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Quanto l’avrai fissato? Eri incantato di fronte ai rami dalle foglie sottili di colore indefinibile, tra l’azzurro e il verde. Continua a leggere
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Quanto l’avrai fissato? Eri incantato di fronte ai rami dalle foglie sottili di colore indefinibile, tra l’azzurro e il verde. Continua a leggere
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Vorresti fermarti: più i ricordi si accavallano e si stipano nelle pagine del libro, più ti accorgi di quello che è mancato, dell’amore che hai sentito venir meno, giorno dopo giorno, e ti ha spinto a cercare appagamenti miserabili, avventure umilianti con le immagini di carta, l’uso del corpo come un’arma per trionfare sul disagio che covavi dentro e ti faceva arrossire se apparivi in primo piano. Più il tempo passava, più la condiscendenza si mutava in rabbia: diventava insopportabile mangiare insieme, bastava un nulla, un gesto, una parola, per indurre alla rivolta, come la sera che dicesti basta, me ne vado; prendesti il giubbotto e uscisti nel buio della piazzetta, nel mare umido di via Nicostene e poi di via Macchia Saponara, fino a via Prassilla, nella chiesa dove il prete che non t’era mai piaciuto – questo passava il convento fino allora – lasciò cadere un consiglio come un altro, per cui tornasti indietro con i pugni in tasca e il bavero alzato; la tua vita sarebbe diventata una lotta col destino: aveva la faccia del cugino-zio, qualche anno prima, ma adesso si specchiava in chi voleva ignorare il dolore che cresceva, costringendoti a fingere che tutto andasse bene, che tanto avevi un mare di ragazze che facevano la fila alla tua porta; ma tu stringevi i pugni, alzavi il bavero; avresti barattato il mondo intero per una sola carezza di tuo padre, una parola di stima di tua madre; temevano che t’insuperbissi, che salissi sull’ambone col soprabito attillato, davanti alle signore che guardavano ammirate e fra Serafino che assegnava pacche e pacche sulle spalle e confidava – a tutti -: ecco, quello l’ho tirato su da quando non era capace di parlare; e tua madre sembrava la padrona, nella chiesa semioscura, che in fondo preferivi all’astronave in cima allo scalone, dove un Dio troppo lontano non leniva la tua angoscia; stringevi i pugni e urlavi a mamma che non la sopportavi, non volevi più vederla, e lei piangeva, di nascosto, mentre fulminavi l’ennesima ragazza con lo sguardo azzurro e il ricciolo ribelle e ti chiedevi se da questo labirinto ci sarebbe stata, un giorno o l’altro, una qualsiasi via d’uscita.
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Fatichi a scrivere di Casalpalocco, forse perché ancora devi farci i conti; tua madre è là, ci sono i tuoi fratelli, almeno in parte; è questo che ti spinge a parlare di vacanze estive o del mese in colonia con la Mobil: vorresti posporre all’infinito un confronto zeppo d’insidie e trabocchetti, in cui i piani temporali s’intrecciano e compongono grovigli inestricabili. Continua a leggere
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E’ un posto tutto verde, con case dai colori sgargianti che affondano felicemente tra cespugli e alberi da frutto. La colonia è attrezzatissima: piscina, campo da calcio, lo scenario sognato da ogni adolescente. Ci sei venuto con due dei tuoi fratelli. Continua a leggere
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Ma il peggio doveva arrivare. Tutto era nato da un baratto, di quelli che si fanno tra bambini. I tuoi soldatini valevano di più; quelli di tuo zio – era più un cugino: uno o due anni più di te – erano dati in omaggio col formaggino Dofocrem, e consistevano in una sfoglia di materiale ignoto destinato a logorarsi in poco tempo. Continua a leggere
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E’ un altro episodio che non sai bene dove collocare: ma che importa? La campagna assolata ha un suo fascino a prescindere, soprattutto se a due passi da lì comincia il bosco, coi segreti che fanno paura, almeno a te, che avverti rumori impercettibili, e se vedi una beccaccia che si sveglia, con un battito d’ali, senti subito il cuore che impazzisce. Continua a leggere
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Cosa sentivi, dentro, cosa spingeva per uscire sotto forma di parola, ma sbatteva sempre contro un muro, la durezza degli altri, l’incomprensione di tuo padre e di tua madre, l’eterna lotta per rimanere a galla, per opporsi al mal di testa che già allora dilagava nel confronto fra i tuoi sentimenti e la faccia della gente che incontravi? Continua a leggere
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Siete supini davanti alla finestra, sulla moquette nuova di zecca. Papà è felice come non l’hai mai visto. Non hai paura, per la prima volta. Non esagerare: vuoi dire che adesso ti sembra uno di voi, visibilmente soddisfatto per il nuovo acquisto. Gli inizi sono euforici: è lo stato nascente, come dicono. Della casa nuova, della moquette vellutata come un prato inglese, degli eucalipti dalle foglie lunghe e i fiori a disco, t’importa fino a un certo punto: ciò che conta è il sorriso di tuo padre; vorresti che il tempo si fermasse, che il trasloco rimanesse in sospeso, che la vita si concentrasse qui, come succede nell’intervallo tra un movimento e l’altro del concerto, quando il pubblico sfoga, tutti in una volta, i colpi di tosse che aveva trattenuto. Anche tu vuoi sfogare la tua tosse, concederti una pausa dalla tensione insostenibile d’essere all’altezza, di non poter fallire, di troncare sul nascere i tuoi sogni. Quella che contempli dal piano superiore non è la piazzetta di Casalpalocco, ma la tua vita in costruzione, piena di materiali di seconda mano, di slanci interrotti bruscamente, di rabbia che comincia a montare, senza che nemmeno te ne accorga. Ti sembra inverosimile uno sfondo senza la parrocchia dei santi Pietro e Paolo; ti chiedi dove andrete a giocare, visto che il campo del laghetto pare già d’un altro mondo; trasalisci al pensiero di perdere per sempre gli occhi verde smeraldo della Persighetti. Sei invaso da un vortice di sentimenti che non riesci a decifrare, come al solito: è come se trasferissero da un quartiere all’altro non più i letti, i mobili, gli armadi, ma i tuoi organi interni, il cuore che batte troppo rapido, come se temesse, gioisse, si stupisse, prima ancora che accadano gli eventi. La finestra in Via Nicostene è una soglia impercettibile tra due epoche diverse: alcuni episodi non sapresti collocarli; la famiglia di Sasà e Maria, che chiamavate zii, coi figli Alfonso e Carlotta appartiene alla stagione precedente? Sicuramente sì: perché, allora, li hai ignorati? I frammenti di memoria emergono da una nebbia fitta: una gita nel diluvio, la mattina del trasloco, in cui voi o loro facevate colazione con la zuppa di latte e i biscotti Gentilini (diventava una pappa dolcissima di cui eravate ghiotti). Ma questo non importa, ora che tuo padre è felice e sorridente e tu – esagera pure – non hai più paura. Ti sembra che il mondo giri dalla parte opposta, che tutto diventi miracolosamente chiaro, per un attimo.
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E’ arrivato il momento di prendere congedo dal corridoio di Viale Europa. Sai che non hai detto quasi nulla, ma la vita è tenere ciò che resta dopo un giorno di pioggia, raccogliere i funghi spuntati nella notte, sperando che non siano velenosi. Continua a leggere
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Alle medie dell’EUR ci hai passato solo un anno. La salita è la stessa: via della Fisica, la strada invasa da scritte lungo i muri e cassette per i contatori, tutte arrugginite. Ti chiedi se, in un’epoca lontana, si siano impegnati per pulire questo posto; quel che è certo è che oggi nessuno si cura di cancellare insulti, confessioni amorose, avvertimenti: Ele sei la mia vita; Ely I wanna fuck you. Continua a leggere
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Anche allora avrai vissuto giorni come questi, senza più certezze, con un nodo alla gola che ti spezza il fiato. Continua a leggere
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Perché poi, a pensarci bene, il guaio di un bambino è che ignora i retroscena, è gettato sul palco senza aver studiato la sua parte: forse per questo ti arrovellavi sul letto a castello con i libri in mano, la mattina, poco prima che gli altri si alzassero per lavarsi e fare colazione. Come potessi salvarti, nell’interrogazione, lo sa soltanto Dio. Continua a leggere
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Dovresti fare più attenzione alla vita dentro casa, che hai archiviato col ricordo delle partite di calcio sotto il tavolo. In realtà, sei assediato dai dettagli che si affollano tutti in una volta, a cominciare dalla porta a vetri chiusa a chiave, per vietare l’accesso al salotto cosiddetto buono, destinato agli incontri ufficiali dei vostri genitori. Continua a leggere
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Non ti va più di ricordare: hai ricevuto una notizia che ti affligge e tra un’ora incontrerai la pazza che ti assale nei momenti peggiori, come un destino infausto. Ci sarà una via d’uscita? Continua a leggere
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Sei eccitato, è il giorno in cui papà vuole portarvi alla parata. L’idea di salire sulla Metro ti entusiasma. Continua a leggere
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Cerchi di capire se la maniera più fedele di descrivere questi anni sia prendere al volo le schegge impazzite dei ricordi o rendere conto del tessuto, della nota di fondo che ne fa un succedersi di sogni, sensazioni, desideri, ognuno collegato a tutti gli altri, Continua a leggere
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Da quanto tempo non ci torni? La strada è angusta e lastricata di grossi blocchi di pietra. I palazzi sono antichi e scrostati, come se nessuno volesse metterci più mano, Continua a leggere
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A guardarlo bene, Viale Pasteur, ti sembra di conoscerlo a memoria. Quante volte l’hai percorso da solo, in bicicletta, lasciandoti portare da chissà quali pensieri. Era il segno che portavi dentro un mondo da scoprire, attraversando in corsa i vialetti incassati tra aiuole, alberi e automobili. Ogni dettaglio era un pretesto per fantasticare: il casotto dei fiori, coi vasi bianchi da cui spuntavano ciuffi colorati; le scritte sui muri, che non riuscivi a decifrare, ma a cui provavi a dare sensi favolosi; i motorini incatenati ai paletti, il sogno proibito di volarci sopra, represso dall’ansia di mamma e di papà. Forse era allora, lungo il viale sprofondato tra palazzi e siepi, dove bastava scartare di un niente per ritrovarsi lungo sull’asfalto, che imparasti il ritmo del racconto, le trappole nascoste nei giri delle frasi, l’arte di guardarti intorno e concentrarti, nello stesso tempo, sui tasti del computer: perché scrivere è stare in più posti contemporaneamente, sfrecciando tra panchine e cespugli di pitosforo e pensando a che cosa potrà esserci laggiù, oltre il dosso della rotatoria, dove fra Serafino ride e dà pacche sulle spalle, padre Jesùs si aggira tra la sacristia e l’antro semioscuro della chiesa e tua madre elargisce sorrisi come fosse la first lady in un evento mondano. Hai imparato che le vie più adatte al romanzo sono quelle secondarie, che la poesia si acquatta all’incrocio con Via dell’Elettronica, dove una coppia di anziani si prende per la mano, o a Piazza Caduti sul Lavoro, dove un passero si dondola sulla cima del lampione e sembra che ti guardi interessato, con gli occhi fissi dei passeri, che forse sognano anche loro di trovare chissà cosa dietro quelle querce, o nel tratto di vialetto compreso fra le scale e la panchina, dove un vecchio sgranocchia lupini con un’aria grigia da morto. Sei stanco: scendi dalla bici e riguadagni Viale Europa, con la certezza che tutto, prima o poi, sarà riga sulla pagina, parola che s’aggrappa allo schermo come l’edera alle lance arrugginite del cancello.
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Ma non c’era solo il cubo di calce su in collina. Salendo per Viale Pasteur sbocciava, tra i palazzi bassi, una chiesa affidata agli spagnoli Jesús, dall’aria troppo seria, e Serafino, un tipo smilzo, tutto pepe, con una vocina acuta da trillo telefonico. Continua a leggere
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Ebbene sì, devi affrontarlo, il cubo bianco e grigio che svetta come un pesce surgelato, o una torta alla panna, o un’astronave scesa lì per caso. Continua a leggere