
Ogni giorno, dicevo, imparavamo qualcosa. Nell’ambiente ostile in cui vivevo, ogni momento era buono per sperimentare l’amarezza del misconoscimento, dello sguardo indifferente che quasi godeva nel sottrarti, nel toglierti, nel farti comprendere come fossi di troppo. Ogni mese, a noi sacerdoti spettava una quota per le messe celebrate. Quella volta era successo che, per due giorni di seguito, avevo saltato il pasto in cui veniva consegnata la busta dall’economo. Tornando da un’uscita serale, gli chiesi quando me l’avrebbe data, e mi rispose come se fossi il più infimo degli esseri. Allora, tornato in stanza, capii qualcosa che non potrò dimenticare: il diavolo sa bene quali corde toccare per produrre amarezza, livore, desiderio di rivalsa. Non c’è che un rimedio: decidere, una volta per tutte, di non suonare la sua musica, di non utilizzare i suoi strumenti, di non sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda delle colonne sonore da lui composte ed eseguite. Bisognava cantare la musica di Dio, che trasmetteva pace e indipendenza, che educava alla libertà interiore e al rifiuto di qualsiasi condizionamento proveniente dall’esterno. Pensai che le note predilette da Dio fossero quelle dell’inno che, non a caso, don Mario mi aveva consegnato in uno dei nostri primi incontri: il capitolo 13 della prima lettera ai Corinzi, le cui parole ti cullano in una nenia che scava nel profondo, apre al mondo sconosciuto e felice dell’amore: la carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. Sì, questa era tutta un’altra musica.