Archivi tag: Fabrizio de André

78. Innocente

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Il dottor Peltre è davanti al letto di Leopoldo col sorriso ineffabile nascosto sotto i baffi. Sta aspettando una risposta sulla storia assurda riferita dal barbone della Senna. La situazione è imbarazzante. Come spiegare che il racconto è veritiero? E’ giusto adottare una soluzione di comodo per l’uomo di scienza, che forse non ha letto un romanzo in vita sua? E’ da qui che si potrebbe cominciare.
– Posso chiederle che romanzi ha letto, dottore?
– Il conte di Montecristo è il preferito. Continua a leggere→

76. Fumi

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Maria è per la terza volta davanti a san Giuseppe. Il fumo dei ceri disegna spirali in cui si possono leggere figure fantasiose: una nuvola, un nano, un cane senza coda. Nelle forme sempre nuove le sembra di leggere gli ultimi eventi della vita: la crisi di Leopoldo, le apparizioni di scrittori famosi, l’incontro con Andreas, l’attentato a don Faber; una delle scie grige è quella lasciata dal proiettile partito casualmente e terminato nello stomaco del prete. Continua a leggere→

Alle querce di Mamre. (Ultimo Natale).

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Era circa quest’ora quando ti ho sentito tossire in modo innaturale. Mi hai detto: non è nulla. Hai cominciato a stare peggio e ho chiamato il medico, Francesco; continuavi a dire che non c’erano problemi, ma ho intuito che, a quattr’occhi, gli confidavi la gravità della questione. Non volevi preoccuparmi, come sempre; anche in ospedale, hai continuato a dire che dovevo andare a celebrare, che la gente aspettava; non mi sarei mosso neanche se fosse arrivato il maresciallo Coppola coi carabinieri. Dopo una notte in bianco, ormai sembrava fatta: preso per i capelli; vuoi vedere che ce la facciamo anche stavolta? Ci vuole un anno sabbatico, devi riposare; no, rispondevi, basterà molto meno; avresti ricominciato appena uscito. Andavo e venivo, tra reparto e chiesa, finché l’infermiera, una mattina maledetta, mi ha comunicato che non andava affatto bene. Cercavo di capire cosa fosse; ti hanno portato fuori in coma, con la maschera a ossigeno. Il 30 dicembre mi ha telefonato tua sorella: Mario è morto. Col lenzuolo per cappuccio, sembravi Abramo alle querce di Mamre. Il sole dell’assurdo batteva sui nostri cuori silenziosi. Non mi sono più ripreso dal silenzio: ancora oggi, aspetto che vengano a portarmi una notizia. Mentre starò seduto all’ingresso della chiesa, nell’ora più calda del giorno, alzerò gli occhi e vedrò tre uomini in piedi, avanti a me. Correrò loro incontro e mi prostrerò a terra, dicendo: «Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo”.

72. Una strana storia

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– Come sta, signor Leopoldo?
Il dottor Peltre sorride sotto i baffi: non sembra preoccupato per la situazione clinica del suo paziente.
– Discretamente. Può dirmi come sono finito in questa stanza?
– E’ una storia lunga: non so se riuscirò a ricostruirla. Un uomo con soprabito beige e scoppola scura, da cui usciva una ciocca di capelli biondi e spettinati, si è presentato in accettazione con un alito pesante da alcolista. Gli impiegati hanno cercato di farlo allontanare, ma lui insisteva sulla necessità di soccorrere un turista svenuto presso la piramide del Louvre. Continua a leggere→

67. Muschio

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Maria sta correndo verso il ponte. Ormai, per lei, è il ponte della vita, una specie di oracolo dove cercare le risposte che le stanno a cuore. Si chiede se sia giusto: cosa direbbe don Faber se sapesse che insegue una specie di veggente chiedendo responsi che reputa infallibili? Ma poi sarà vero che Andreas non sbaglia un colpo? Che sia una suggestione impadronitasi di lei per uno strano sortilegio? Continua a leggere→

49. La cattiva strada

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Saulo, scampato all’incursione nella Centraal Station, decide di recarsi dal cardinal Bagnasco per un voto solenne di ringraziamento: non criticherà più le scuole di scrittura, non recensirà più romanzi inesistenti, non sottovaluterà un’istituzione che ha già prodotto il primo martire: Beppe Geenna, sepolto coi cammelli impermanenti e bipolari nell’attacco violento della Ricco Barocco. L’impresa è ardua, se ne rende conto: obiezioni di ogni genere si affacciano alla mente, ma è giusto che resista, dopo essere rimasto indenne nella catastrofe improvvisa. S’incammina a piedi verso il palazzo della Cei: la marcia faticosa sarà parte integrante del suo impegno, poiché avrà il tempo di assaporare fino in fondo la salvezza ottenuta contro tutti i pronostici. Quando la sede episcopale è a pochi passi, gli appare un uomo in giacca e cravatta, anziano, cranio calvo e occhiali dalla montatura scura e demodé. Continua a leggere→

39. Rospi

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Due isolati più in là, Saulo decide di fermarsi. Leopoldo lo raggiunge, con la lingua di fuori per la corsa:
– Perché ti sei fermato?
– Mi è venuta un’idea.
– Sputa il rospo.
Dalla bocca di Saulo esce uno di quei rospi che s’intravedono di notte sulla strada, con possibilità minime di sopravvivere al passaggio delle auto.
– Non prendermi alla lettera! Continua a leggere→

11. Cancellazioni

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Leopoldo si è ripreso dalla sbornia, e capisce di aver sognato tutto, però è contento della soluzione che il Calvino fantasma gli ha offerto il giorno prima. Non che sia rassicurato pienamente: e se davvero il romanzo fosse condannato? Se la sua breve vita finisse qui, dopo le prime undici pagine? Che direbbero di lui, che traccia lascerebbe del suo passaggio tra la gente? Decide di agire, di compiere qualcosa che rimanga: la cosiddetta buona azione, oggi caduta in disgrazia, e soggetta a verifica continua. Continua a leggere→

Il giro

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La cattiveria esiste. Per anni ho allontanato questa idea ma, dài e dài, mi sono rassegnato. E’ illuminante l’etimologia: dal greco kapto, prendo, faccio prigioniero. Il cattivo è recluso dagli altri o, peggio, da se stesso. Il detenuto si abbatte o si stizzisce, perde il senso dell’altro nell’imbarbarimento progressivo; i valori sfumano nella nebbia del passato, il presente si nutre di violenza, rabbia, ottundimento. Per non essere cattivi, basterebbe aprire la porta e uscire dalla cella, respirare una boccata d’aria pura, sgranchirsi gambe e braccia. Forse, più che supercarceri, bisognerebbe creare centri di benessere, con massaggi, ginnastica e relax: ma quelli incattiviscono me, e dovrei ricominciare il giro.

Alieni

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Mettiamo che arrivassero gli alieni – già il nome è scorretto, perché li pone in una luce negativa; immaginiamo che scoprissero la logica del mondo, senza nulla sapere di ideali e visioni complessive, di religioni e di filosofie; valuterebbero il comportamento, quelli che definiamo “i fatti”; non ci sarebbero scuse per le contraddizioni, nessun pretesto giustificherebbe le tante incongruenze: pane al pane, vino al vino, gli umani sono questi. Li vedo già, gli alieni, con la mano sul mento alternativo, a chiedersi come sia possibile che la Terra ancora esista, che non sia esplosa in una nuvola di fumo. Ecco, risalgono perplessi sull’astronave impolverata, si voltano indietro per un momento interminabile, tentati dalla nostalgia per i capricci dell’infanzia, l’allegria fragile dell’incoscienza.

Il fascino di Baden

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Il sogno non è il manuale innovativo, ma l’opera perfetta, sfrondata dai difetti di quelle conosciute. Ogni libro ha le sue pecche. Prendiamo l’incipit del primo che mi capita a tiro, La cura, di Hermann Hesse: Il mio treno era appena arrivato a Baden e io avevo appena disceso, con un po’ di fatica, i gradini della carrozza, quando già il fascino di Baden mi si faceva sentire. A parte l’eco tematica della Montagna incantata, uscita l’anno prima, la ripetizione – Baden, Baden – mi sembra cacofonica. Sciocchezze, direte, ma rischiano di rendere meno incisiva la scrittura. L’utopia è un libro senza imperfezioni, possibile nei sogni dell’infanzia o nei deliri dell’alienazione, motori segreti di tante azioni umane. Se scrivessi sapendo che le pagine saranno un franare di spropositi, sviste, cantonate, non riuscirei a procedere; se invece avvertissi, sulla punta delle dita, la possibilità di plasmare il capolavoro sospirato, sarei disposto a perdere il sonno e la salute. L’illusione sospinge il mondo verso una meta che non c’è, per rivelargli che il fascino di Baden nasconde il crollo delle sicurezze, lo smottamento di una perfezione che non può essere creata, ma solo ricevuta in dono.

La regola d’oro

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Mi interrogo, da qualche tempo, sul principio del non fare. Un esempio classico è il decalogo biblico: non avrai altro Dio, non nominare il nome di Dio invano, non uccidere, non commettere atti impuri, non rubare, non dire falsa testimonianza, non desiderare la donna d’altri, non desiderare la roba d’altri. I due comandamenti positivi: ricordati di santificare le feste e onora il padre e la madre, sembrano pesci fuor d’acqua, privati del non che distingue tutti gli altri. La regola aurea conferma il criterio: non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Continua a leggere→

L’unica ricetta (La conquista dello spazio 13)

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Mi ritrovo tra le mani un Venerdì di Repubblica del 19 marzo 2010. La copertina è verde, c’è l’immagine di un ragazzo con le mani in tasca, verde pure lui; dietro, una palizzata che gli giunge quasi all’altezza delle spalle, di colore giallo. Il titolo campeggia sulla parte superiore e per due lettere utilizza lo stesso disegno della staccionata: Come si scrive un libro. Più sotto, tra parentesi, si legge: E come si edita, pubblica e vende in libreria. Giro pagina, trovo Belen Rodriguez, in posa languida e succinta, che mi fissa con sguardo seduttivo; sulla destra, la scritta: Io sto con Tim. E tu con chi stai? Giro ancora: una pubblicità dell’Audi. Ancora: uno spot della Moorer. Finalmente m’imbatto nel sommario, che rimanda a pagina diciotto: un’intervista ad Abraham Yehoshua, il quale elargisce due o tre dritte sull’arte del romanzo: Intanto, cominciate a leggere. Questo lo sapevo. Giro pagina: quattro foto che ritraggono Gianrico Carofiglio, Massimo Carlotto, Nicola Lagioia e Simona Vinci. Seguo la scritta che corre sulla parte alta, come una pubblicità della metropolitana: Palline da giocoliere, ritagli di giornale, orari fissi o anarchici. E i CD che ispirano. Astuzie, tic e segreti di quattro autori italiani. Decido di fermarmi qui: torno a lavorare al mio romanzo, sudando e disperandomi. L’unica ricetta che mi ha convinto, fino ad ora.

Prime comunioni

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Stavo male, ma è un fatto secondario. In sacrestia, un attacco di tosse senza fine.
– Dobbiamo fare il giro della chiesa, in processione?
– Sì, come sempre.
Bene, penso, così mi rovino un altro po’. Scivoliamo silenziosi sul retro all’altare, i parenti sono già schierati, a modo loro elegantissimi. Sorridono quando li guardo, c’è una corrente positiva. Magari non sono praticanti, per qualcuno saranno indegni di stare ai primi banchi. Non certo per me. I bambini sono in fila per due, col giglio in mano. Parlano tra loro, emozionati. Mi vedono e lanciano un grido: don Fabrizio! Li accarezzo, con un gesto leggero e fugace, non si sa mai, di questi tempi. E’ ora, la processione può partire. Sul piazzale, altri parenti sorridenti: meno praticanti dei primi, perché nemmeno mi salutano. Continua a leggere→

Dieci alla volta

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Certe volte, come sappiamo bene. Certe volte saresti tentato, lo sappiamo. Certe volte si sa, che lo faresti. Certe volte, anche se il ruolo, i doveri, e tutto il resto. Certe volte, comunque, tiri dritto, perché sarebbe troppo facile, in un colpo solo, te lo immagini? Tutti insieme, mica uno alla volta, aspettando, lasciando trascorrere del tempo; in una volta sola, libero, potresti fermarti, respirare. Certe volte la prospettiva è irresistibile, qualcosa troveresti, sai darti da fare, la creatività, l’intuizione, la capacità lavorativa, in tutti questi anni, con tutti questi ostacoli. Certe volte. Altre, invece, ti senti a casa all’improvviso, come se nulla fosse stato. E allora ricominci, pensando a quella volta che li hai amati fino in fondo, li hai amati davvero. Forse hai solo sognato di andartene, di lasciarli tutti, di ricominciare. Ecco, sei sveglio, tra le mani hai un filo di perle di campagna, di legno scuro, da contare lentamente, dieci alla volta, fino alla fine del mondo.

A forza di essere vento

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Gesù disse: uno di voi mi tradirà. Simone disse al discepolo che il maestro amava: Digli, chi è? Quello chinò il capo sul petto di Gesù e gli disse: Chi è? Rispose: Quello cui darò il boccone intinto nel piatto.
E’ la cena dell’istituzione dell’eucaristia. Quel pezzo di pane è ciò che oggi chiamiamo comunione. Il Signore accompagna i passi di Giuda, che si affrettano verso il tradimento. Non lo lascia solo, anche se satan, l’avversario, entra in lui sotto forma di rifiuto e negazione. Continua a leggere→

Lo sfondo sinistro

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Sono venuto a portare il fuoco, e come vorrei che fosse già acceso: una frase misteriosa di Gesù. Come l’altra, di Giovanni il battezzatore: dopo di me viene uno che vi battezzerà in spirito santo e fuoco. Noi, inguaribili romantici, pensiamo subito al fuoco dell’entusiasmo, alla passione ardente. Il senso è un altro: chi non matura fino alla dimensione dello spirito, fallisce la meta della vita, la brucia, la riduce a nulla. Il fuoco è lo sfondo sinistro di un dono prezioso rifiutato: distrugge, non bisogna mai dimenticarlo.

Come sempre (Rosarno)

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Una storia dove si perde facilmente il filo, in cui convergono nodi inestricabili: la miseria, i conflitti sociali e religiosi, lo sfruttamento e il razzismo, la malavita e il ruolo opaco delle istituzioni. Sullo stesso palmo di terra si accavallano azioni e reazioni di Stato e ‘ndrangheta, associazioni a delinquere e gruppi che promuovono una cultura della legalità. Chi vincerà? Per ora i più deboli si sottomettono ai più forti, come sempre.

Disperata sintonia (l’anno nuovo)

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Ultimo giorno dell’anno: è tempo di petardi e fuochi artificiali, di tappi di spumante o di champagne che volano portando con sé improbabili speranze. La svolta è segnata dal chiasso e dall’oblio, come se il rumore soffocasse l’onda lunga di un vuoto sul punto di esondare. La vocazione dei botti, oggi, è più complessa: coprire altre possibili esplosioni, fuochi altrettanto artificiali, ma ancora più distanti dalla vitalità genuina del creato. In mezzo a tanto strepito proporrei una serata di silenzio, per capire quale sia la lunghezza d’onda con la quale val la pena di cercare un’ormai disperata sintonia.

Della ragione umana

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Sarà possibile vivere felici se non si può esprimere un parere contrario a chi ha il potere? La libertà non è anarchia, ma adesione a un bene, a qualche verità; ma se non credo, devo essere ammazzato? Se propongo una via diversa, devo essere arrestato? Fino a che punto una nazione può decidere in proprio sui diritti umani? Fino a quando si può nascondere il dissenso, o un’aperta condanna della dittatura? Se la violenza mette fine alla libertà di pensiero, dico che bisogna opporsi: mai con la medesima violenza, ma con la forza serena e coraggiosa della ragione umana.