Il soldato che per sfuggire alla morte scappò a Samarcanda non vi giunse che vecchio, dopo peripezie a stento immaginabili.
Appena giunto, poiché gli occhi erano rimasti quelli di una volta, vide di lontano una vecchina grinzosa e tutta bianca; anche lei lo vide, e come poterono i due si corsero incontro e si abbracciarono.
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Valmadrera
Questa lirica, dedicata a Valmadrera (LC) sull’onda di una “sottile nostalgia”, è un mannello prezioso di rimembranze dell’autore nato in questa valle nel 1947. Esprime il fascino di un luogo in cui i ricordi non si perdono, ma si affacciano a un nuovo sentire, a una nostalgia che non è rimpianto ma slancio, in quanto lascia intatta la nostra identità, in forza della quale seguitiamo ad essere ciò che siamo e ciò che eravamo. Continua a leggere
Solo adesso
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Sì, stavolta ci siamo, finalmente.
Era molto più facile di quanto
potessimo pensare. La memoria
è il segreto: ricordi quella cena
in cui egli prese il pane e lo spezzò,
lo benedisse e diede ai suoi fratelli,
come se, in quel gesto, fosse possibile
tenere fra le dita tutto il mondo,
come se nulla fosse più diviso,
ma un unico pensiero racchiudesse
l’universo? E’ qui che ti ritrovo,
dopo il tuffo pauroso nel crogiolo,
dopo essermi perso mille volte.
Di mille volte, solo adesso volo.
Un vetro
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Il tuo sguardo severo mi colpisce
sempre: scortica tutto, come un vetro,
o come un sole che sparisce dietro
il sipario dei sogni, quelli ancora
miracolosamente vivi. Eppure
non cedo, come il fante accovacciato
tra la polvere e il sangue di trincee
dimenticate, fra gli inganni eterni
dell’io. Sì, resto qui: mi troverai
di notte, lo sguardo perso, in Dio.
Vorrei
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Vorrei farti felice, nonostante
le spine che il Signore non estirpa,
per qualche suo motivo. Vorrei darti
le certezze che cerchi, fra le tante
paure che attraversano la mente,
quando mi pensi in giro. Solamente
amarti, all’incrocio delle strade
dove il corpo si è già trasfigurato,
e si è incarnato lo Spirito Santo,
e, del peccato, non rimane niente.
Una canzone
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Lo conosci il deserto, quello vero,
quando tutto, all’intorno, sembra morto,
quando l’ultimo stelo si ripiega
con un rantolo lieve, come quando
l’uccellino compie l’ultimo balzo
e soccombe, cercando la compagna?
Solo allora ti accorgi che la verde
vallata di cui t’avevano detto,
la tua rivoluzione, scritta dentro,
non era che un miraggio, solo il sogno
di un amore perduto, una canzone.
Provocazione in forma d’apologo 265
Da bambino, un giorno che vagabondava con il suo cane, s’imbatté in un piccolo incendio. Subito spedì Fido, un botolo di provata intelligenza, a cercare soccorsi, e lui si diede a versare sulle fiamme acqua attinta da un vicino rivo col secchiello che portava sempre con sé, insieme a tutto l’armamentario “per le emergenze”.
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Oltre
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Da qui si vede tutto. La facciata
del mondo è trasparente. Non c’è più
la rabbia dello scontro, la tensione
mortale di paure e resistenze,
ma la resa a chi solo può guardare
dall’una e l’altra parte, riallacciando
i nessi lacerati nella trama
disfatta dal peccato. Da quassù
l’odio diventa compassione, l’urlo
di guerra si trasforma nella lenta
gestazione di un sogno appena nato.
Spine
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Dal tuo rifiuto viene la mia vita,
dai bastioni che innalzi appena sveglia
per respingere in tempo la corona
di spine, per riprendere colore
dopo il collasso di certezze, l’orlo
raggiunto dal lontano mormorare
del vento, quella che chiamano Ruach
i rabbini del Tempio. In fondo al mare
c’è la perla preziosa: per brillare
ha bisogno di te, del tuo scontento.
Visione
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Sì, lavorare stanca, soprattutto
quando il frutto del lavoro ti manca,
quando è strutto che ingrassa
il padrone esigente, la sua azienda
che spreme fino all’osso gli ingranaggi
umani. Eppure il sogno
di una casa comune, di un bisogno vero,
di una giusta gestione dei proventi
continua ad affiorare nella notte,
come un fantasma messaggero, come
una nave che appare, a fari spenti.
Provocazione in forma d’apologo 264
Un vegetariano, appartenente a una famiglia di vegetariani, nondimeno sognò di andare a pescare e di prendere una grossa trota, la quale, non appena tratta dall’acqua, subito si mise a dirgli:
“Ti prego di non pescarmi, e soprattutto non mi mangiare, perché sembro una trota ma non lo sono”.
Ma l’uomo, sempre nel sogno, pensò a un espediente di quella per evitare la cattura, sicché la pose nel paniere e la portò a casa, dove la moglie la cucinò e la servì in tavola. Tutti la trovarono ottima, meno l’uomo, cui parve non cattiva ma strana, assai strana.
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L’abito
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Se solo per un attimo vedessi,
se quasi per errore, in un momento
d’inavvertenza, una felice svista
ti permettesse di guardare dentro,
oltre quel muro umido e scrostato,
se si aprisse una breccia all’improvviso
e toccassi con mano il sentimento,
il fuoco sempre acceso, quella voce
di silenzio sottile che è lo Spirito
Santo dentro me, se solo sapessi
quanto cielo è capace di abbracciare
la terra che lo aspetta, non saresti
il diavolo muto, esperto d’atti
mancati, l’abito che, in fretta, vesti.
Alithòs anesti
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Sapessimo a che ora quella pietra
si potrà ribaltare un’altra volta.
Ma proprio come allora correranno
le donne, ad avvertire chi non crede:
non è che un’abitudine, l’inganno
di potercela fare senza aiuti,
la paura ancestrale delle vele
spiegate, che chissà in quale mare
ti potrebbero spingere, chissà
quale patria sconosciuta potrebbe
apparire all’orizzonte. Per quanto
mi riguarda, so solo che la pietra
non c’è più: i suoi bendaggi di fronte,
il sudario piegato da una parte
vedo. E credo: solo questo so,
del biglietto strappato al calendario.
Provocazione in forma d’apologo 263
Sono al buio e hanno freddo, stanno aspettando senza nemmeno saperlo. Finalmente, come ubbidendo a un comando, le lunghe file si muovono: al passo, al trotto, al galoppo. Quando sono lanciati, da quell’orda si leva un orrendo belato.
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Provocazione in forma d’apologo 262
È ufficiale: il male è sconfitto da secoli, il bene trionfa dovunque, salvo che in questa porzioncella d’universo dove il quadro è confuso per meri problemi di comunicazione, e dove peraltro molti prosperano, i più s’adattano e solo un piccolo resto dura in una resistenza a dire il vero piuttosto risentita e verbosa.
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Gualtiero Jacopetti. Graffi sul mondo
Gualtiero Jacopetti «Fascista», «razzista», «sadico» e ancora, «cronista della feccia del mondo», «necroforo dell’immagine» e «manipolatore della realtà»: al di là di un lunghissimo curriculum professionale, gli strepitosi incassi dei suoi film e la popolarità raggiunta, per la critica cinematografica di mezzo mondo, Gualtiero Jacopetti è stato e resta un ‘fascista’. Punto e a capo. Continua a leggere
SWEET DIET (inno all’aspartame) – di Enrica Merlo
Quattro passi
nell’incerto autunno
l’aspartame non mi si addice in fondo
prodotto e confezionato
in atmosfera protettiva
mi sento rivestire di plastica
NO! L’aspartame NO!
Lo zucchero semmai
che ti si scioglie in risa
trillanti sulla lingua
che provoca scompensi
d’ilarità dilagante
che si tuffa nel tè caldo
come Greg Louganis
in una piscina piena di cloro…
Come azzurra sirena esco
grondante, finalmente felice
in corsa verso il nonsenso
ma cosa mi farà mai questo dolcificante
SWEET DIET Continua a leggere
Si sta come d’inverno nella metropolitana le stelle
di Max Ponte
Di corsa alla fermata Étoile
nei fondali binari
di Lutetia Parisiorum
con 3 poesie
in una cartellina
e tanti quadratini
di WhatsApp
ti racconto Parigi
étoile et toi?
stai andando al lavoro
e io all’università
e in tutto questo
si sta come d’inverno
nella metropolitana le stelle
30 gennaio 2014
photo m.p.
Siesta della donna
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Perché nel giorno scelto dalle masse
che tra mimose e spogliarelli vanno
incistando perle di carta, come
cimeli, in ghirlande di polistirolo?
Perché non farne sempre una collana
di confidenza e di complicità,
nelle sere velate a malapena
da un cristallo istoriato sulla strada?
La guarnizione di grano selvatico
ti sboccia in cuore in questo giorno nuovo,
che vada come vada. Mi diventi
fiamma che riscalda, brezza che seda
l’arsura degli slogan, per viatico.
Niente bagagli, siamo gabbiani
Bisogna farsi gabbiani
Leggendo l’ultimo romanzo di Fabrizio Centofanti, Diventare se stessi, Effatà editrice,2013, ho scoperto ,nel 52° capitolo , Habemus papam, che tutto in noi dipende da una sola alternativa, e non è quella di essere o non essere rock, come diceva Celentano, ma essere o non essere gabbiani. E papa Francesco – fa intendere chiaramente Fabrizio – è certamente Gabbiano, un gabbiano di oggi, capace di volare in alto, ma anche di sporcarsi le ali nei bidoni della spazzatura, dove vanno a rovistare milioni di affamati, un gabbiano che non vuole starsene nei comignoli del Vaticano, ma volare presso di noi, ciascuno di noi, fare “un cammino di fratellanza, d’amore, di fiducia fra noi”. Continua a leggere





