Archivi categoria: Scritture

INTERNO GIORNO di Valter Binaghi

interno giorno

La prima ragazza di cui mi sono innamorato si chiamava Betty.
Lei aveva quattro anni e mezzo, io cinque, lei una coccinella come contrassegno sul grembiulino dell’asilo, io la bandiera italiana, il che non ha fatto di me un gran patriota.
La cosa è nata perchè un giorno mi ha aiutato a finire la merenda: oltre a un’enorme fetta di torta mia madre aveva ficcato nel cestino un’arancia che mi pareva un melone.
Dopo il primo spicchio ero sazio, ma la suora si arrabbiava se avanzavi qualcosa (pensate ai bambini del Biafra!, diceva: le carestie del Sahel erano ancora ignote alla compassione televisiva). Continua a leggere

ai giardinetti

Un gruppo di cinesi faceva il picnic ai giardinetti, nel settore di prato recintato e riservato ai cani. Seduti in terra estraevano cibo da barattoli, le madri nutrivano i bambini nel prato pieno di cacche. Arrivarono due anziani con cani, guardarono i cinesi, dissero loro di togliersi, che quello era il posto per fare andare i cani. I cinesi finsero di non sentire, non capirono. I due uomini con cani erano stupefatti, da un lato si sentivano superiori ma dall’altro non sapevano come comportarsi. Erano due bravi pensionati ciascuno con un botolo, uno regalato dai nipotini, l’altro trovato in campagna.
“Alura, vogliamo togliersi, qui è per i cani!”, esclamò il primo.
Quelli niente. L’altro pensionato si avvicinò al cancelletto, strattonò il cane che faceva per entrare, e cercò di parlare con l’uomo cinese, probabilmente il padre, che nel frattempo si era alzato e lo guardava. Continua a leggere

La belletta della ciotola – di Marina Pizzi

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la belletta nella ciotola

era una tenuta di baracche per cavalli da corsa
nessuna corsa si aggiudicava un tropo di premio,
il misantropo del guardiano si accontentava
di concimare la terra intorno con gli escrementi
dei cavalli di razza. il volatile del sonno si tirava
lo sgambetto da solo tanto che ogni volta il risveglio
lo imbacuccava come se fosse sempre inverno.
la cuccia del cane era imbrattata da racconti
scritti da antenati che furono i padroni sempre
dello stesso cane, il medesimo.
il cane non aveva età, ma restava
sempre un caro cane molto paziente e forse
semiaddormentato o prestato in bàlia per cucciolate
unte di placente.

[Ottobre 2007]

I miei ringraziamenti, in agile volumetto

thanks.jpgHo appena finito un libro. E oltre al libro ho anche finito le pagine dei ringraziamenti.
In questo caso tre fogli in carattere minuto minuto, tanto per farci stare più roba possibile.
Cosa l’autore ha ascoltato o non ha ascoltato durante la stesura, a quali altri libri si fa riferimento o non si fa riferimento, da dove ha tratto l’ispirazione per la battuta a pag. 103, il quadro citato a pag. 276 l’ha visto nella pinacoteca di Hannover e ne è stato subito folgorato, l’idea della similitudine a pag. 324 gli è venuta guardando un vecchina che portava a spasso il cane, l’armadio a sei ante descritto a pag. 360 è quello che effettivamente lui teneva in camera da letto, prima che la moglie lo costringesse a cambiare arredamento, e poi ovviamente tanti tanti ringraziamenti, a tanta tanta gente, naturalmente tutti i famigliari, gatto compreso, poi tutti quelli della casa editrice, dagli editor all’usciere, senza dimenticare il vicino di casa che si è sorbito le continue letture e riletture ad alta voce delle bozze del capolavoro.
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Provocazione in forma d’apologo 36

Un tale entra in una grande e bella casa per chiedere la mano della figlia del padrone. Gli viene rifiutata. Allora corteggia la cuoca. Riceve un mestolo sulla testa. Allora palpeggia la serva. A quel punto viene giustamente cacciato. Uscendo dalla casa nota un ombrello abbandonato in un angolo. Facendo spallucce lo prende e se ne va. Almeno non a mani vuote.
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«Deforme», un racconto di Federico Miozzi

Ursula Barilli[Federico Miozzi è medico specializzando in radiologia. L’immagine a sinistra è di Ursula Barilli]

È una lotta all’ultimo sangue tra me e lei. Eleonora Nocca, la ritardata della scuola, corre goffamente vicino al cordolo della pista di atletica, ondeggia il corpo massiccio sui piedi storti. La raggiungo con una mano sul fianco che mi punge a ogni respiro e la imploro: “Non voglio arrivare ultimo, dai…”
Eleonora Nocca si volta a guardarmi, non crede al mio tono benevolo, è troppo abituata ad essere disprezzata. “Dai! C’è mio padre che mi guarda!” aggiungo con stizza. Se non riesco ad evitare l’umiliazione con le buone dovrò farlo con le cattive. “Se mi fai arrivare davanti a te, ti faccio un regalo”. Eleonora mi è davanti agli ottocento metri e sghignazza come un cartone animato. Continua a leggere

(all’abisso)

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Siano spoliazioni da ramaglie arse, da cui sia giunto
nunzio, osservante et mirato. Lo sguardo
che domina l’insano, dal manto
all’austera casa del’interrogante. Al nero, all’abisso
dell’estinzione in un arco senza tremore.

P.S. Questi versi sono stati scritti in agosto, dopo aver visitato Palazzo Corvaja a Taormina, dove era esposta “L’Annunciata” di Antonello da Messina. Dal 04.10.2007 tale dipinto è in mostra al Museo Diocesano di Milano.

I linguaggi del lavoro [2].

Boletus satanasPorcini (senza ali)

Ottobre, tempo di funghi. Di prima mattina su un banchetto del mercato si presentano boleti di provenienza slava, simulacri decongelati dei miceti nostrani.
Sono stato in piedi tutta la notte ma non ho sonno, nelle ossa ancora il freddo patito per seguire un fedifrago. Mi accompagni al mercato? mi ha chiesto Roberta al citofono, mezz’ora fa. Io che tentennavo tra il bar e il letto le ho risposto certo, scendo subito.
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Da: Liste, di Ruggero Solmi

LISTA 6789

dimonaco ora pronobis a gruppen 63, sessantanove bomba di parigi, argiprete dell’arci di bolina lucchese, comune in sol con ischia positaunus, giorgiodicostanzo liste fritte di diti in ano anni 70 mortòpodi, angelini mica bello sput-ansa bidello pus pus bau baudo, i tre dell’ave galera, in galera la nave va fellini a tira buscio del curo, curaro film muraro inter linee di campo, angela la scarparo dov’è finita scarpa di dipinti a olio venessia com’è triste, oh l’hanno dopo oh bella che dici ciao ragazza carla debenedetti-michelangeli-bariffnikov, lucioangelini cazzeggi a razzo tuspido astrochiromante vanessa, zarzeggia dalle 9 alle 9 sei sei citofonare wuming, Continua a leggere

I linguaggi del lavoro [1].

zen-1.jpgLo zen e l’arte della manutenzione dei fessi.

Oooh, i paroloni roboanti usati per presentare i bilanci societari. Oooh, gli articoletti-velina sui giornaletti economici pronti a lodare la gestione di questa o di quell’impresa. Oooh, i lanci pubblicitari dei nuovi prodotti, sempre innovativi, bellissimi, leccatissimi e laccatissimi. Oooh, i linguaggi delle confraternite sindacali, delle trattative, delle concertazioni, dei protocolli, degli accordi e dei controaccordi, ricalchi di riti osceni alle spalle di chi lavora veramente.
Questi sono solo alcuni esempi di quella che è chiamata la lingua del lavoro, il linguaggio in cui si specchiano le liturgie delle corporazioni che dominano il c.d. mondo del lavoro, un linguaggio che sfarina un’infinita varietà di neoprose, in cui chiunque di noi può imbattersi, appena si confronta con questo moloch del lavoooooooorooo.
Non mi riferisco ai neologismi che si creano in questo come in qualunque altro settore della nostra società. Non faccio riferimento ai termini, spesso dialettali, che abbiano ereditato dalle generazioni precedenti per indicare un universo di attività manuali e artigianali.
Qui, e nei prossimi post, vorrei puntare più in alto, e più in profondità, vorrei puntare alle finalità che sorreggono questi linguaggi c.d. del lavoro, vorrei mirare alle modalità con cui l’elaborazione di queste parole e frasi e discorsi e discorsoni viene usata per replicare all’infinito situazioni di controllo, di privilegi e di potere, ma soprattutto situazioni atte a realizzare quello che è l’unico vero scopo di tutto questo immane sforzo produttivo che ogni giorno percorre il nostro laborioso paese,
cioè,
fottere soldi,
fotterne quanti più possibili,
e quanto più velocemente possibile.

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Curriculum maledetto curriculum, di Franz Krauspenhaar

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(Poesia per chi non legge poesie. Non ad uso dei Direttori del Personale)

Un lavoro e una vita malsani generano appetiti e desideri malsani. L’uomo non può essere sfruttato peggio di un cavallo, alloggiato e nutrito come un maiale, e avere nello stesso tempo ideali e aspirazioni giusti e chiari.

Jack London – Il popolo dell’abisso

La mia attività professionale
si è svolta prevalentemente
in ambiente commerciale. Continua a leggere

Provocazione in forma d’apologo 33

Ben oltre il mezzo del cammin della sua vita, un bel giorno Erre entra in una chiesa, come da quasi quarant’anni non faceva, se non per qualche matrimonio o funerale, e si mette in piedi vicino alla porta: tanto impone il suo peccato, magari non enorme ma irremissibile in terra.
Da quel giorno Erre torna quotidianamente in quella chiesa per la prima Messa, e trascorrono gli anni.
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