Lo zen e l’arte della manutenzione dei fessi.
Oooh, i paroloni roboanti usati per presentare i bilanci societari. Oooh, gli articoletti-velina sui giornaletti economici pronti a lodare la gestione di questa o di quell’impresa. Oooh, i lanci pubblicitari dei nuovi prodotti, sempre innovativi, bellissimi, leccatissimi e laccatissimi. Oooh, i linguaggi delle confraternite sindacali, delle trattative, delle concertazioni, dei protocolli, degli accordi e dei controaccordi, ricalchi di riti osceni alle spalle di chi lavora veramente.
Questi sono solo alcuni esempi di quella che è chiamata la lingua del lavoro, il linguaggio in cui si specchiano le liturgie delle corporazioni che dominano il c.d. mondo del lavoro, un linguaggio che sfarina un’infinita varietà di neoprose, in cui chiunque di noi può imbattersi, appena si confronta con questo moloch del lavoooooooorooo.
Non mi riferisco ai neologismi che si creano in questo come in qualunque altro settore della nostra società. Non faccio riferimento ai termini, spesso dialettali, che abbiano ereditato dalle generazioni precedenti per indicare un universo di attività manuali e artigianali.
Qui, e nei prossimi post, vorrei puntare più in alto, e più in profondità, vorrei puntare alle finalità che sorreggono questi linguaggi c.d. del lavoro, vorrei mirare alle modalità con cui l’elaborazione di queste parole e frasi e discorsi e discorsoni viene usata per replicare all’infinito situazioni di controllo, di privilegi e di potere, ma soprattutto situazioni atte a realizzare quello che è l’unico vero scopo di tutto questo immane sforzo produttivo che ogni giorno percorre il nostro laborioso paese,
cioè,
fottere soldi,
fotterne quanti più possibili,
e quanto più velocemente possibile.
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