
Credere nell’amore non è facile: bisogna risalire la corrente, cambiare abitudini, passare dai vizi alle virtù. Abbandonare le reazioni immediate, dare spazio al Cristo, prima di parlare. Poi, però, ci si sente molto meglio.

Perché è così importante la preghiera? Perché è relazione, è credere nell’altro, riconoscere l’importanza della sua presenza. L’eterno bivio della vita è fra l’amore e l’egoismo: cosa vogliamo, l’uno o l’altro? Il primo porta con sé felicità, il secondo tristezza; il primo unità e pace, il secondo divisione. Dove vogliamo andare?

Come amare Gesù? Un modo speciale ce l’abbiamo: amarlo nei fratelli. Possiamo fare a loro ciò che vorremmo fare a Lui. Il Vangelo di Matteo lo spiega bene. L’esame finale verterà su questo: avevo fame, avevo sete, e mi avete assistito. Rispondere ai bisogni, e prima ancora accorgersene. Per farlo, ci vuole una disciplina delle parole, dei gesti, dei pensieri. Bisogna aprirsi a Dio e dare agli altri quello che si è preso. Ringraziando comunque.

Stare nel presente con purezza: così si vede Dio. Cosa desideriamo, se non questo? Tutti i nostri obiettivi impallidiscono di fronte a questa condizione, inclusa nelle beatitudini. Gesù se ne intende di felicità. L’ha fatta Lui, e Lui solo la rende possibile. “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” : così ci ha detto. Come non credergli?

Abbiamo paura di morire. Il problema è il cambiamento, la trasformazione. Potremmo dire, dunque: abbiamo paura di cambiare. Si muore tante volte, nella vita: amare è cambiare, giorno dopo giorno, imparare a fare spazio, lasciare i propri beni, la terra dove ormai ci sentiamo a casa nostra, e compiere un esodo pieno d’incertezze. Gabrielle chiede a Gesù, pochi giorni prima di spirare: e dopo, cosa sarà? E Lui risponde: sarò Io, sarò sempre Io.

Crederemo mai alla misericordia di Dio? Fosse anche all’ultimo momento, l’importante è arrivarci. Allora, non avremo più nulla da temere: non sulla scorta di arroganze fuori luogo, come quelle ostentate da certa nuova teologia, ma perché ci saremo finalmente arresi, ci sentiremo sicuri come dei bambini nelle braccia del Padre.

L’incontro: t’immagini, quando finalmente lo vedremo? Potremmo dirgli ciò che sempre abbiamo avuto nel cuore, le parole che per una vita ci sono rimaste sulla punta della lingua. Potremo abbracciarlo, baciarlo, toccargli il lembo del mantello, come la donna malata di perdite. Anche noi siamo malati di perdite: ogni istante senza Lui è perdere qualcosa di unico e prezioso. Maranatha, vieni, Signore Gesù, guardiamoci negli occhi, non lasciamoci mai, per i secoli dei secoli.

Abbiamo bisogno di un vestito nuovo, per entrare in cielo. La veste bianca del battesimo, un cuore rinnovato da un atto di fiducia. Aveva ragione don Mario: il contrario della paura non è il coraggio, è la speranza. Basterebbe un atto di vera fiducia, e poi di volontà, e la speranza diverrebbe la vita di ogni giorno.

Tornare a casa nostra, dopo questa avventura impegnativa. Comprendere di aver compiuto una missione importante e finalmente riposarsi. Trovare Te, occhi negli occhi, lasciar andare ogni minimo residuo del passato. Vivere, finalmente, senza più preoccupazioni, né paure. Guardarsi intorno, e vedere solo Luce.

I meriti sono tutti di Gesù. Noi possiamo solo ricevere, ma è questa l’arte del credere. Dovremmo tenere in gran conto i Sacramenti, che sono la banca dove ritiriamo il necessario per vivere in eterno. Quella di Dio è una strana economia: noi abbiamo tutto da guadagnare, Lui tutto da perdere. Ma guadagna noi.

Offri il presente, con tutta la forza del tuo amore: questo consiglia il Cristo alla Bossis, sul letto di morte. Questo è il consiglio che possiamo attuare fin da adesso. Quante volte l’oggi è disperso: nel rimpianto o il rimorso del passato, nell’ansia del futuro. Offriamo il presente, e il sipario finalmente si aprirà.

Consiglio spesso di svegliarsi e addormentarsi col Magnificat: qualsiasi cosa accada, ringraziare il Signore, per il dono di Sé. Gabrielle Bossis, sul letto di morte, chiede a Gesù se questa sia l’estrema malattia; Lui le risponde lapidariamente: “Magnificat” . Avevo visto giusto: grazie, grazie, fino all’ultimo respiro.

I Padri raccomandano di vedere Dio in tutto. Vederlo al di sopra di tutto è garanzia di verità: il suo sguardo dà senso e misura, ricolma di vita, orienta al bene. È come una luce che, calando dall’alto, permette di scorgere anche gli angoli più oscuri. Signore, che io veda! È il grido di sempre, il lasciapassare per l’eternità.