di Fabio Franzin
Non conosco di persona Franz Krauspenhaar, ma mi sono emozionato, qualche anno fa, leggendo il suo romanzo Era mio padre, dove l’autore ricercava, dentro la sua scrittura, le radici di un amore profondo, pur nel passato scomodo del genitore.
Non lo conosco di persona Franz, dicevo, ma so, per via del web dove ogni tanto mi rifugio – rete che tutto imbriglia e tira su, che tutto pesca nei suoi mari ora calmi, ora burrascosi, e sempre più spesso così inquinati dall’invidia e dal rancore, da discussioni insulse –, che anch’esso è una personalità scomoda, capace di attirare a sé simpatie e antipatie, di essere persino frainteso, credo.
A me, a pelle, sta simpatico. Sarà quel suo nome che è già più di metà del mio cognome, sarà che alcuni amici, in tempi per me più felici, mi chiamavano proprio Franz. Sarà… quella sua aria da sborone nelle foto che lo ritraggono – che ho trovato sempre nella rete, fra cozze e perle –; ne ho incontrati tanti con quell’aria: prima mi stavano un po’ sulle palle, poi, conoscendoli meglio, siamo diventati sempre ottimi amici; perché dietro la maschera c’è sempre l’uomo, con le sue lacrime, le sue fragilità. È dietro le facce serie e per bene che spesso si cela il farabutto. Continua a leggere




