Archivi categoria: Scritture

Ti scrivo

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da qui

Lo sai, però non puoi, però non vuoi,
se tutto questo amore ti toccasse
veramente, potresti, sì, vorresti
solamente amore, nonostante
le paure, nonostante il rischio,
vinceresti di slancio resistenze
e pregiudizi. Ma non vuoi, non puoi
dimenticare. Se soltanto, all’alba
della domenica mattina, quando
la pietra è ancora rotolata, quando
lo stesso giovane ripete: cosa
cercate, non è morto, è vivo, come
aveva detto negli scritti, è vivo
e vuole fare, delle vecchie, nuove
cose, lui sì che può e che vuole, come
ripete da duemila anni, ancora,
con le stesse parole che ti scrivo.

Miracolo

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Da qui

Salvato a pezzettini di preghiera
dalle fauci del mostro –
che si serve di docili strumenti
in suo potere -, apprendi un po’ alla volta
il Progetto di un miracolo, l’ora
che scocca nonostante,
il suo volto che appare sullo sfondo,
di là dalla finestra, sulla soglia
della porta. Dentro la luce, pelle
che trema a ogni rumore,
il suo sguardo si posa sull’istante
intenso, sulla sposa
del Cantico dei cantici, nel sogno
del primo pomeriggio, quando insieme
li senti, li ricevi,
lasciandoti portare su dall’onda
del raggio che ti preme, che trasforma
in amore la sferza del bisogno.

Rimedio

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da qui

E non ti sembra vero, palpitare
all’unisono col tempo, pensare
a quello che da allora
aveva aperto un varco all’ignoranza
del Tutto, mentre ora
si affaccia dal terrazzo il panorama
intero, l’emozione
dell’unico possibile rimedio,
con l’estasi del duplice tornare
e ritornare insieme:
passando, le parole si trasformano,
i muri si frantumano,
e il filo si sbroglia a poco a poco.
S’infiamma l’alternanza
del nero e del bianco, nella schiuma.

Nel soffio della città (di Enrico De Lea)

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La città mi ha insegnato infinite paure /  una folla una strada mi han fatto tremare / un pensiero talvolta – spiato su un viso”.

Citare Pavese, come facevo un tempo,  credo fosse assolutamente improprio,  circa la mia esperienza della città, di una città in particolare. Eppure ci fu un tempo in cui credevo che quei versi rispecchiassero gli anni del mio arrivo.

L’avevo immaginata, dall’alto del Bastione del santo anacoreta (la piazza principale del paese dell’infanzia), come lo specchio luminoso dello Stretto, una Cariddi pacificata e quieta, illuminata da una vivacità gaudente e gentile. In effetti la città, la sua gente, tutto appariva confermare quella mia aspettativa;  eppure, i versi di Pavese imponevano un lato d’ombra alla luce in cui vivevamo,  o ne sorgevano irrimediabilmente; o, ancora, più verosimilmente, con quel “la città mi ha insegnato” ponevano al centro del mio sguardo la città e quanto essa avesse da dirmi. La città aveva tanto da dire a ciascuno di noi,  e la sua essenza vera era nel ciuscio che vi circolava, non in una comune brezza, ma in un continuo soffio, da organismo dotato di respiro vitale, dai due mari, dalle due terre, dalle colline e dalle erte, dai valloni e dai dirupi, dalle armacìe e dai sentieri, un soffio che la pervadeva tra le vie squadrate e larghe, figlie del lontano sisma, e che la  animava rinfrescando o sferzando i volti secondo la stagione.

L’avevo intravista, la città, superato il capo di Alì, Continua a leggere

Agenda

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Da qui

Dai secoli dei secoli, da quando
ancora il mondo non c’era, e il tempo
nemmeno, con i suoi
inevitabili ritardi, guarda
che cosa aveva in mente, che disegno
preparato nei minimi dettagli,
che sorpresa impensabile. La storia
è un’attesa che ripaga di tutto,
della lotta infinita, il corpo a corpo
con l’angelo di Dio, la sua missione
disperata di convincere, l’atto
di fede necessario per esistere,
per esserci: questo è l’amore, questo
dai secoli dei secoli segnava
il calendario.

Il passo

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Da qui

Hai capito in quell’attimo terribile,
quando tutto sembra perso e il mondo
ti pare all’improvviso senza senso,
perché l’unica ragione, l’unica forza
che ti spinge si è sfaldata, s’infrange,
e tu sei solo, solo in questo gorgo
di eventi, immerso in un mare di voci
che stridono, ti scorticano vivo,
e se non ti giungesse, nell’istante
prima di morire, l’unica voce
capace di rialzarti,
se non ti sussurrasse puoi contarci
ancora, è ancora vivo
il cuore del tuo cuore, ancora batte
con la porta aperta, la luce spenta,
e dalle scale il passo
fa fremere la pelle, allaga il fondo,
tocca con mano ed entra,
se non ti ricordasse
la perfetta unità, vivresti invano.

Provocazione in forma d’apologo 247

Il primo regalo, se così possiamo chiamarlo, che feci a Lidia poco dopo averla conosciuta fu un gran sacco di pan secco per i randagi di cui aveva (ed ha) cura. Restai oltremodo stupito quando mi confessò che rincasando in auto di quel pane, poiché soffriva (come soffre) di languori di stomaco, ne aveva rosicchiato parecchio, pescandolo direttamente dal sacco. Niente è mai come si presenta al primo sguardo, mi dissi.
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In strada

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Da qui

Davanti alla finestra aperta, come
stelle nude che brillano nel buio,
tutto l’amore del mondo in un cono
d’ombra in cui aggrappati alla linea scura,
retta e tesa dello sguardo, andare
incontro al deflagrare
di uno stesso ignoto
desiderio, laddove già si cela
il cuore del Progetto, la bellezza
di un panorama rosa tutto aperto,
in strada, nella notte, senza posa.

La resa, di Fernando Coratelli

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La resa (Gaffi editore)
di Fernando Coratelli

Rashid è sul terzo vagone della linea tre, la “gialla”, in direzione San Donato – il treno è appena ripartito dalla fermata Sondrio. Lo zaino gli pesa ma non gli pesa la testa. Stanotte ha dormito contro ogni previsione. In caso non fosse accaduto aveva una boccetta di Xanax a portata di mano, però non l’ha usata e ne è fiero. Anche Attash ne sarebbe fiero. Sul vagone in cui viaggia c’è tanta gente, ma evita di guardarla: non deve provare alcuna emozione, alcun pentimento o genere di misericordia. Ci crede. È un moto dell’anima. Continua a leggere

Album

io

di Eliana Petrizzi

Mio padre a 16 anni sull’orlo di un pozzo con gli amici canta e suona tra fisarmoniche e tamburi. Mio padre che fa finta di

tuffarsi, le braccia nella posizione delle ali di certi uccelli che non possono volare.

Mio padre a settembre con la famiglia, a pestare l’uva nei tini. Mia nonna sullo sfondo, piccola e muta come una falena. Continua a leggere

Aggiornamenti dal crollo

maggio-agosto 2008

di Eliana Petrizzi

Le erbe selvatiche raccolgono il vento, iniziando il passante alla legge schiva del luogo.

Una nuvola bianca sale da dietro la montagna come lo sbuffo di un vulcano. Ai miei piedi, formiche in riga trasportano una falena come un santo in processione. Molte finestre chiuse: chi ci abitava è morto, o se mi ha vista non mi ha riconosciuta. Continua a leggere

Provocazione in forma d’apologo 245

Un occhio liquido senza palpebre e cigli perennemente puntato verso la luna madre.
Ce lo ricordiamo perfettamente entrambi, ormai vent’anni fa, il figlio della padrona con quel suo pozzo stretto e profondo dalle pareti di eternit, nel quale aveva messo delle carpe che indossata la maschera si tuffava a recuperare per levarle al cielo in una specie di sacrificio alimentare, fanciullo invecchiato in solitaria farandola su di un greto miserrimo.
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Provocazione in forma d’apologo 244

E’ sera, sto rincasando. Alla svolta mi trovo in coda a una colonna di auto che malgrado il verde non si muovono. Che fanno, dormono? Sbuffo. Ma dall’altra parte dell’incrocio un agente (di certo mi conosce se sa dove debbo andare, a me però non sembra di conoscere lui) fa segno proprio a me di superarli, attraversare l’incrocio e svoltare; non erano loro a dormire, ero io ad essermi posto sulla corsia sbagliata. Così faccio. Quando mi trovo all’altezza dell’agente mi affaccio e gli dico:
“Grazie e scusi, sa, è sera e ho lavorato tutto il giorno, sono stanco”.
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Renzo Franzini: Il libro delle case celesti

Jahrestage

“ Non vuoi ferire le cose.”

Il libro di Renzo Franzini è il tentativo di salvare le tracce dei singoli giorni di un anno nelle case celesti della poesia. Giorni, non intesi soltanto come quel giorno di quell’ anno, ma come grande e generoso contenitore di altri giorni e altri anni. Case di ampio respiro per frammenti di vissuto, di pensato e di sognato. Case non soltanto e non dappertutto illuminate, ma case delle ombre, piene di cose non ancora scoperte e forse non scopribili, non dette e forse non dicibili. Continua a leggere

Gianluca D’Andrea – Inediti

Sul viso queste linee perfette
che la luce bagna appena
rendendo

linee dall’alto che sfaldano la luce
ricadendo sulla bambina che dorme,
sui lineamenti dritti, dolci, verticali

il viso della bambina è diverso
cambia come il giorno
come ogni giorno cambia
per assomigliare a se stessa, diversa,
al diverso che cederà nel nulla
che già l’accompagna, rendendo
possibile la sua presenza attuale,
eterna. Continua a leggere

Stato in luogo, di Eliana Petrizzi

panchina

Il pieno giorno ha la maledizione dell’insonnia. Il bar chiuso, l’asfalto bagnato da una bava d’acqua e cloro, 3 ciclisti senza fretta. Accanto alla macelleria chiusa, il negozio “Tutto a 10 Euro”, chiuso pure quello. Sulle panchine in piazza Municipio, 4 anziani seduti dall’alba, caduti in fila e rimessi a posto come le lattine del tiro a segno. Oltre la via, lo scorcio di una casa con una finestra vuota, la montagna, un fumo di noccioli che sale lento.

Via Parrelle: il cigolio della cerniera di un balcone aperto che sbatte al vento. Un uomo mi spia da dietro la finestra: appena lo guardo chiude la tende, serra gli infissi. Poco distante, nel giardino di Padre Pio, una vecchia vestita di nero sull’altalena. Continua a leggere