Archivi categoria: Fabrizio Centofanti

E canto

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Alle sei del mattino, a Medjugorie,
dopo due ore fitte di preghiera,
il miracolo si è verificato.
Una cosa semplice, come il canto
dell’usignolo che si è già svegliato,
come il passo svelto dell’impiegato
verso l’ufficio, come il proprietario
del bar che passa lo straccio, fischiando.
Anch’io ritorno dove tutto è uguale
tranne me, che dalle sei del mattino
sono uscito dalla notte, e canto.

68. Una pietra pesante

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Quant’è che insegni a questa gente? Ti sembra un secolo, o un millennio. Sarà che la preghiera intensa, in comunione con il Padre, t’immerge sempre più nell’idea di eternità, un sentimento sempre più vicino a quello che chiamiamo nostalgia. Continua a leggere→

All’ultimo traguardo

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Vorrei suonare così, senza sforzo
apparente, con mani vellutate
sui tasti della vita, pause lievi
sospese sulle gioie e sui dolori,
scatti improvvisi di rabbia e paura,
sussulti di passione, come due
che si amano nel bosco, mentre il sole
tramonta piano piano, nella mente,
lasciando che da dentro nasca un sogno
di note che s’inseguono cantando
canzoni solo nostre, variazioni
sul tema dell’amore e della morte,
tagliare il nastro all’ultimo traguardo
con il cuore che batte ancora forte,
danzando.

Solo ora

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Voglio scrivere, oggi, come viene,
come non fossero mie
le mie parole,
ma di uno che passi qui per caso,
che scelga di lasciare il suo ricordo
come un graffito sul muro di casa,
che trovi appena alzato, la mattina.
E vorresti imprecare, ma a rifletterci
bene, è quello che pensavi pure tu.
E’ te che voglio, non mi domandare
perché né come: io so che di quest’anno
si salva solo il sogno, l’intuizione
che sì, l’amore vince, che di tutto
questo correre da una meta all’altra,
solo il viaggio si salva, il desiderio
affamato di senso, l’emozione
di dirti ciò che sento. Solo ora
ti scrivo come viene: le parole
stavolta sono mie, come un graffito
sul muro del tuo cuore, del mio viaggio.

Lampedusa

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E’ come un masso che ti tira giù,
quando t’imbarchi dopo aver venduto
quello che avevi, col miraggio bello
di una minestra certa, di una notte
in cui dormire, libero dall’incubo
dell’affondo improvviso del machete.
T’illudi di trovare braccia aperte
sulla riva del mare. Ma soltanto
la morte ti saluta col suo sguardo
di sale, perché l’acqua sa bruciare,
senza l’amore, molto più del pianto.

65. Fino al canto del gallo

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Come fare a trasmettere un’urgenza? Come convincerli che il tempo è divenuto breve, che da quando hai parlato del regno il regno è qui, cresce mattone su mattone, e chi ne resta fuori rischia di morire assiderato, travolto da passioni fuorvianti, dalle tempeste invisibili dell’ambiguità? Continua a leggere→

Dormire, forse sognare

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Ci sono momenti, nella vita, in cui ti chiedi se tu stia sognando, o sia tutto vero. Ti rigiri nel letto, la mattina, prima che la sveglia suoni, sicuro di stare dormendo, ed ecco, tra poco la sveglia suonerà, ed è stato solo un incubo, uno di quegli incubi di quando hai mangiato troppa carbonara. Sì, è così, c’è un governo normale, che lavora per il bene del Paese, un governo di gente normale che conosce il mestiere, che è pagata per questo: non essere l’incubo di chi si sveglia la mattina, sperando di stare dormendo, in verità. Drin! Drin! Che bello, farsi la barba in un Paese come tanti altri.

Crisi

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Proviamo a giudicarci da lontano,
da un loggione chiassoso, dove i fischi
si abbattono in platea come rimorsi
e gli attori non sanno se restare
o fare le valigie. Perché andarsene
potrebbe rivelarsi lo spettacolo
migliore, il più sensato; o almeno dare
indietro il prezzo del biglietto. Appena
chiudi gli occhi ti viene un’immagine
alla mente: un sogno che finisce
col trillo della sveglia; il palcoscenico
è vuoto; c’è soltanto, lassù,
un mormorio d’attori che il loggione
trasforma in una scena che stupisce,
un’invettiva, che si cambia in canto.