Archivi autore: fabrizio centofanti

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3. Il posto migliore

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Siamo di nuovo in Viale Europa: la vita è lo spazio in cui si vive, l’angolo di mondo in cui un dettaglio ne richiama mille; perfino le assenze, ciò che ha smesso di esistere per sempre: il negozio di alimentari Liberati, il bar Rossana, la vetrina di Eurosport dove, incantato, contemplavi l’ultimo modello di scarpe da ginnastica. Continua a leggere→

Sara e Elia, di Rosa Salvia

Sara giunse ad Haifa servendosi di mezzi di fortuna, autobus e autocarri militari. Si fece portare solo per un primo tratto lungo il percorso per Ramat David, e preferì fare a piedi l’ultimo tratto che fiancheggiava la colonia agricola dove sperava di trovare suo marito Elia. Quel tratto di strada correva fra colline rudi che pareva fossero state messe lì apposta per proteggere da un nemico l’ampia pianura nel cui centro sorgeva il kibbutz. Un paio di volte sostò a percuotere la strada solida col piede. Non riusciva a convincersi del tutto che quello fosse terreno consacrato. Ad un certo punto s’inginocchiò sul ciglio della strada, fra i sassi e l’odore della polvere. Aveva un bisogno quasi fisico di toccare quella terra, ma le gambe non la reggevano e fu costretta a rialzarsi. Continua a leggere→

2. Odori

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Basta girare l’angolo per avere ricordi più precisi. E’ Viale Europa, dominata dalla chiesa che sporge come un cubo di calce sopra la collina; un’immagine che ti ha sempre messo in soggezione, come se l’angoscia, la paura del buio, i sensi di colpa si concentrassero esclusivamente tra gli spigoli delle mura bianche e il grigio della cupola, che col corpo squadrato ha tutta l’aria di un osservatorio che snobba le stelle e si dirige su di te. Continua a leggere→

Postumana, di Andrea Margiotta

Ma i critici letterari che sbavano per la poesia post umana (nuova definizione critica) sono forse mosche? Sono cresciuti a botte di numeri dell’Uomo Ragno o con le gesta di Lara Croft? Hanno mai riflettuto sul fatto che, a mettere parole strane e stranianti (magari accostando campi semantici lontanissimi – e questo non c’entra con le indicazioni sulla rima di Ungaretti, poeta umanissimo dell’innocenza e, successivamente, anche umanistico – e tacitando ogni avviso di umanità, dall’io al corpo, al sangue), si arrivi a una Maniera che ha la caratteristica della facile serialità e, dunque, a scapito di categorie keatsiane messe troppo presto in soffitta, quali bellezza, verità (e, se volete, quelle di necessità, autenticità etc.) con la maiuscola o minuscola che siano? Continua a leggere→

Case di poeti, di Anna De Simone

“Sapere le case dei poeti”

di Anna Elisa De Gregorio

Appunti su Case di poeti di Anna De Simone, Mauro Pagliai Editore, 2012

Quest’anno non avremo dubbi su che cosa regalare agli amici per l’ennesimo Natale di crisi: lontani da ogni spreco, regaleremo tutti felicemente un libro a tutti. Possibilmente un libro che parli di poesia, necessaria in tempi tristi. E, a questo proposito, da poco è uscito un volume, nella elegante veste tipica delle edizioni Pagliai, che non è una silloge poetica, non è un romanzo, né un saggio, né un reportage, ma è un po’ di queste cose messe insieme: un racconto di “viaggio” nelle Case di poeti, arricchito da fotografie, da un florilegio di loro poesie (dove i temi scelti, quasi a chiudere un ideale cerchio, sono le case o i luoghi più intimi e familiari), da note critiche e appunti inediti dell’autrice Anna De Simone. Continua a leggere→

1. Cosa ho capito della vita

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C’è un momento, nella vita, in cui ti sembra di afferrarne l’essenziale. Magari non è vero: l’esperienza accumulata può ridursi a una catasta di macerie fatiscenti, residui tossici da cui sarebbe meglio liberarsi, piuttosto che chiavi per aprire un mondo nuovo. Continua a leggere→

Il mio paese, di Eliana Petrizzi

Vivo al centro di una valle vicina a città, stazioni ed autostrade, famosa per i carciofi e la cipolla ramata. Di lavoro ce n’è poco. I maschi si sposano giovani, le femmine vanno in palestra un mese prima di sposarsi. Dopo il matrimonio, ingrassano, sfornano figli come giumente, e a trent’anni ne dimostrano cinquanta. A mezzogiorno, sulle panchine davanti al Comune, i corpi dei vecchi assumono la posizione dei morti che si vedono al telegiornale dopo una strage. Al bar, mirabile accordo tra le persone ai tavoli e le canzoni alla radio: non conosco né le une né le altre.
Incontro per caso la bambina con cui giocavo da piccola nel giardino sotto casa: mi guarda come se non mi avesse mai incontrata prima.
In compenso, l’aria è buona; buoni la carne, il vino, la frutta, il pane. Il tempo è lento, i passaggi a livello si chiudono con largo anticipo e si riaprono con comodo, e nell’attesa non ci sono motori accesi, ma lucertole che riposano, cicale che brillano.
Spengo le azioni e me ne vado in giro. Continua a leggere→

Quel che resta del sacro

di Vito Mancuso

A chi prega ogni giorno «Padre nostro che sei nei cieli» non fa probabilmente piacere veder qualificata la propria fede come «la religione dal cielo vuoto», secondo quanto recita il sottotitolo dell’ultimo libro di Umberto Galimberti appena uscito da Feltrinelli.
Consapevole dell’affondo, l’autore avverte di non aver voluto essere «provocatorio e nemmeno offensivo», ma non per questo rinuncia a ribadire: «E tuttavia il cielo del cristianesimo è vuoto». Continua a leggere→

86. Harmaghedòn

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Ti sei convinto che i romanzi si scrivano da soli: davanti al golfo di Taormina che ammicca dalla parete opposta, la Piazza dei Miracoli, i girasoli di Van Gogh, le dita cominciano a battere sui tasti, inseguono qualcosa, un’immagine, un ricordo, la litoranea avvolta nella nebbia, le stelle sempre nuove, perché ogni notte c’è un dettaglio che sorprende: Antares è un po’ più alta e fatichi a ritrovare, a sud ovest di Orione, il bagliore azzurro di Achernar. Ma che t’importa delle stelle e del lentisco? Tra la vita e la morte stai pensando al tuo biglietto rosa, al cuore del mio cuore, e solo adesso capisci che è lì la soluzione, nell’assedio di un amore che t’insegue sin dal primo vagito e da cui hai tentato sempre di fuggire: mettendoti al riparo della tonaca, tuffandoti nel sapore acre delle Ceres o negli occhi di una donna che abbagliavano la notte, come fari. I medici continuano a parlare, convinti che tu non senta nulla: commentano la morte del tuo segretario personale, avvelenato vicino alla baracca. La notizia ti addolora e intenerisce: non è mai riuscito a comprenderti del tutto, ma è rimasto al tuo fianco, oppresso dalle accuse e le minacce che ogni giorno  lo investivano a causa delle scelte imprevedibili. La storia miete vittime innocenti: il racconto è costretto ad annotare drammi che ti scuotono dentro, ma tu non puoi reagire, nemmeno con smorfie impercettibili; solo una mezza lacrima scende lentamente sulla guancia, e mobilita medici e infermieri: piange! presto, elettroencefalogramma ed elettrocardiogramma! Corrono, si affannano, per una goccia di liquido salato. Ti chiedi dove sia, perché non venga, quando, nel vano della porta, vedi la linea del suo viso ovale, gli occhi da cerbiatto; è un’immagine che non metti a fuoco né puoi trasformare nelle righe nere e bianche dello schermo, come se il romanzo registrasse tutto, tranne ciò che conta; come se la storia si svolgesse intorno a un vuoto, perché il nucleo della trama non ha peso né odore né sapore, è qualcosa da salvare ma che non può essere raggiunto né afferrato. Pensi al titolo schiacciato in cima al blocco per note, sdoppiato in una frase-sigla, scelta nel momento in cui temevi che l’impaccio delle dita fosse il sintomo di una malattia mortale; le due cose procedevano insieme, la salvezza e la condanna, perché scrivere è questo: ogni moto dell’anima diventa lettera, virgola, parentesi sullo schermo bianco, ed è come se morisse nella rigidità invincibile del testo; e, d’altra parte, solo l’inerzia dello scritto può salvare l’esperienza dall’agitazione effimera e insensata, destinata a perdersi nel nulla. Ora che il viso di Flaminia appare nel vano della porta, ti sembra di capire che c’è un punto in cui salvezza e condanna si giocano la partita decisiva, che il maestro dell’Apocalisse chiamava Harmaghedòn, dove il problema non è come la storia si concluda, ma capire cosa si nasconda nel tassello vuoto che il romanzo non potrà riempire; il nodo cruciale è verificare se l’anima si salvi, o non resti che lo strascico di un male che impedisce alla scrittura, e alla vita, di continuare a esistere.

85. Carezze

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Ci sono mattine che ti alzi dal letto come fosse l’ultimo giorno della vita. Non ti spieghi perché, ma è come se le cose ti venissero incontro con un’aria tutta nuova. Sono sempre le stesse: la baracca è la baracca, il campo pieno d’erbacce è il campo d’erbacce cui hai dovuto abituarti, da quando il papa ha trasferito qui la cattedra gloriosa di San Pietro. Continua a leggere→

84. Davanti al figlio

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Ti chiedi se non sia del tutto inutile continuare a perlustrare il blocco degli appunti. Lo guardi con una certa diffidenza, come se quella che era la tua Bibbia fosse adesso un libro indecifrabile, pieno di enigmi senza soluzione, a cominciare dal tuo amico che inseguiva l’impossibile, l’ennesima vittima dell’utopia. Continua a leggere→

81. Rigido e bianco

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Ti senti soffocare, in questa sala: il colletto romano è un cappio al collo di cui vorresti sbarazzarti, non ne capisci il senso. Un papa non può capire tutto. Non comprendi nemmeno il gruppo di persone intonacate che ti guarda a muso duro, come volessero linciarti. Continua a leggere→

L’arte poetica di Claudio Damiani

di Rosa Salvia

Desidero iniziare il mio viaggio nell’universo poetico di Claudio Damiani, non senza aver prima ricordato una fondamentale dichiarazione dello stesso Damiani: “Non credo più nella poetica. Se penso al “Fanciullino” di Pascoli, mi viene da dire: quella non è una poetica, ma un’arte poetica esattamente come l’Ars di Orazio. Perché, dietro di esse, c’è la lingua. La lingua è ciò che unisce la poesia universale. E’ qualcosa di oggettivo, di già dato, di tradizione, di natura, di memoria, mentre la poetica è soggettiva, linguaggio, cioè impossibilità di comunicare, critica della comunicazione. La soggettività nella poesia è solo un certo modo di plasmare la lingua, ma la lingua è già data, e anche la poesia è già data, come la vita”. Dalla introduzione di Franco Buffoni al testo Poesia Contemporanea – Secondo quaderno italiano, Edizioni Guerini e Associati (1992). Continua a leggere→

80. Finalmente, l’altro

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Ormai il quaderno è la tua vita: appena lo apri, ti pare che si schiuda un mondo; come se, il mondo, potesse ritrovarsi solo nella letteratura, una porzione d’ordine nel caos, mentre la realtà è un’accozzaglia di schegge impazzite che è impossibile gestire. Continua a leggere→