Archivi categoria: Fabrizio Centofanti

9. Scrivere

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A guardarlo bene, Viale Pasteur, ti sembra di conoscerlo a memoria. Quante volte l’hai percorso da solo, in bicicletta, lasciandoti portare da chissà quali pensieri. Era il segno che portavi dentro un mondo da scoprire, attraversando in corsa i vialetti incassati tra aiuole, alberi e automobili. Ogni dettaglio era un pretesto per fantasticare: il casotto dei fiori, coi vasi bianchi da cui spuntavano ciuffi colorati; le scritte sui muri, che non riuscivi a decifrare, ma a cui provavi a dare sensi favolosi; i motorini incatenati ai paletti, il sogno proibito di volarci sopra, represso dall’ansia di mamma e di papà. Forse era allora, lungo il viale sprofondato tra palazzi e siepi, dove bastava scartare di un niente per ritrovarsi lungo sull’asfalto, che imparasti il ritmo del racconto, le trappole nascoste nei giri delle frasi, l’arte di guardarti intorno e concentrarti, nello stesso tempo, sui tasti del computer: perché scrivere è stare in più posti contemporaneamente, sfrecciando tra panchine e cespugli di pitosforo e pensando a che cosa potrà esserci laggiù, oltre il dosso della rotatoria, dove fra Serafino ride e dà pacche sulle spalle, padre Jesùs si aggira tra la sacristia e l’antro semioscuro della chiesa e tua madre elargisce sorrisi come fosse la first lady in un evento mondano. Hai imparato che le vie più adatte al romanzo sono quelle secondarie, che la poesia si acquatta all’incrocio con Via dell’Elettronica, dove una coppia di anziani si prende per la mano, o a Piazza Caduti sul Lavoro, dove un passero si dondola sulla cima del lampione e sembra che ti guardi interessato, con gli occhi fissi dei passeri, che forse sognano anche loro di trovare chissà cosa dietro quelle querce, o nel tratto di vialetto compreso fra le scale e la panchina, dove un vecchio sgranocchia lupini con un’aria grigia da morto. Sei stanco: scendi dalla bici e riguadagni Viale Europa, con la certezza che tutto, prima o poi, sarà riga sulla pagina, parola che s’aggrappa allo schermo come l’edera alle lance arrugginite del cancello.

8. Spagnoli

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Ma non c’era solo il cubo di calce su in collina. Salendo per Viale Pasteur sbocciava, tra i palazzi bassi, una chiesa affidata agli spagnoli Jesús, dall’aria troppo seria, e Serafino, un tipo smilzo, tutto pepe, con una vocina acuta da trillo telefonico. Continua a leggere→

6. Otello

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Più procedi, più comprendi che il tempo e lo spazio sono fili che s’intrecciano in modo inestricabile: è impossibile tracciare confini ragionevoli tra il qui e il là, tra il prima e il dopo. Ora, per esempio, ti tornano in mente le immagini di te, tuo fratello e Ferruccio Ferranti che scorrazzate in Viale Europa, in attesa del colpo che sognate da tanto e avete preparato nei minimi dettagli. Continua a leggere→

5. Bistecche

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Lo spazio è vita, è il luogo dove prendi forma ed entri in contatto con la gente e con le cose; ma rischia di chiudersi in una morsa senza scampo, specialmente su di te, bambino introverso e sognatore che preferisce stare in casa a organizzare partite di calcio coi soldatini della Airfix. Continua a leggere→

4. Un nome

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Quante volte hai percorso questa strada? Ti sembra di toccare con mano l’atmosfera umida dei pomeriggi di novembre, quando sfioravi gli alberi spogli e tutto ti attraeva: i passanti intabarrati, una finestra aperta da cui scorgevi l’interno di una casa, l’edicola centrale, da cui occhieggiavano donne senza veli. Continua a leggere→

3. Il posto migliore

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Siamo di nuovo in Viale Europa: la vita è lo spazio in cui si vive, l’angolo di mondo in cui un dettaglio ne richiama mille; perfino le assenze, ciò che ha smesso di esistere per sempre: il negozio di alimentari Liberati, il bar Rossana, la vetrina di Eurosport dove, incantato, contemplavi l’ultimo modello di scarpe da ginnastica. Continua a leggere→

2. Odori

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Basta girare l’angolo per avere ricordi più precisi. E’ Viale Europa, dominata dalla chiesa che sporge come un cubo di calce sopra la collina; un’immagine che ti ha sempre messo in soggezione, come se l’angoscia, la paura del buio, i sensi di colpa si concentrassero esclusivamente tra gli spigoli delle mura bianche e il grigio della cupola, che col corpo squadrato ha tutta l’aria di un osservatorio che snobba le stelle e si dirige su di te. Continua a leggere→

1. Cosa ho capito della vita

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C’è un momento, nella vita, in cui ti sembra di afferrarne l’essenziale. Magari non è vero: l’esperienza accumulata può ridursi a una catasta di macerie fatiscenti, residui tossici da cui sarebbe meglio liberarsi, piuttosto che chiavi per aprire un mondo nuovo. Continua a leggere→

86. Harmaghedòn

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Ti sei convinto che i romanzi si scrivano da soli: davanti al golfo di Taormina che ammicca dalla parete opposta, la Piazza dei Miracoli, i girasoli di Van Gogh, le dita cominciano a battere sui tasti, inseguono qualcosa, un’immagine, un ricordo, la litoranea avvolta nella nebbia, le stelle sempre nuove, perché ogni notte c’è un dettaglio che sorprende: Antares è un po’ più alta e fatichi a ritrovare, a sud ovest di Orione, il bagliore azzurro di Achernar. Ma che t’importa delle stelle e del lentisco? Tra la vita e la morte stai pensando al tuo biglietto rosa, al cuore del mio cuore, e solo adesso capisci che è lì la soluzione, nell’assedio di un amore che t’insegue sin dal primo vagito e da cui hai tentato sempre di fuggire: mettendoti al riparo della tonaca, tuffandoti nel sapore acre delle Ceres o negli occhi di una donna che abbagliavano la notte, come fari. I medici continuano a parlare, convinti che tu non senta nulla: commentano la morte del tuo segretario personale, avvelenato vicino alla baracca. La notizia ti addolora e intenerisce: non è mai riuscito a comprenderti del tutto, ma è rimasto al tuo fianco, oppresso dalle accuse e le minacce che ogni giorno  lo investivano a causa delle scelte imprevedibili. La storia miete vittime innocenti: il racconto è costretto ad annotare drammi che ti scuotono dentro, ma tu non puoi reagire, nemmeno con smorfie impercettibili; solo una mezza lacrima scende lentamente sulla guancia, e mobilita medici e infermieri: piange! presto, elettroencefalogramma ed elettrocardiogramma! Corrono, si affannano, per una goccia di liquido salato. Ti chiedi dove sia, perché non venga, quando, nel vano della porta, vedi la linea del suo viso ovale, gli occhi da cerbiatto; è un’immagine che non metti a fuoco né puoi trasformare nelle righe nere e bianche dello schermo, come se il romanzo registrasse tutto, tranne ciò che conta; come se la storia si svolgesse intorno a un vuoto, perché il nucleo della trama non ha peso né odore né sapore, è qualcosa da salvare ma che non può essere raggiunto né afferrato. Pensi al titolo schiacciato in cima al blocco per note, sdoppiato in una frase-sigla, scelta nel momento in cui temevi che l’impaccio delle dita fosse il sintomo di una malattia mortale; le due cose procedevano insieme, la salvezza e la condanna, perché scrivere è questo: ogni moto dell’anima diventa lettera, virgola, parentesi sullo schermo bianco, ed è come se morisse nella rigidità invincibile del testo; e, d’altra parte, solo l’inerzia dello scritto può salvare l’esperienza dall’agitazione effimera e insensata, destinata a perdersi nel nulla. Ora che il viso di Flaminia appare nel vano della porta, ti sembra di capire che c’è un punto in cui salvezza e condanna si giocano la partita decisiva, che il maestro dell’Apocalisse chiamava Harmaghedòn, dove il problema non è come la storia si concluda, ma capire cosa si nasconda nel tassello vuoto che il romanzo non potrà riempire; il nodo cruciale è verificare se l’anima si salvi, o non resti che lo strascico di un male che impedisce alla scrittura, e alla vita, di continuare a esistere.

85. Carezze

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Ci sono mattine che ti alzi dal letto come fosse l’ultimo giorno della vita. Non ti spieghi perché, ma è come se le cose ti venissero incontro con un’aria tutta nuova. Sono sempre le stesse: la baracca è la baracca, il campo pieno d’erbacce è il campo d’erbacce cui hai dovuto abituarti, da quando il papa ha trasferito qui la cattedra gloriosa di San Pietro. Continua a leggere→

84. Davanti al figlio

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Ti chiedi se non sia del tutto inutile continuare a perlustrare il blocco degli appunti. Lo guardi con una certa diffidenza, come se quella che era la tua Bibbia fosse adesso un libro indecifrabile, pieno di enigmi senza soluzione, a cominciare dal tuo amico che inseguiva l’impossibile, l’ennesima vittima dell’utopia. Continua a leggere→

81. Rigido e bianco

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Ti senti soffocare, in questa sala: il colletto romano è un cappio al collo di cui vorresti sbarazzarti, non ne capisci il senso. Un papa non può capire tutto. Non comprendi nemmeno il gruppo di persone intonacate che ti guarda a muso duro, come volessero linciarti. Continua a leggere→

80. Finalmente, l’altro

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Ormai il quaderno è la tua vita: appena lo apri, ti pare che si schiuda un mondo; come se, il mondo, potesse ritrovarsi solo nella letteratura, una porzione d’ordine nel caos, mentre la realtà è un’accozzaglia di schegge impazzite che è impossibile gestire. Continua a leggere→

79. Stella di giorno

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Dicono che venerdì torni l’inverno. Che ne sarà del campo? Già così, con l’autunno che incalza, sembra affondare nella fanghiglia appiccicosa che si attacca alle scarpe e poi ci vogliono ore per tirarla via. Ti pare di affondare: nel ricordo dei giorni in cui avevi ancora un punto di riferimento; nell’impressione che tutto stia sfaldandosi, come un terreno violentato dalla pioggia. Continua a leggere→