Archivi autore: fabrizio centofanti

Informazioni su fabrizio centofanti

https://gesuperatei.wordpress.com http://www.lapoesiaelospirito.it https://youtu.be/wnH1GlOPZk0

Con tutti gli amuleti cuciti sul vestito

di Alfonso Nannariello

I – II – III – IV – V – VI – VII – VIII – IX – X – XI – XII – XIII – XIV
XV –   XVI – XVII – XVIII

Quando nacqui io non si usavano più. Qualche  tempo prima, invece, per vincere le loro ansie e le loro paure o magari qualche satanasso, le donne portavano appese al petto come scongiuri zampe di lepre o zampe di coniglio, forse anche di tasso.

Col tempo questi ciondoli furono sostituiti da altri d’argento, d’oro o di corallo, detti manùzz. Le manine facevano il gesto delle corna o quello della fica. Al loro posto poi furono messi corni e croci, rimpiazzati a loro volta dall’arsenale delle virtù: croce, àncora e cuore, simboli di fede, speranza e carità, che rimasero amuleto, per quanto teologale. Continua a leggere→

Un regalo per Domma

Con queste parole semplici, dedicate a don Mario, un’animatrice della comunicazione del Centro di formazione giovanile, Margherita (Titti) De Donato, ha vinto il Premio alla cultura della decima edizione del concorso letterario di poesia e narrativa Il telescopio.
Canale 10 ha ripreso l’evento e ne ha realizzato uno special.
Dedichiamo la notizia a Domma, nel secondo anniversario della morte. Continua a leggere→

Nel traffico. Di Renata Morresi


( Giostra)

Nel traffico

What do we know? We’re just drivers

Che ne sappiamo? Guidiamo solo, noi

L’autista

Anche noi abbiamo visto il quartiere
a modo nostro riunito
le auto per colore e una maglietta
con le righe, con uno sforzo enorme
per comprendere gli avverbi
richiesto ai presenti d’essere tutti
attenti abbastanza a non mischiare
le immondizie, osservato la distesa
di pavimenti e porte
la spaventosa fiducia riposta
nel film preferito, nel giudizio
razionale, nella reazione a pelle,
la nostra intelligenza ornamentale. Continua a leggere→

73. L’orologio

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=7LGCy7BZrPM]

da qui

A Maria viene il dubbio di aver lasciato il cellulare acceso: immediatamente, infila la mano destra nella tasca e s’imbatte in una catena sottile, di quelle usate per appendere al collo monili di una certa dimensione. Prova a tirare, ma è difficile, perché ci sono oggetti antagonisti: un accendino che porta sempre con sé, anche se ha smesso di fumare; una chiavetta per collegarsi in rete, le chiavi dell’automobile e di casa, il cellulare stesso, che all’improvviso ha perso d’interesse. Continua a leggere→

Non importa

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=LdctUEQb8gY]

da qui

Non importa che il respiro si spezzi ogni momento
nel tempo in cui la regola è morire,
dare fino alla nausea, alla vertigine,
non aspettarsi nulla, oltre il rintocco
di campane appena riparate.
Il regno è all’orizzonte della notte
con la faccia di Pietro, l’idraulico rumeno cui nessuno
affida più il lavoro, dopo l’incidente. In cambio
fu clemente l’auto da cui è stato investito l’altra sera:
dimesso poco dopo, all’ospedale.
Don Fabrizio! – ha gridato, incrociando i miei occhi appollaiati
sui suoi, nel ventre bianco del pronto soccorso cittadino.
Il Natale ha la faccia dei poveri, si nasconde agli scribi
e ai sacerdoti occupati nei riti solenni di una falsa religione.
Per conto mio
non credo più all’inferno e al paradiso:
vago di giorno in giorno
in una vita che non cessa di sorprendermi.

50 anni per il capolavoro di Flannery O’Connor

Mezzo secolo fa vedeva la luce Il cielo è dei violenti di Flannery O’Connor (1960), uno dei massimi capolavori della letteratura americana. Un romanzo tanto perfetto quanto urtante. «Inaffondabile» l’ha definito il critico Harold Bloom, neanche parlasse di un caccia torpediniere, e bisogna dargli ragione. Anche se piuttosto breve, leggerlo richiede tempo. Le pagine sono robuste e sostanziose come razioni di pane nero e lardo: impossibile digerirne più di una ventina al giorno. Ogni parola è definitiva, ogni frase pare incisa nella pietra e nel cielo. Il cielo è dei violenti rappresenta il vertice di un’esistenza interamente dedicata alla scrittura, che la O’Connor intese sempre come precisa, esigentissima vocazione. Non ho più letto nulla di simile e, forse, neppure esiste. Continua a leggere→

Quoth the Raven:”Nevermore”. Di Liliana Zinetti

Quoth the Raven:”Nevermore” 1

Forse per il vento
che premeva ai vetri
stamattina gli oggetti avevano
uno sguardo diverso, allucinato.
La tazzina di caffè
teneva sul fondo il giorno prevedibile, eppure
una diversa luce sfarinava le ore, il quotidiano
bussava a una porta che il giorno prima,
lo giuro, non c’era. Continua a leggere→

Varcare la soglia di una domanda. Di Francesco Marotta


(Sentieri nella neve)

varcare la soglia di una domanda

varcare la soglia di una domanda
rasente all’ombra che a fatica
recupera i suoi codici eccede gli argini
imponendosi torsioni di lingua
per esempio la trama discorde
che dai margini offre un sentiero
al silenzio

Da: “Esilio di voce” di Francesco Marotta (2009)

Nascere all’altro

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=7w17MamPY7A]

da qui

Che non sia un Natale come gli altri.
Che la poesia restituisca la bellezza,
e la bellezza possa rovesciare il mondo,
mostrarne le potenzialità,
ciò che saremmo
se ospitassimo lo spirito,
pneuma, ruach,
l’alito che anima i progetti,
genera i sogni,
a qualunque latitudine,
sotto qualunque segno,
di Dio o dell’uomo,
perché ciò che conta è amare
e, come diceva un vescovo
degno del nome,
se la fede ci fa essere credenti,
e la speranza ci fa essere credibili,
solo la carità ci fa essere creduti.

Auguri da La poesia e lo spirito.

Alle querce di Mamre. (Ultimo Natale).

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=VHTzlgkfYCE&feature=related]

da qui

Era circa quest’ora quando ti ho sentito tossire in modo innaturale. Mi hai detto: non è nulla. Hai cominciato a stare peggio e ho chiamato il medico, Francesco; continuavi a dire che non c’erano problemi, ma ho intuito che, a quattr’occhi, gli confidavi la gravità della questione. Non volevi preoccuparmi, come sempre; anche in ospedale, hai continuato a dire che dovevo andare a celebrare, che la gente aspettava; non mi sarei mosso neanche se fosse arrivato il maresciallo Coppola coi carabinieri. Dopo una notte in bianco, ormai sembrava fatta: preso per i capelli; vuoi vedere che ce la facciamo anche stavolta? Ci vuole un anno sabbatico, devi riposare; no, rispondevi, basterà molto meno; avresti ricominciato appena uscito. Andavo e venivo, tra reparto e chiesa, finché l’infermiera, una mattina maledetta, mi ha comunicato che non andava affatto bene. Cercavo di capire cosa fosse; ti hanno portato fuori in coma, con la maschera a ossigeno. Il 30 dicembre mi ha telefonato tua sorella: Mario è morto. Col lenzuolo per cappuccio, sembravi Abramo alle querce di Mamre. Il sole dell’assurdo batteva sui nostri cuori silenziosi. Non mi sono più ripreso dal silenzio: ancora oggi, aspetto che vengano a portarmi una notizia. Mentre starò seduto all’ingresso della chiesa, nell’ora più calda del giorno, alzerò gli occhi e vedrò tre uomini in piedi, avanti a me. Correrò loro incontro e mi prostrerò a terra, dicendo: «Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo”.

Fieri e un po’ selvaggi

di Alfonso Nannariello

I – II – III – IV – V – VI – VII – VIII – IX – X – XI – XII – XIII – XIV
XV –   XVI – XVII

 

Quella posa si perse, l’ho già scritto, dopo la fine della Grande Guerra.

Fu proprio allora che i daini scomparvero dal nostro territorio, dal bosco di Castiglione. Lo testimonia Rocco Polestra in Calitri 1897-1910.

I daini sparirono, cioè, proprio quando sembra, dalla comparazione dei ritratti degli uomini di questo periodo con quelli delle foto successive, che si sia persa quella ruvida eleganza. Continua a leggere→

Di Corsa. Viola Amarelli


(Soffioni)

Di Corsa. Viola Amarelli

?) Di corsa, da sempre la fretta. Persino nei sogni l’urgenza di fare, concludere il cerchio. O invece è la fuga nel panico, l’angoscia da adrenalina.

?) La fiamma crepita piano fin quando trovando la strada s’impenna. D’un colpo, la vampa, un attimo che sbalza fuori dal tempo, e da sé. L’accumulo dell’energia che esplode, e riempie. Il pieno, ricade svuotato. Vorace, la voglia di prendere tutto bruciando. Forse. Anche.

?) C’è una pigrizia di fondo, un bel fare niente. Occorre innaffiare le ortensie,. Ha messo begonie, usavano ai tempi di zie e delle nonne. Continua a leggere→

E’ qui vicino il luogo che avevi in nome. Di Piero Marelli


(Roggia)

E’ qui vicino il luogo che avevi in nome. Di Piero Marelli

E’ qui vicino il luogo che avevi in nome
in parole fortunate – parla con un fiume una strada
una fotografia, se questa è la sua possibilità
di rivelarsi, anche in minima parte
nel cesto di pane e ricami
al centro della tavola – non so
se in questa casa volevi abitare
di un paese che i morti aveva dimenticato –
se le antiche, ma proprio per questo non solo
rimpiante parole, aspettano ancora
di essere vendicate – se il discreto
degli occhi dell’insonnia non ha saputo
rivelare il disegno del tappeto ormai in debito
di colori, se i figli delle favole
hanno diviso le loro voci.

Piero Marelli, La Pietra serena, Edizioni La Vita Felice 2001

Chiamati per nome, uno ad uno

di Alfonso Nannariello

I – II – III – IV – V – VI – VII – VIII – IX – X – XI – XII – XIII – XIV
XV –   XVI

L’ho già detto: si sarebbe potuto, sfogliando la raccolta curata da Franco Arminio e Stefania Borriello, Siamo esseri antichi,  scambiare non pochi calitrani della fine dell’ ‘800 e del primo ‘900 per apaches o cherokees.

Non sappiamo come e quando la razza si schiarì. Il padre di mio padre era ancora di una materia arcana, fatto di terra scura. Vallario Leonardo, il nonno di mio padre, il padre di sua madre, invece, no. Tata Nàrd anche se sembrava un po’ un brigante per via dell’orecchino che portava, non avrebbe potuto mai essere scambiato per indiano. Anzi, era come terra attirata, chissà da quanti lustri, dall’anima lunare. Con gli occhi verdi, i capelli biondocenere e la pelle chiara, sembrava un essere celeste, uno simile agli astri. Se avesse avuto i capelli lunghi e se, oltre ai baffi, avesse avuto il pizzetto, avrebbero potuto confonderlo col generale Custer o Buffalo Bill. Continua a leggere→

72. Una strana storia

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da qui

– Come sta, signor Leopoldo?
Il dottor Peltre sorride sotto i baffi: non sembra preoccupato per la situazione clinica del suo paziente.
– Discretamente. Può dirmi come sono finito in questa stanza?
– E’ una storia lunga: non so se riuscirò a ricostruirla. Un uomo con soprabito beige e scoppola scura, da cui usciva una ciocca di capelli biondi e spettinati, si è presentato in accettazione con un alito pesante da alcolista. Gli impiegati hanno cercato di farlo allontanare, ma lui insisteva sulla necessità di soccorrere un turista svenuto presso la piramide del Louvre. Continua a leggere→

Voce sola. Di Pierluigi Cappello


(Muri)

Voce sola. Di Pierluigi Cappello

Io dico che
– secondo me –
le parole non vedono
le parole non vedono mai abbastanza
sono due occhi
rimasti dietro un muro
sono il buio di una stanza
e quello che vedono, povere,
a vederlo mi fa quasi pena
non conta
rispetto alle cose che contano
rispetto alle cose che ci hanno detto
che sono vere.
A noi, timbrati in seme.

Da: Asseto di volo; sezione Dentro Gerico; Crocetti Editore 2006

Assalto al cielo

di Pasquale Vitagliano

Maria Grazia Calandrone, Atto di vita nascente, Lietocolle

“L’Atto di vita nascente” di Maria Grazia Calandrone è un assalto al cielo. Infine il cielo, l’opera che si compie sui carri./ E’ la conformazione aerea del pensiero/ che si addensa, a delimitare l’altezza/ o la prudenza di una temporanea interruzione, l’abitudine fatta/ alle cadute acustiche dei voli. Il cielo tuttavia è troppo lontano dalla terra e non basta salire sugli alberi, innestarsi con essi, per toccarlo con un dito di stupore. C’è bisogno di un capovolgimento. Questo corpo cadendo farà musica. Il colloquio/ delle basse quote/ è conservato nei fiumi./ Come un riso che davvero comincia dagli angeli. Così il cielo viene messo a terra. Questi versi di una delle più apprezzate voci poetiche contemporanee costituiscono il “Documento celeste” di tale sovvertimento. Continua a leggere→

Foto di famiglia

di Alfonso Nannariello

I – II – III – IV – V – VI – VII – VIII – IX – X – XI – XII – XIII – XIV

XV –  XVI

 

Bloccate dai lampi di magnesio,

le inquadrature sul vetro smerigliato,

allora nessuno lo sapeva,

erano quelle che si sarebbero

impresse dentro il nostro occhio.

Incancellabili i volti con le pose

di quegli esseri di rango,

di quegli dèi eccelsi

con le scarpe sporche di fango.

Le fotografie erano una prova della propria identità. Avendo tutti la stessa elevatezza nell’ordine delle cose esistenti, in quelle di allora non c’è differenza di posa, di impostazione o di decoro. Continua a leggere→

71. Partita

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da qui

Saulo sta vegliando nella sala d’attesa del reparto in compagnia di una fila di persone di ogni età; la porta a vetri si apre ed entra un personaggio dall’aria un po’ accigliata, spettinato, in giacca blu, camicia azzurra e cravatta a rombi rossi e neri.
– Buongiorno, sono Giulio da Padova. Vorrei sapere come sta don Faber. Continua a leggere→

Senza più cielo, senza più mistero

di Alfonso Nannariello

I – II – III – IV – V – VI – VII – VIII – IX – X – XI – XII – XIII – XIV

XV

 

Ci deve essere stato, però, un tempo in cui i calitrani furono sottoposti alla dottrina del peccato.
Ci deve essere stato un tempo in cui, atterriti, credettero che Dio si vendicasse.
C’è stato un giorno in cui, non so per cosa irato, Dio volle per forza indietro la signoria che gli era stata illegalmente presa.
Già era accaduto diverse altre volte. L’ultima il 16 dicembre del 1631. Ma forse la memoria, per la forte suggestione, non s’era tramandata, e il fatto era stato rimosso finendo dimenticato. Continua a leggere→