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E’ un assalto la mia vita

è un assalto la mia vita
al niente in cui siamo
al niente in cui respiriamo.
ogni cosa è deposta nella sua cesta
oggi come ieri
e corre dentro un fiume
che non arriva da nessuna parte
un fiume di polvere
che mette insieme
pietre labbra e buchi neri

Marina Pizzi: L’inchino del predone, 2008-

 

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L’inchino del predone

ho un sesto senso che mi fa rapace

pace già panica e forse già logica.

non basto al mondo non ribasso

il prezzo che non incasso. ho una

lapide vermiglia intorno alla gola.

qui mi meraviglio di essere la viva

vedetta di me che già guarda

dormire gl’indici e le vette.

padre conserto madre senza latte

le verità ataviche del palmo.

Intorno alla tua bocca

intorno alla tua bocca
a un certo punto
arrivano le mie mani
la mia lingua i tuoi capelli
e vedo gli occhi
che si aprono in grandi sorrisi
luminosi
e l’anima che danza intorno
alle narici,
tutto quello che c’è sulla tua faccia
andrebbe regalato
ai poveri di spirito,
le tue labbra da dare
a chi esce dai cinema
o dalle chiese
e anche a chi sta a casa
mezzo addormentato sui divani,
la tua faccia in cui compare
qualcosa che solleva la terra verso il cielo
qualcosa che abbassa il cielo
verso la terra.

A Riccardo Francesconi e a suo figlio Eugenio

 

di Luigia Sorrentino

parli al cuore del figlio
il mondo che non vede
si genera da solo
da quella caduta, la testa
fra le mani del caos
l’ordine che regge
e tutto ripone al suo posto
regge il trave della testa
come un acrobata lo sversi
e dalla fronte cade ancora
cade e non annienta
dalla vetta che i secoli
raggiungono, nella guarigione

nella benda l’ampiezza
come un dio saldi in lui
l’eroe di ogni azione

30 giugno nell’anno 2008

Le sincopi, #4 [di Marina Pizzi]

11.

le eresie del vuoto

la chiave scarna che dischiude l’ombra

la brevettai bambina appena civica.

12.

*

40.

ho visto la natura dello scempio

l’oro a zero del falco comatoso.

41.

*

48.

giorno del sale utopia del faro

questa riviera arsa alla palude.

49.

*

65.

amami con lo spettro dell’aurora

qui nel quartiere che sperona le finestre

senza pace.

66.

[da L’eremo del foglio, 2008]

Ti bacio

Ti bacio
a occhi chiusi
bacio gli occhi e le ossa
che stanno negli universi più nascosti
e quello che di te c’è qui
in questo mondo
che si scuce
la carne appena calda accarezzata
in controluce

Misurazioni

di Emanuele Kraushaar

Prendono le misure,
stravolgono le mie giornate
che poi tu sparisci con una noce
cruda tra le mani (come il tuo cuore).
Passiva come la calma.
E io a caccia di moscerini
in questo stagno di fango
sono un cacciatore maestoso.
Come lo sarai tu a nord,
a mani nude a pescare anguille
nel ghiaccio duro e bianco.

Notturno settembrino

 

sono arrivato al muro.
il paese di settembre
mi ha dato il suo verdetto:
devi dimettere quest’ansia
di trovare compagnia
l’ardore della tua ansia
è solo tuo
non lo puoi chiedere
agli altri
non li puoi sempre avvisare
che chi non muore adesso
non potrà morire
mai più. Continua a leggere→

C’è gente che si distrae

di Emanuele Kraushaar

C’è gente che si distrae
per giudicare la disattenzione
degli altri e ne vien fuori
quel pasticciaccio brutto
che tutti sappiamo.
Ti avevo promesso il mio
disastro e la polvere
delle mie macerie.
Ma queste cose poco serie
–  lo sai bene – ci fanno nausea
dall’interno di cassa.
Come il colpo di zoccolo
di un asino in salita ripida.

Possiamo immaginarla luccicare nella luce del mattino

di Maria Grazia Calandrone

 

I bambini non hanno organi interni
sono aquiloni
pula
palloncini
etere nelle filze della carne
e catene di ossa
abbandonate sull’altare
di una riva
sono strutture invase dal vento, sono abbandonati
alla incomprensibile bellezza di una specie
che vuole essere toccata dal sole sebbene il sole sia una cosa mortale e abbia una massa
che si riveste di mattino e sboccia
dal costato
bianca e funzionale come un’opera.

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Per l’anima bianca che ci sorregge e le romantiche rose
per ciò che lentamente si corrompe
e interrompe il suo sonno apparente
tra i manipoli verdi di sole
per quest’angelo dai calcagni d’oro
che prende
dai serbatoi
– dai mulini
e dalle legnaie
nel fumo che si alza dalla terra scavata
mentre sente arrivare lo scontento
e sopporta lo stesso
misterioso sorriso
delle fruttifere
per il legno da fuoco che porta il contagio
tra i filari
distoglici dal fatto della morte:
il corpo è nulla
che pensa all’infinito,
melo nel sole
che si versa sul cuore della terra
a corpo libero
con l’ossido dei rami,
la ruggine
e la materia robusta
di insetti dai corpi luminosi e immortali.