davanti al tavolino ingombro di libri e si lasciava conquistare da una storia, che emergeva dal tablet come fosse evocata da una voce sconosciuta, eppure così intima da trovarsi confusa, spesso, con la propria.
Quell’esperienza, si accorgeva, tornava a fecondare la sua vena: la rosa, l’aereo nel deserto, l’uomo che ascoltava i suoi discorsi – prima distratto, poi sempre più travolto dal fascino della sua semplicità -, erano il seme morto nel tempo che portava finalmente frutto.
Quei dialoghi, quei riti, quegli incontri, tessevano la trama delle fiabe nate dal nulla, nelle sere d’estate, quando il giorno rifiutava di finire e la notte veniva cancellata da un tramonto eterno.
Non era più il piccolo principe, ma il principe cresciuto, e comprendeva che solo il ricordo di quei giorni lo aiutava ad accettare una maturità desiderata e temuta al tempo stesso.
La saggezza ineffabile delle parole della volpe, l’originalità degli asteroidi visitati, il cuore spezzato del suo amico, gli permettevano d’essere e mostrarsi come il Principe Adulto nel Pianeta delle Fiabe Inesauribili, estratte dal tesoro dell’eterna memoria dell’amore.

Un viaggio, di Riccardo Ferrazzi


Perché ho l’impressione che la mia vita stia tutta in un viaggio da Madrid a Salamanca? Ho fatto avanti e indietro da tanti posti ma quello è l’itinerario che più di ogni altro mi ricorda il gioco dell’oca o la caccia al tesoro: un percorso disseminato di stazioni ognuna delle quali dovrebbe contenere un significato che però non si lascia afferrare con facilità. Forse perché non c’è? Continua a leggere→

Quello che c’era da capire


Lo chiamavano scemo. In effetti, spesso, sembrava non capire. Ti guardava in un modo che metteva il nervoso, perché gli occhi riflettevano ogni volta la medesima domanda: mi ripeti? Ma nessuno aveva voglia di ripetere. Lui se ne andava tristemente, rassegnandosi al fatto che non c’era chi accettasse di scandire le frasi con più calma, articolando le parole suono per suono, fonema per fonema. Il suo era un tempo parallelo, ignorato da tutti, poiché l’ansia la faceva da padrona, allora come ora.
Tentò il suicidio: avrebbe voluto ingurgitare una grande quantità di un farmaco potente. Ma fu lento: la madre se ne accorse, e lui se la cavò con una lavanda gastrica e un rimprovero angosciato. Da quel giorno, togliersi la vita gli parve impegnativo, o forse si era solo spaventato troppo, all’appressarsi della morte.
Alla fine, chissà come, sposò una donna ricca, più grande di lui, che lo accolse in una casa lussuosa. Intraprese una vita da nababbo, con auto prestigiose e vacanze in alberghi a cinque stelle.
Spargendosi la voce, si notò un cambiamento nel modo di fare della gente: ora tutti, incontrandolo, sembravano meno frettolosi, gli parlavano a lungo, volentieri, ripetendo più volte le medesime frasi, completandole con gesti, disegni, materiali didattici. Sembrava felice.
Nessuno credette ai propri orecchi quando giunse la notizia che si era gettato, una mattina, dal tetto della villa. Provarono a lungo a rianimarlo, replicando all’infinito le parole, le grida, fino a perdere la voce. Ma lui non si riprese.
Morì lentamente, quasi per comprendere bene cosa stesse succedendo. Un sorriso strano apparve sul suo volto, come se avesse decifrato il proprio desiderio più profondo, intercettando una voce che scandiva all’infinito: ti amo, ti amo, ti amo, e capendo, una volta per tutte, quello che c’era da capire.

Tarli


E se non fosse vero? Se volesse ingannarmi?
Il tarlo s’insinua facilmente, è più forte dell’atto di fiducia, perché asseconda i sistemi difensivi, l’abitudine a far vincere il peggio, come ci fosse qualcosa che spinge verso il basso: a pensar male, diceva il divo Giulio, s’indovina sempre.
Giorno dopo giorno, accumuli sospetti, contamini col dubbio prima un rapporto, poi l’altro, e l’altro ancora. Ti ritrovi da solo, incapace di parlare anche con te, perché il prossimo tuo è come te stesso, e se diffidi di lui, finirai con l’auto diffidarti.
Che fare? ti chiedi. È semplice: comincia a invertire la rotta, a credere ogni volta che saresti tentato del contrario. Cos’hai da perdere? Negando la fiducia, smarrisci il bello e il buono della vita, sprofondi nel livore che nutre la tua ulcera, rinunci a vivere, perché in mancanza di fede non c’è vita.
Ma puoi ricominciare: il vero Io ti aspetta, come un bambino che crede alla promessa del papà, anche se tarda.
Fidarsi è dire a satana che hai deciso di cambiare strada: non c’è bisogno di aggiungere che seguirai Gesù, del diavolo è meglio non fidarsi, è il principe dei tarli.

Il punto


Ti scrivo da un luogo di cui ignoro qualsiasi coordinata: è in cima a una collina, a strapiombo sul mare. Non so neanche come sia riuscito ad arrivarci, o chi mi ci abbia portato. A dire il vero, mi accorgo di aver dimenticato molte cose, tra cui il mio nome. Ma il tuo l’ho ben presente.
Forse è un vantaggio non rivangare più il passato, percepirsi liberi da errori e fallimenti. O forse mi illudo soltanto di non avere più di che rimproverarmi: l’essenza della vita è riconoscere umilmente la propria identità, senza ipocriti perfezionismi.
Da qui si vede bene l’orizzonte, la fine che non è una fine: come il giorno, che sembra esaurirsi e invece continua nella notte, nei sogni, che per me, nella presente condizione, sono l’unica chance di ritrovare un frammento di memoria; per sapere, ad esempio, se sono interessato a te, o è una forma di compensazione di quello che ho perduto e temo di non poter mai più ricuperare. Ciò che mi collega alla realtà è il filo tenue della nostra relazione, l’idea che da qualcosa si debba cominciare e che l’io sia questo ponte sospeso sopra il nulla, da cui mandiamo baci, o grida angosciate come appelli impossibili da udire.
Oggi ho maturato una certezza: qualcuno mi ha portato qui; dunque, un senso ci dev’essere. Per la prima volta sperimento la fiducia del bambino, che non mette in discussione il volere dei propri genitori.
La collina, per me, è un simbolo a due facce: può rivelarsi un cimitero silenzioso, in cui ombre furtive accumulano fiori che presto appassiranno; o il luogo da cui, finalmente, si vede il punto da cui tutto nasce, invece di finire.

Incontro


Certe volte era tentato di dirgliene quattro: si faceva un film con le parole giuste, i gesti adeguati, l’intonazione perfettamente consona al momento. Si guardava allo specchio, faceva le facce, era quasi tentato di prendere con forza, per un braccio, la sua immagine riflessa. Sì, sarebbe stato il gesto decisivo, quello che scioglie i nodi più intricati, che arriva alla fine di una lunga, infinita incomprensione: tutto sembra perduto quando, a un tratto, ecco che il volto si illumina, il corpo si protende, l’anima si affaccia sulle labbra per spingersi fuori, in un assalto fermo e irresistibile. Nessuno l’avrebbe fermato, l’impeto avrebbe sbaragliato le ultime, fioche resistenze, e tutto, all’improvviso, sarebbe apparso diverso: il cielo estivo, il gatto sdraiato sulla panca, il manifesto del concerto di Bach, con il coro del duomo.
Il giorno in cui s’incontrarono, non accadde nulla: ognuno pronunciò le solite parole, disegnò gli stessi gesti nell’aria, riprodusse in modo meccanico le pause, le smorfie, l’andirivieni delle mani.
Ma qualcosa era cambiato: le prove allo specchio non avevano raggiunto il suo interlocutore, ma avevano toccato lui, cambiando per sempre il cielo d’estate, il gatto sulla panca, il concerto di Bach e qualsiasi altro segno di vita sulla Terra.

Nessi


Mi piace contemplare i gabbiani. Hanno un modo di muoversi curioso: si guardano in giro come uomini, sicuri di sé, perfino prepotenti, perché attaccano i piccioni per un pezzo di pane o di biscotto. Sono anche violenti, quando infliggono colpi di becco micidiali nel momento in cui meno te lo aspetti. Se non esistessero, il mondo non potrebbe sopravvivere: avrebbe nostalgia di quelle ali impeccabili, bianche come lenzuola ripassate sotto il ferro da stiro. Se non ci fossero i gabbiani, non ci sarebbe il mare: l’hai mai visto un mare in cui non planino o si posino un momento, in cerca di cibo? Non ci sarebbe acqua, quindi, né vita: la storia sarebbe solo un sogno che svanisce da svegli, quando non sai più se sei a casa o in qualche posto del mondo dove hai passato la notte per lavoro. I gabbiani hanno questo di bello: se li vedi, non puoi fare a meno di seguirne il movimento, come fosse di vitale importanza conoscere la loro direzione, perché senza di loro il mondo non esiste. Non ci sarei neanch’io, a cercare d’intuire in quale modo le ali, bianche come pagine, proveranno che sempre, nell’amore, tutto è collegato. È il motivo per cui se sei qui, a leggere quello che ora ho scritto, è un miracolo che mai finirà di stupirti, di stupirmi.

La visita


Se un extraterrestre approdasse sulla Terra, avrebbe molte cose da ridire. Noterebbe subito la mancanza di cordialità, l’antagonismo, l’atteggiamento difensivo diffuso un po’ dovunque. Perché questa paura? Perché tanta mancanza di condivisione? Si meraviglierebbe della freddezza nel compiere riti che dovrebbero invece rallegrare: le facce scure, l’aria depressa della gente chiusa nel tempio, l’indifferenza fra un tavolo e l’altro in ristoranti e trattorie, l’assenza di saluti negli auditori e negli stadi. Proverebbe a interrogare i passanti, chiederebbe, che so: come stai, o cosa c’è di bello nel tuo mondo. Ma la risposta sarebbe un silenzio sospettoso, un’alzata di spalle, un inarcamento rapido di sopracciglia, che direbbe assai più delle parole. L’extraterrestre, allora, vorrebbe raccontare qualcosa di sé, cercherebbe di suscitare un interesse, un desiderio di contraccambiare la visita di cortesia. Parlerebbe di luoghi in cui la gente si ferma a conversare, a scambiarsi pareri, ricordi, sensazioni. Tenterebbe di contagiare un entusiasmo, un inizio di sana emulazione, la speranza di cambiare, non tutto in una volta, ma almeno un poco al giorno. Alla fine, gli individui, i capannelli, la folla, lo prenderebbero di peso, trascinandolo all’uscita della loro malinconica città e lo appenderebbero a un palo, come monito per qualunque extraterrestre cui saltasse in mente l’idea balzana di venire qui. Molti rimarrebbero stupiti di non vederlo più sospeso in alto, il terzo giorno; si chiederebbero come sia possibile sparire in questo modo. Poi, con un’alzata di spalle, tornerebbero a guardarsi di traverso, a ignorarsi, a farsi dei dispetti da nulla, ma sempre fastidiosi.

E se


E se Abramo avesse detto no, di fronte alla richiesta di uccidere suo figlio, se Mosè si fosse rifiutato di affrontare di petto il Faraone, se Davide non avesse voluto diventare l’uomo secondo il cuore di Dio, se Maria si fosse ritirata da un progetto troppo grande e impegnativo, se Paolo di Tarso avesse urlato “basta!” a tutto il dolore della sua missione, se Antonio, Francesco, Ignazio, Teresa, Teresina, Rita, Caterina, avessero cercato un’altra strada, più comoda, più gratificante, se tutto l’amore del mondo, la capacità di sacrificio, la rinuncia al proprio tornaconto, insomma, se avesse prevalso, sulla Terra, soltanto la nostra volontà, ebbene, oggi non saremmo qui: la catena di generosità, le mille forme del verbo dare si sarebbero esaurite, il moto della vita si sarebbe bloccato, proprio come rischia d’incepparsi ora, come se un corpo estraneo stesse per piombarci addosso, un pianeta alieno, un asteroide, in cui si rapprendesse tutto il male del mondo, l’affetto negato, l’onestà dimenticata, la giustizia ignorata, il bene soffocato dall’unico obiettivo reputato degno e conveniente: godere, possedere, dominare. E allora: grazie ad Abramo e a Mosè, a Davide e a Maria, a Paolo e a tutti gli uomini e le donne che chiamiamo santi, e al Santo dei Santi, che ancora una volta costruirà la sua arca di salvezza per chi gli dirà “sì”, con la sua vita.

Fiabe


Un tempo si raccontavano le fiabe, dove il lupo era il lupo, l’orco l’orco , la fata la fata. Oggi il lupo è travestito da fata, e viceversa. Il bambino non distingue più tra chi lo salva e chi lo sbrana, e cresce con l’idea che un’azione cattiva possa essere anche buona: insulta, ferisce, uccide, come se collezionasse fioretti per la prima comunione. In un mondo in cui bene e male si confondono può accadere di tutto: è già un miracolo che una macchina si fermi al rosso, che un cliente paghi la spesa, che un uomo o una donna vadano al lavoro. Ma capita più spesso che un’auto ignori la segnaletica stradale, che qualcuno si appropri della roba altrui, che la gente si assenti dai doveri quotidiani in modo fraudolento. Quando tutto sarà capovolto, ci guarderemo in faccia e proveremo a chiederci da dove sia nata questa storia. Riesumeremo dal cassetto le fiabe di un tempo, dove il lupo era il lupo, la fata la fata, l’orco l’orco. Sperando, di nuovo, che tutto finisca per il meglio.

103. Il torto e la ragione


Scoprivamo sempre meglio quello di cui i Padri erano stati convinti dall’inizio: il segreto della vita di fede è la memoria dell’amore. Senza il ricordo, la storia, la traccia concreta che giace nel profondo, non può esservi fede, ma solo un’aggiunta posticcia senza carne né sangue. Del resto, non era stato l’ultimo arrivato a dire: “fate questo in memoria di me”. E il memoriale era l’asse portante non solo del Nuovo, ma anche del Primo Testamento. La vita cristiana è l’unica realtà in cui si può dire, con un’accezione positiva, che si vive di ricordi. Il primo Vangelo è tutto nel paolino “vi trasmetto quello che a mia volta ho ricevuto”. Il tempo, per noi, era dunque scandito da un intreccio incandescente tra il futuro apocalittico, il presente dell’attesa e un passato nel quale rirovare le radici profonde di cui tutto si nutriva, in aperto contrasto con la superficialità inquietante di un’eresia, ormai, acclamata e conclamata. Ci veniva in mente la parabola del seminatore, con la sua denuncia dei terreni inconsistenti, incapaci di portare frutto, e la necessità di un’accoglienza attenta e generosa del seme-Parola, della sua azione potente e rigeneratrice. Chi aveva interesse a occultare una verità così lampante? Chi poteva arrivare a strappare dal cuore della gente l’unica possibile fertilità, condannandola a un destino da zombi o da automi, a una vita senz’anima, così lontana dal credo-spero-amo di cui don Mario s’era fatto banditore? Ancora una volta, gli eventi avrebbero chiarito con la forza incontrovertibile della realtà da quale parte fossero il torto e la ragione.

La poesia del pianoforte: intervista a Sivia Belfiore


di Guido Michelone

 

Un nuovo CD ‘Per Musicam Ad Divinum’, basato sui Vangeli porta alla luce la poesia del pianoforte di Silvia Belfiore, giovane solista alessandrina che sta lavorando a un progetto impegnativo, riguardante l’edizione discografica dell’opera omnia pianistica del compositore casalese Federico Gozzelino. In esclusiva e in anteprima per ‘La poesia e lo spirito’, Silvia Belfiore racconta questa straordinaria esperienza. Continua a leggere→