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Archivi categoria: Scritture
CONSIGLI DI ABU AL FARID, MEDICO MUSULMANO, AL SUO DISCEPOLO di V. Binaghi
(Da: I custodi del Talismano, romanzo inedito)

1) L’uomo è la creatura prediletta di Allah. Per quanto sfigurata sia la sua immagine, non accostarti mai al tuo simile senza avere in mente questa verità.
2) Prima di guarire il corpo, si deve guarire l’anima. Ogni uomo violenta sé stesso e i suoi simili, e in questo è la radice di ogni male. Ma prima di questo, ogni uomo nell’intimo è stato ferito. Nel peggior malfattore c’è una piaga su cui mai nessuno si è curvato: non amato, neanch’egli ama sé stesso e da questo principia la durezza del suo cuore. Se il medico saprà accoglierlo con la misericordia di Allah, nascerà anche in lui il fiore della tenerezza, e la volontà di guarigione.
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Provocazione in forma d’apologo 43
Era una sera di tardo autunno, non fredda e non buia, anche se il cielo era tutto coperto. Dopo la cena in famiglia, coi genitori e i fratelli, Esse si ritirò nella sua stanza provando a ripassare le materie di cui il giorno seguente avrebbero potuto interrogarlo. Ma la sua mente vagava. Da mesi, dapprima di rado e sommessi, poi sempre più forti e frequenti, venivano a tentarlo dei pensieri che Esse si sforzava d’ignorare, isolandoli in un contenitore (che sperava stagno) di calcolata indifferenza e di altri pensieri, altri pensieri qualsiasi, non importa se futili.
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L’UOMO CHE NASCOSE LA SUA ANIMA IN UNA PIETRA
RACCONTO INEDITO DI VALTER BINAGHI

L’uomo che nascose la sua anima in una pietra, ebbe prima mani forti e pazienti, per cercarla tra tutte nella pietraia franata dai fianchi del monte, spezzandosi le unghie e riconoscendo quella adatta dopo molto lavoro, finalmente: un sasso tondeggiante, scuro, appena attraversato da una venatura candida, dalla forma che ricordava un cuore.
Allora sciolse il sacchetto di pigmento che portava al collo, lo versò e lo impastò con la saliva nell’incavo della mano, e quando immergendovi il dito e ritraendolo vide che tingeva perfettamente, tracciò tre circoli concentrici sul sasso, e poi il punto centrale.
Intinse e perfezionò più volte il suo lavoro finchè fu soddisfatto. Allora lo posò su una roccia e lo guardò asciugare al sole, giunto allo zenit, che adesso cuoceva le pietre e la savana tutto intorno. Le colline erano silenziose, la selvaggina rintanata, i cacciatori in sosta sotto qualche albero, a bere acqua dagli otri e a sonnecchiare.
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Infiltrati speciali – di Elisabetta Bucciarelli & Franz Krauspenhaar
Di nuovo, un’indagine. Che ci riguardi. Tu o io, senza differenze. La vita è un’inchiesta. Io lo credo, da quando i colpi di scena mi vengono a trovare, paradossali, e il fronte si capovolge: come quando stai per affogare e ti si capovolge – dentro e davanti a te – tutta la prospettiva. Non sei più un uomo o una donna, sei un affogato che muove le chele d’animale raro per salvarsi, nel vuoto di un’acqua padrona. Siamo qui per comprendere. Continua a leggere
Provocazione in forma d’apologo 42
Cocca Birba è una gallinella bianca, filosofa itinerante. È convinta d’essere apprezzata per le idee che espone con fervore e non per le uova né per le carni, che in un giono non lontano allieteranno una mensa festiva. In questo assomiglia molto alla sua amica Elle, che in cambio di nulla le dà un riparo e la nutre. Anche Elle è convinta d’essere stata ambita non per la sua eleganza e avvenenza, ma per la sua intelligenza e facondia. Naturalmente sbaglia, come le fa notare Erre, l’unico che invece di telefonarle di tanto in tanto le sta vicino sempre, innamorato dei suoi ricordi struggenti e del suo forte carattere.
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Boomerang – di Marino Magliani & Franz Krauspenhaar
boomerang, ecco, ti dicessero cosa sei, ti dicessero te ne vai e lascia un oggetto, diresti un boomerang, nato per tornare, tornavi da prima di essere, essere in una continua curva che tornavi, e tornavi per ripartire, per dirti no, non mi terrete qui, torneró fino alla fine e oltre, torneró per sempre, non so se torneró da dove mi metterete, ma sulla strada del ritorno sí, sarai boomerang, questo sarai, Continua a leggere
Provocazione in forma d’apologo 41
Quando Erre portò a casa la scaletta di legno scuro per salire ai piani alti della sua libreria vide che si adattava a una piccola nicchia del muro in un modo davvero perfetto, ben più di quanto a prima vista gli fosse parso, e di quanto avrebbe potuto sperare.
Anche quando finalmente si conquistò a prezzo ridicolo un’ottima copia del dizionario in oltre venti grossi volumi che desiderava da anni dovette constatare che entrava perfettamente nel solo spazio continuo che i suoi scaffali presentavano in basso, unica collocazione possibile dato il peso dell’opera.
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UN BACIO LUNGO UN GIORNO di Valter Binaghi

l terzo mistero doloroso nella storia dell’artista da cucciolo è un ragazzo impacciato e brufoloso, sui sedici anni, che sul pullmann in gita scolastica siede accanto alla bella di III A. Non è la più appariscente, la terza di seno che impressiona i coetanei, quella che ha già imparato un trucco da vamp e il valore aggiunto della fica; è la brunetta dai capelli corti, più bambina, ma con lo sguardo accondiscendente di chi conosce già la fine dei film. Per tutto il viaggio di andata lui è in contemplazione, certamente noiosissimo.
Nei tre giorni a Firenze la guarda da lontano, durante le visite ai musei e la colazione sulle panchine, è sempre con altre due, inseparabili.
E poi, parlarle? A lei, la dea inarrivabile?
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I BEGLI OCCHI DEL LADRO

E’ presa la vena, carezzala, fa
arco col braccio, appanna il lume, luce
celeste brilla una febbre sul braccio;
scalda l’anima copri lo specchio, fa
che una coltre allontani le voci, la
lamina d’argento s’è scaldata, è
la bianca fiamma che adesso mescola
a una gocciola che tersa traspare
la bianca bianca eroina, la vena
è radice il laccio stringe l’ago
riluce brilla buca il braccio, brina
scioglie che sulle ciglia brillava, va
in vena, è il momento del mantice, la
misura di sidro che versa dal calice,
son chiusi i begli occhi del ladro.
Beppe Salvia, Cuore (cieli celesti), II Lettere musive.
Provocazione in forma d’apologo 40
Nemmeno in gioventù la donna aveva avuto molte forze; ed ora, con gli anni, anche quelle poche scemavano. Per di più lei le dedicava soprattutto alla cura scientifica dei suoi ninnoli, e di uno in particolare, lasciatole dal padre, il quale le diceva sovente che quell’oggetto aveva bisogno di attenzioni speciali.
Così la donna trascorreva il suo tempo nella manutenzione dei ninnoli, catafratta in una tuta e maneggiando strumenti che la facevano rassomigliare a un extraterrestre; per il ninnolo del padre, poi, periodicamente convocava consulti d’esperti che davano pareri, operavano interventi, rilasciavano e incassavano parcelle.
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IMAGO MULIEBRIS di Valter Binaghi

Una volta una donna mi ha detto: non mi toccherai nemmeno con un dito, ma ti do il permesso di sognarmi. Lei non sapeva a quale amoroso supplizio mi condannava.
Naturalmente io dapprima in sogno mi presi ogni libertà con le sue sembianze marchiate a fuoco nei miei sensi interni, disponendole a piaceri sfrenati. Sognai di ungerla d’olio come uno schiavo paziente, sciogliendo le sue membra fino a dissipare gravità e stanchezza e renderle tenere come carni di bimbo, e dopo saziarmi lentamente addosso a lei, solo del suo tepore, e riposare nel suo riposo, e anche sognai di fotterla bestialmente sul cofano di una BMW nera (quella di suo marito), e di sentirle pronunciare lusinghiere sconcezze sul mio conto, ma quando ebbi terminato il B movie del mio kamasutra da provinciale di mezza età, cominciò lei.
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Intervista al proprio padre
di Lucia Marchitto
Eccoci pronti, tu padre, io figlia: di fronte. Abbiamo lo stesso
naso, gli stessi zigomi, la stessa fronte spaziosa … riflessi …
E’ passato tanto di quel tempo, adesso tu sei in pensione, vai e
torni dalla campagna, zappi, poti, innesti, semini, raccogli. Mai
fermo come se volessi recuperare il tempo perduto. Tutto il tempo che
sei stato in Germania. Da piccola pensavo fosse normale che i padri
fossero altrove per lavoro. Erano via gli zii, i vicini, gli zii degli
zii; per le strade, per le campagne s’incontravano perlopiù donne,
bambini e anziani. Continua a leggere
Lungo le sere – di Ruggero Solmi
lungo le sere c’erano le cene, erano molti affranti momenti di solitudine attesa, si mischiava con api, e cera a pelle, dimenticanze e acini d’uva scoscesi, tratti, come di penna, assetata di fogli, come di sottesa paura d’amare, le scogliere, dove io vedevo andare le ombre tese, di gemelli di ciglia, le tue, appese al vento, come mare balzante tra spuma d’oro e linde fresche pareti, come di gesso atteso, come di spesso indaco miele di cielo, a paravento sopra noi mugghianti, al sole arso in mezzo al niente, amanti inseparati di momenti trascorsi, nello spingersi dei sensi cagliati, come nel farsi dono di noi, arresi.
(Immagine: Ennio Morlotti, Paesaggio, 1964)
Provocazione in forma d’apologo 39
Non offendetevi, non mi guardate così, non è per superbia che non voglio più scendere. Il fatto è che anche volendolo non potrei. Il fatto è che con tanta fatica ho imparato un mestiere tanto innaturale; e adesso la sua natura artificiosa, tanto lontana da quella di tutti, si è imposta, si è sovrapposta alla mia, che era un tempo come quella di uno di voi; e oramai mi riesce di fare soltanto ciò che ai più è impossibile, anzi, persino impensabile: le cose quotidiane, normali, mi sono precluse, per sempre. Continua a leggere
Amen omen – di Chiara Daino
e fu. l’ inizio: un soffio
strazio che [e sfuma, lento]
la ricerca la risposta:
si trova nel perché nudo
[è nudo di punto – luce]
da dove a dove, tu? è verso
che non afferro che non affermo!
vecchi amici [in breve – vecchi]:
persi nell’arco di un tramonto
Amen Omen [il tuo volto – ancora?]
Amen Omen [la mia volta – ancora?]
essere privi [e sere senza…] Continua a leggere
I linguaggi del lavoro [3].
Tacco dieci o tacco dodici?
tacco dodici tacco dodici vero che con il tacco dieci cammino sul sicuro da sfilare tranquilla pure nello spazio che separa il mio parcheggio privato dalla palazzina direzionale da passare a testa alta ogni mattina sotto lo sguardo dei miei operai
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L’eterno ritorno – dell’orrore di turno, di Chiara Daino
[il codice a barre! dimenticavo: sono una merce. senza etichetta. chi sono? un fastidio senza prezzo. vale a dire? non scrivo in italiano. e l’italiano (medio e mediocre) è meglio non lo descriva] Continua a leggere
Secondo consuntivo
Ogni tanto bisogna fare il punto. Perché siamo nomadi del tempo e dello spazio, e nel mondo virtuale è più chiara la consistenza effimera dei messaggi e dei silenzi, in cui si rivelano e nascondono paure e desideri, tensioni che non trovano sbocco e sollievi temporanei per un cenno d’intesa, un’idea finalmente condivisa. Sappiamo. Sappiamo che la parola scritta sullo schermo è una foglia che danza, prima di atterrare ed essere schiacciata: la guardiamo con gli occhi spalancati di bambini che non sanno scacciare le illusioni, anzi, se ne nutrono, ne fanno il cavallo o il cammello che avanza nel deserto di un’attesa ingenuamente ostinata.
La dea Ragione
Il 10 novembre del 1793 il popolo di Parigi in piena furia rivoluzionaria invase la cattedrale di Notre Dame e mise una ballerina sull’altare, intendendo con ciò proclamare la fine dei miti e delle superstizioni e l’avvento della Ragione.
Si può fare dell’ironia (e magari della psicanalisi) sulla necessità di usare una showgirl per un compito di questo genere. Oppure ci si può scorgere una oscura prefigurazione di come sarebbe andata a finire. Fatto sta che l’evento un po’ folcloristico di Notre Dame celebrava un’idea che da almeno cinquant’anni si era fatta strada nell’opinione pubblica, e cioè che l’unico metro di giudizio serio sia quello della ragione e tutto il resto sia superstizione e oscurantismo. Era un’idea sbocciata fra gli intellettuali, stufi di porre a nobili e preti domande che ricevevano come unica risposta: è così, punto e basta. Continua a leggere
