Archivi tag: Fabrizio de André

Senigallia

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La spiaggia tra le nuvole è un affresco
dai colori sbiaditi. Sulla sabbia
(di velluto, mi dicono: a me sembra
la sabbia di sempre; in più ci sono
dei sassolini bianchi), la sorpresa
è un gruppo di gabbiani che bivacca
pulendosi le penne, appiattendosi
tutti, controvento. Come se il posto
fosse loro: uno stabilimento
da cui spiccare il volo da un momento
all’altro, anche senza sole. Come
si dovesse volare, ad ogni costo.

Fabrizio De André Tra Riccardo Bertoncelli e la London Symphony Orchestra

di Guido Michelone

C’è anche Fabrizio De André Sogno n°1 London Symphony Orchestra nella discografia finale: stiamo parlando di Belìn, sei sicuro? Storia e canzoni di Fabrizio De André, la nuova uscita dedicata al cantautore genovese che è poi l’edizione aggiornata del testo (2007) che Riccardo Bertoncelli aveva curato per Giunti, oggi ristampato in brossura con un paio di aggiunte significative. Perché anzitutto inserire Sogno n°1? Il disco, uscito mesi fa, per la Sony, con il bene placet di Dori Ghezzi, prodotto e arrangiato da Geoff Westley (che pure dirige un prestigioso ensemble britannico), sembra una tipica operazione commerciale post mortem che, alla luce dell’intervento artistico inglese, può anche risultare un inedito deandreiano, benché costruito non dal protagonista ma attorno o sopra la sua voce in dieci famosissime canzoni, qui rinate con sontuose orchestrazioni e le voci aggiunte di Franco Battiato e Vinicio Capossela in un paio di songs. Continua a leggere→

70. Per nessun motivo

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– Conosce questa scritta?
Gli occhi hanno lo stesso colore dell’acqua: ci si possono vedere barche che vanno alla deriva o il muschio che si abbarbica al bordo estremo e smozzicato della banchina grigia. Sotto la balaustra, le foglie secche si spostano ogni tanto, al passare del vento. Sulla strada, in fondo, le macchine procedono in due file, in processione verso dèi ostili e sconosciuti. Continua a leggere→

66. Immagini

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Dormiva, quando l’hai lasciata. Hai bisogno di uscire, di stare un po’ da solo. Arrivi al ponte, mentre i passanti vanno ognuno verso il suo destino; solo tu sei fermo, con i gomiti sulla pietra bianca della balaustra, gli occhi fissi sull’acqua che scorre lentamente, come il tempo e la vita. Continua a leggere→

Fabrizio De André, fra parole e musica

La bibliografia su Fabrizio De André (1940-1999) inizia ad arricchirsi in maniera quasi abnorme, dal punto di vista quantivativo, solo dopo la morte del grande cantautore ligure: da allora a oggi (e passano esattamente tredici anni) i volumi sull’arte del folksinger di scuola genovese si specializzano anche nel descrivere o analizzare momenti particolarissimi, riguardanti soprattutto gli aspetti della vita pubblica e privata e quelli legati al contenuto delle canzoni. In mezzo a tante belle biografie e a ottimi esempi di disamine critiche sulle ascendenze letterarie, religiose, ideologiche del geniale Faber, mancava un libro come questo, opera congiunta di un dottorando in musicologia e di una ricercatrice in studi italianistici. I due si sono per così dire suddivisi le parti: al primo l’esegesi dei testi lirici, alla seconda la lettura al pentagramma delle note che accompagnano brani memorabili (centotrenta in tutto quelli ufficiali, ossia pubblicati su disco in vita con approvazione dell’Autore). Il libro però è solo una sintesi, ovvero un buon manuale di come dovrebbe essere trattata l’opera omnia di un cantautore: e non a caso inaugura assieme ai volumi su Bob Dylan e Paolo Conte la sottocollana “La canzone d’autore fra musica e poesia” diretta da Stefano La Via nell’ambito dei celebri Quality Paperbacks dell’editore romano. Insomma Fabrizio De André. Cantastorie fra parole e musica mostra come va fatto un libro con pretese anche didattiche per la conoscenza e lo studio di un fenomeno, quello dei cantautori, dove il linguaggio verbale-poetico e quello sonoro-musicale non vanno mai disgiunti. Continua a leggere→

13. Eri la mia vita

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– Mi sembra strano.
– Cosa?
– Dunque: vengo al pontile per raccogliere le idee; per caso leggo una scritta: Fofner, sei la mia vita. Qualcuno si avvicina e attacca una filippica sulle barriere che dividono la gente, su come bisognerebbe essere e su ciò che si dovrebbe fare e alla fine del discorso dichiara: io mi chiamo Fofner.
– Cosa c’è di strano? Continua a leggere→

8. Velocemente

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E’ una stanza originale: il letto è incassato tra due ante di armadio; una coppia di abat-jour, uno a destra e uno a sinistra, come se il punto non fosse far l’amore o addormentarsi, ma soltanto leggere. Sullo sfondo, due quadri: una colomba e un gufo, in stile moderno, quasi astratto; più in alto, una mensola con libri e cartelle piene di fogli, un ombrello e una specie di salvadanaio. Che ci fanno qui, Romolo e Veronica? Continua a leggere→

2. Spiagge

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Amerigo non sa stare fermo. Fa la guida turistica, dopo essersi iscritto a medicina. Le tavole anatomiche lo hanno messo in fuga. Non è affare suo tenere a mente ossa, muscoli e nervi. Le membra lo interessano dal vivo, le braccia di Futura, per esempio, le gambe tornite, i seni pieni e delicati nello stesso tempo. E’  un’ossessione: ogni volta che parte, gli sembra di andare incontro a lei; e chi gli impedisce di pensarlo?
– Questa è Rue Rambuteau; quella, la libreria tedesca.
– Possiamo entrare?
– V’interessano le opere in tedesco? Continua a leggere→

85. Freddo o caldo

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E’ un bel palazzo: hai voluto il migliore, come sempre. Uno schiaffo a tuo padre, con cui non fai mai pace. E’ un secolo che lotti con il peggior nemico, ma non sei più sicuro che sia lui. Guardi i finestroni lucidi e immagini un interno che non c’è: gli studi di registrazione, gli uffici in cui prendere accordi coi cantanti, i depositi di compact disc che formano pile alte quasi fino al cielo. Continua a leggere→

73. La falce

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C’era poi la questione degli ebrei.
Non è stato detto tutto? Le persone ammassate sui binari in attesa di un viaggio solo andata.
Il treno è un pensiero, un’immaginazione: mentre il paesaggio corre dalla parte opposta è inevitabile ritrovarsi insieme, nella carrozza dei sogni, capace di trasportare la persona giusta, senza ritardi, senza la fatica del tempo che incalza, la faccia pallida, i capelli spettinati.
Si sentiva il bisogno di assolvere, soprattutto, dall’accusa di deicidio. Continua a leggere→

70. Felicità

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Viene una specie di vertigine a guardare la valle da quassù; la forza di gravità, che schiaccia sulla terra come una condanna, non ha più potere; ci si libra in pensieri rarefatti; i problemi, le ansie, le paure, perdono peso, diventano sottili e inconsistenti. Finalmente un’oasi di pace, Yehochoua, goditi il distacco dal fardello della gente, scròllati i lamenti dei malati, le angosce dei poveri, le grida degli oppressi. Continua a leggere→

39. Sui giusti e sugli ingiusti

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I soldati si guardano intorno, circospetti; controllano la gente che agita bandiere e gagliardetti, scandisce slogan, mentre la bara viene portata a spalla da Yaacov, Matityahou, Nathane ed Eleazar; mani di diverso colore gettano riso e petali di fiori; qualcuno urla: maledetti!; pugni alzati si tendono e ondeggiano allo stesso ritmo delle litanie ossessive sgranate dai gruppi organizzati; auto della polizia con le sirene accese stazionano con agenti in tuta blu; donne vestite in nero piangono battendo le mani contro il petto; sopraggiungono motociclisti e camionette di agenti coi fucili. Continua a leggere→

19. Via dolorosa

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E’ una strada stretta, gremita di gente: negli angoli, la merce povera dei venditori ambulanti attira gli sguardi dei turisti; voci cantilenanti ripetono inviti ad acquistare; si succedono serrande arancioni, negozi con tende srotolate per proteggere dal sole o le intemperie. Continua a leggere→

17. Piani

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Hanno accostato le poltrone, il discorso si è fatto riservato. Shaoul lancia un’occhiata alla tenda rossa e bianca, qualcuno potrebbe ascoltare di nascosto. Gad è nervoso: lo sguardo sornione non riesce a mascherare un’inquietudine che s’insinua nelle ossa. Avigail tira dritto con aria imperturbabile, anche parlando di trappole e attentati, perché l’uomo è pericoloso, non si capisce cosa voglia, e poi, di questi tempi, nel clima di ostilità al paese, le rivoluzioni del Nordafrica, l’afflusso di migranti, rischiamo che tutto salti in un momento. Continua a leggere→

16. Pane

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Yehochoua fa miracoli, da tempo. L’ultimo è accaduto sulle rive del lago, dove le rocce si alternano ai ciuffi di sterpaglie e agli arbusti di conifere nane. Aveva attaccato discorso coi passanti incontrati per caso o arrivati fin lì per ascoltarlo; le file di uditori si erano ingrossate, al punto da riempire lo spazio fra il promontorio e la quercia secolare. Continua a leggere→

15. Cella

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La stanza è minuscola: cinque metri quadrati, riempiti quasi per intero dai letti a castello, un armadietto dalle ante sconnesse e un tavolo in legno con una sedia instabile. Yoh’anan, Eleazar e Nathane sono ancora storditi dall’aggressione subita nel deserto. Si chiedono cosa abbia spinto la squadraccia a ridurli così e a rinchiuderli qui dentro. Yoh’anan intreccia le mani sulle cosce e guarda dritto avanti a sé. Eleazar ha gli occhi bassi, mortificato che un omaccione come lui possa ricevere una batosta di tali proporzioni. Gli occhiali di Nathane sono rotti, una tragedia per uno come lui. Continua a leggere→

64. Il sogno che ti serve

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Simone Vangelis lotta fra la vita e la morte nel reparto del solito ospedale. Qualcuno potrebbe chiedersi perché chi ha bisogno di cure finisca invariabilmente al Sant’Eugenio, come se in tutta la città non vi fosse alternativa. E’ evidente che l’autore è legato a questo posto da ricordi che ogni tanto si riaffacciano alla mente, provocando dolori più acuti di quelli di Vangelis, che respira a fatica, sovraccarico di aghi, tubi, macchine che registrano la pressione arteriosa e il ritmo del battito cardiaco. Continua a leggere→

Fora di ball

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Gli ultimi saranno primi, sappiamo
dal vangelo, ma quando nella notte
tra martedì e mercoledì scorso
un barcone di trecento migranti
si è ribaltato quaranta miglia a sud
di Lampedusa lasciando chissà
quanti morti – tra cui anche bambini – Continua a leggere→

Otto marzo

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Come sarebbe il mondo se l’altra metà fosse davvero
l’altra metà, se il dare e il violare
e l’aggredire diventassero
accogliere, ricevere la vita, tramandare
il codice di un gesto ormai perduto
che chiamavamo ascolto, e in quel momento
ogni parola e pensiero e movimento
fossero d’altra pasta, d’altro stile,
non satiresco, non profittatore o maniacale, Continua a leggere→

Grazie

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In un punto del tempo e dello spazio
nacqui, non sapendo che cosa mi aspettava,
cosa fosse la vita con gli agguati,
i tradimenti, gli amori mai compiuti, le mille
incertezze che sboccarono
nello schiaffo, nel bacio, nel sorriso,
l’illusione assurda della parola data,
il vomito, la febbre, la solitudine appesa
all’attaccapanni dei ricordi, e tu mi chiedi
quanti anni hai,
senza sapere che gli anni non si hanno,
semmai sollevano o pesano: ecco – posso dirlo? – Continua a leggere→