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Nei panni di


Stare nei propri panni non è qualcosa di scontato. A volte li sentiamo stretti: non ci valorizzano, ci impediscono di realizzare le nostre aspirazioni. Oppure ci stiamo troppo larghi, come se da noi si esigesse l’impossibile, issandoci su un piedistallo da cui abbiamo paura di cadere. In un caso e nell’altro c’è un disagio, soffriamo la distanza tra l’apparire e l’essere.
Per uscirne, occorre una certa fluidità, l’attitudine a sincronizzare le varie prospettive: come ci vedono, come ci vediamo, quanto valiamo per gli altri e per noi stessi, quanto possiamo coinvolgerci e a quanto, invece, è saggio rinunciare. Per i credenti, il modello è Gesù. È singolare un Dio che si riduce a un pezzo di pane e a un po’ di vino, felice di trovarsi in panni così stretti. Da Lui c‘è sempre da imparare; per arrivare, magari, a ridere di sé.

Destino


Chissà perché la parola “santo” è così ostica. C’è, per i termini che usiamo, un’istintiva simpatia o antipatia, dipendente dalla sensibilità e la storia personali. Se dico “prete”, per esempio, mi risulta familiare, mentre a qualcuno scappano gesti apotropaici. “Lotta” è un vocabolo soggetto a reazioni contrastanti: mentre il vecchio comunista penserà al mondo operaio e proletario, a me viene in mente la battaglia quotidiana col maligno. Il lemma “seno” ecciterà il lussurioso e susciterà contemplazioni astratte in una mente matematica, che gli appaierà il “coseno”.
“Santo, santità”, a ben vedere, mettono d’accordo: da una parte ci sono i religiosi, propensi a vedervi un territorio amato e conosciuto; sulla sponda opposta, tutti gli altri, che avvertono un senso di distanza non colmabile, una barriera naturale di fumi d’incenso e odor di sacrestia.
In realtà, nasciamo per santificarci. Ma bisogna volerlo. È la scelta decisiva e ultima, l’atto libero per eccellenza, che ci stampa addosso il bollo per passare di là, dove c’è il Santo. Ogni tanto qualcuno lo ricorda, provocando reazioni colorite. Fino a quello che il Vangelo definisce, col suo stile radicale, “odio del mondo”. Strano destino essere allergici alla propria identità.

Compagni di viaggio


La sofferenza è lo scoglio che non si può evitare: prima lo riconosciamo meglio è. I miti ci aiutano a inquadrare la questione: se non è Scilla, sarà Cariddi a conciarci per le feste.
Il problema nasce se la nostra mappa personale non coincide con la vera: ci incaponiamo a disegnare itinerari dove il male è rimosso, in cui ci s’incammina come se niente e nessuno potesse ostacolarci, finché non ci schiantiamo contro il solito muro.
Bisogna fare pace col dolore, guardarlo in faccia e conversarci a lungo, tanto lui non ha fretta, anzi, ci gira intorno con solerte insistenza.
È anche simpatico, se lo accogliamo nella cerchia dei nostri conoscenti: ci parla, esortandoci a servirci di lui per maturare, scoprire abilità e risorse finora sconosciute. E così, dopo averlo temuto, convinti che buttandolo fuori dalla porta rientrerebbe dalla prima finestra disponibile; persuasi altresì che resterebbe tra i piedi in ogni caso, finiamo col farci amicizia, lo promuoviamo a compagno di un viaggio che, grazie a lui, ci porterà alla meta.

Cerchi


Quando si comincia a crescere? Come si sbloccano i meccanismi del cambiamento personale?
Non è che l’uomo e la donna rifiutino di evolversi. L’esperienza delle confessioni, per esempio, insegna che esiste il desiderio di vincere quella sorta di maledizione incombente su coloro che vogliono uscire dal peccato. Cogliere il punto è decisivo: volere non è potere, non basta sognare d’essere virtuosi per esserlo davvero.
C’e un segreto, qualcosa che intuiamo senza riuscire a definirlo, e per questo ci lascia come prima.
Il trucco risiede negli anelli. La crescita dell’albero si mostra nei cerchi concentrici che con pazienza si formano nel tempo. Tutto sta a cominciare: la pianta cresce per destino, noi solo se vogliamo diventare ciò che veramente siamo.

Folle di sapone


Quanta gente dice di sentirsi sola. Vale sempre più l’assunto di Italo Calvino: non c’è più nessuno che ascolti nessuno. La tendenza è quella di esprimersi in pubblico, nelle reti sociali, dove fiumi di parole scorrono senza che alcuno le degni di uno sguardo, scivolando via come sapone nello scarico del lavandino. È un’abitudine mandare messaggi che nessuno recepisce, confermando che non abbiamo alcuna rilevanza, che il nostro mondo non è degno di attenzione e possiamo scomparire, di punto in bianco, senza suscitare una pur minima curiosità. La società liquida è diventata gassosa: la presenza umana evapora in nuvole di bit – si chiama “cloud”, mi pare, l’organizzazione dei contenuti in rete -, lasciando in una nebbia in cui si perdono i contorni del non-io e dunque, per forza maggiore, anche quelli dell’io, che è relazione.
Che fare? È una domanda che si riaffaccia sempre, nella storia, richiedendo uno sforzo ulteriore, un supplemento di speranza.
In realtà, per un cristiano, il problema non dovrebbe porsi: se riceve Gesù nel sacramento, non se lo leva più di torno, come scriveva Teresa d’Avila nel suo linguaggio colorito. Una ragione in più per uscire dalla solitudine delle folle virtuali, dal torrente di parole che sfocia nel mare dell’oblio, e approdare alla Parola che riporta, all’istante, alla vera identità.

Punti di vista


L’esistenza di Dio sembra una favola. Non sarà la proiezione di un bisogno, l’ipotesi che mette a tacere il timore della morte? Da sempre l’umanità ha creato miti con cui interpretare paure e desideri.
Se Dio non esistesse, le conseguenze sarebbero evidenti: mangiamo e beviamo, sintetizza san Paolo, e chi s’è visto s’è visto. Si tornerebbe alla legge del più forte, Darwin sarebbe la bibbia da ossequiare, fino a convincersi che l’uomo è lupo all’uomo, per la felicità postuma di Hobbes.
Nell’ottica agnostica, i miracoli sarebbero solo coincidenze, la fede dei popoli, i martiri, gli immensi sacrifici di santi e missionari, una recita realistica, ma non meno inattendibile.
L’unico motivo per credere è il fatto di sentirti qui, vicino a me, presenza che riempie la mia vita, che mette in fuga i dubbi, le negazioni, le bestemmie. Sei qui e mi basta, Signore di una storia che si rivela al suono del tuo Nome.

Scorfani


L’egoismo è una brutta bestia. È difficile, però, che esista una bestia così brutta. A Napoli si parla di scorfani, o di scarrafoni. Per carità, non sono un concentrato di bellezza, ma si dice anche che ogni scarrafone è bello a mamma soja.
L’egoismo è brutto e basta. È lo scavarsi una nicchia e starci bene. Che poi non è vero, si sta male. Questo dovrebbe spingere ad aprirsi, a lasciare il nascondiglio e affrontare il mondo a viso aperto.
C’è un prezzo da pagare: il dolore. Uscire è scomodo, costa, presuppone il darsi. Dando, sembra di perdere, di ridursi all’impotenza, mentre è vero il contrario: se mi do agli altri, mi viene incontro l’Altro, il Servo sofferente, l’Agnello immolato, insomma, uno che se ne intende di ferite, di pesi, persino di disperazione: uno, a dirla col profeta, che ben conosce il patire.
Si tratta di scegliere: o mi infilo nella tomba, rimboccandomi il lenzuolo, o accetto l’avventura di lanciarmi sul terreno accidentato dell’eterno, laddove scarrafoni, scorfani, brutti di ogni specie, si trasformano in angeli belli quasi come Dio.

Guardate qua


È bello essere a immagine di Dio. Sei sicuro di avere delle doti, e per di più le sue.
Dio è amore, dice Giovanni nella prima lettera. Ciò vuol dire che lo siamo anche noi. Se si cerca attentamente, frugando dappertutto, alla fine in qualche posto c’è.
Dio è umile. Per cui, al di là delle nostre spacconate, dell’inguaribile tendenza ad apparire migliori o superiori agli altri, c’è in noi una coscienza dei limiti, la misura giusta della nostra identità.
Dio perdona. Io no, verrebbe da ribattere, citando il titolo di un notissimo film. E invece, dal momento che siamo a immagine di Dio, dev’esserci in noi un’attitudine a sospendere il giudizio, a evitare le condanne, optando per criteri più miti e comprensivi.
Si potrebbe continuare, ma concludo con la creatività, il tratto di Dio che mi è più caro. Dunque anche noi abbiamo il dono di fiorire in modi sempre nuovi, con la gioia del bambino che mostra ai genitori l’opera d’arte che ha prodotto.

L’Inizio


C’è una domanda che ritorna sempre: chi sono? Se lo chiede Leopardi, nel canto notturno straordinario, struggente, del pastore errante; Rodolfo, il poeta squattrinato di Puccini; l’anonimo autore del Gnothi seautòn (conosci te stesso), inciso per sempre nella pietra del tempio di Apollo, a Delfi. È l’interrogativo di ogni uomo, ogni donna, forse ogni bambino, che osserva con timore la luna enorme e rossa, pensando che preluda alla fine del mondo (succedeva a me).
Quanto dura la ricerca? Quante volte ci si illude che una risposta sia esaustiva e invece bisogna partire dal principio?
Ecco: il principio. È qui che possiamo scorgere una traccia più sicura di ciò che perseguiamo.
In principio era il Logos: la ragione, la logica, il Progetto. Solo se ritrovo le radici, il punto esatto in cui è stata concepita la mia storia, prima che il mondo fosse, molto prima che Leopardi e Rodolfo scrivessero poesie, e ancora prima che una mano ignota incidesse una scritta sulla pietra del tempio antico di un dio, prima di ogni pensiero, parola, opera e omissione, c’era l’Inizio.
Se mi connetto, se torno a quel momento fuori del tempo, se riconosco d’essere me stesso nell’abbraccio dell’Altro, allora, finalmente, sarò in grado di rispondere.

Più di là che di qua


Se ripenso a quando stavo sulla terra, provo una certa tenerezza per la storia che, da qui, sembra un punto invisibile, un concentrato di eventi che s’impressero nell’anima fino quasi a distruggermi, a offuscare senza più rimedio il Progetto di Dio sulla mia vita. È utile toccare con mano come basti nulla perché un essere orientato alla luce possa piombare nella tenebra, nel gelo in cui risuona soltanto la risata sinistra del Nemico. Tra inferno e paradiso c’è una linea sottile, come tra ventricolo e orecchietta, un passo appena, che significa salvezza o perdizione. Il segreto sta nel compiere un gesto, nel dire una parola, nel rivolgere un semplice sorriso, nel pronunciare il Nome – Gesù Cristo – che impedisce alla furia del maligno di spegnere l’ultima fiammella.

Il pozzo


Cominciare è un carisma, una vocazione, forse un destino. La maggior parte delle cose si decide all’inizio: partendo col piede sbagliato, difficilmente si ricupera.
“Era una notte buia e tempestosa”, scrive Snoopy. In un esordio così, si è detto tutto. C’è anche il mezzo e la fine, perché include una promessa: in quella notte può accadere solo qualcosa d’importante, se non nei fatti, almeno nei pensieri.
Ciò spiega come occorra impegnarsi, varando una qualsiasi iniziativa; lo dimostrano le inaugurazioni d’ogni specie: di negozi, istituti, sedi civili e religiose.
Chi ben comincia è a metà dell’opera, ci ricorda il proverbio. E chi fallisce?
Nel Vangelo accade il contrario. Il lieto fine spetta ai guariti, ai salvati, ai convertiti: pubblicani come Levi e Zaccheo, la prostituta pentita che unge Gesù col suo profumo, il figlio prodigo, l’indemoniato di Gerasa. Tutta gente partita malissimo, e finita molto meglio.
Il Vangelo è un deposito infinito di speranza, un pozzo senza fondo di felici assurdità.

La ginestra


Sarebbe bello tirare fuori il meglio da coloro che incontriamo: strappare un sorriso al tipo cupo, risollevare l’anima depressa, addolcire il criticone per principio. Come accade nei cartoni animati, nascerebbero fiori nel deserto, il verde prenderebbe il posto della sabbia, e dal nulla apparirebbero cervi, uccelli esotici, frutti d’ogni specie.
Fatichiamo a scoprire i poteri di cui siamo dotati: ci trasciniamo, a volte, in un impegno dopo l’altro con l’impaccio di chi ancora non ci crede, seminando sospetti o indifferenza.
Finché ci accorgiamo di avere appresso una tavolozza da pittore, per colorare il mondo.
Oggi predicavo alle suore. Ho chiesto loro: come si passa dai sensi esterni – grevi, superficiali, fuorvianti – a quelli interni – l’occhio e l’orecchio del cuore?
Mi hanno fissato aspettando una risposta, con lo sguardo di chi si è alzato a stento, la mattina.
Facendo tutto con amore, ho detto, incassando un debole sorriso, una ginestra spuntata a fatica sull’arida schiena del vulcano.

Via della felicità


Cosa ci fa felici? La domanda si affaccia, prima o poi, e ci costringe a uscire dalle rassegnazioni, dalla sclerosi che avanza appena smettiamo di sperare.
Il punto è questo: fare domande. Ognuno ha le sue fonti, le agenzie di fiducia a cui rivolgersi: i grandi del passato, il pensiero filosofico, la saggezza delle antiche religioni, fino all’oroscopo, all’oracolo della cartomante, ai maghi e ai ciarlatani d’ogni tipo e natura.
Io ho il Vangelo: quando sento il bisogno, apro una pagina e comincio a leggere una riga, due righe, finché non si fa strada il senso. Le parole sante sono un cibo, una risposta alla sete di luce e orientamento, che è dentro di noi.
Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Vivere, nutrirmi, avvertire una pienezza, scoprirmi me stesso trovando ogni volta, dietro l’angolo del Libro, il sorriso di Dio: questo mi fa felice.

Passato prossimo


Prima o poi ce ne andiamo, si toglierà il disturbo. Deposte le armi, si guarderà una vita per quello che è stata al di là degli interessi, dei conflitti forieri di scintille, focolai e perfino incendi rimasti indomati. Sarà il momento in cui si staccheranno, a una a una, le impalcature messe su dalle emozioni, le passioni parziali, le prospettive ridotte al contingente. Incroceremo il bivio di cui ci parlarono quel prete, quella suora, o la nonna impegnata nell’impresa di farci addormentare. Decideremo se andarcene per forza, col retrogusto amaro del rimpianto, travolti da una forza che ci schiaccia; o scivolare, invece, in un abbraccio in cui tutto in una volta confluirà l’amore contrastato, ferito, rinnegato. Lo intravedremo come una pianta appena nata, il geranio che resiste in pieno inverno, un mandorlo che sboccia con la neve, come l’ardente profezia piantata nel gelo della morte. Allora non saremo interessati alle parole della gente, ai mormorii distratti nel fondo della chiesa, alle parole di prammatica, dette per dovere. L’ultimo respiro sarà quello del calvario, un grido d’amore in grado di respingere l’assalto finale del maligno.

Spaccio


Immagino spacciatori di umiltà, gente che diffonda clandestinamente la virtù, giustamente proibita in un mondo di sfrenati antagonismi. La polizia cercherebbe di arrestarli, considerando il reato tra i più gravi: ignorare il diktat di contendersi tutto, di farsi le scarpe per dovere, di sparlare gli uni degli altri per principio, sarebbe intollerabile in un regime di palloni gonfiati. Considerare l’altro superiore a se stesso è uno stridente anacronismo, un cascame religioso da lasciare alle vecchiette col rosario e ai nonni rimbambiti.
L’umiltà, diciamolo, è una sostanza allucinogena, che provoca la visione sovversiva delle cose come stanno.

Guarda che non sono io

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da qui

Il successo è un tema interessante, ma nessuno sa davvero cosa sia. Esistono cantanti che azzeccano due pezzi e poi più nulla: campano, magari, coi diritti d’autore. In casi come questi è arduo parlare di successo, che comunque si trascina una specie di tristezza: lo scoprirsi scambiato per altro, l’essere amato per ciò di cui nemmeno ti ricordi. Un noto cantautore ha scritto un brano intitolato “Guarda che non sono io”, per reagire a questo andazzo.
Anch’io, nel mio piccolo, ho successo: la chiesa si riempie, quando celebro, e si vocifera che parli bene. Ma quando mi fermano per farmi i complimenti, vorrei dire loro: guarda che non sono io. Se ho qualcosa di buono, è merito di Dio.

Il dono


La parola più ambigua in assoluto è “dono”. Intanto, sa di preti, di scuola cattolica, di chiesa. Questo, agli occhi di molti, la squalifica. In alternativa, è una parola chiave della pubblicità sempre incombente, che ha inventato la festa del papà, della mamma, dei nonni e degli zii, pur di incassare. La terza accezione è quella della beneficienza interessata: dono della banca tal dei tali, della Regione, del Comune, dell’azienda pinca pallina e via esibendo, come se nessuno avesse detto “non sappia la tua sinistra quel che fa la destra”.
Urgerebbe trovare una via per far risorgere il termine e il concetto, ma non è semplice spostare il baricentro, aprirsi al bene altrui piuttosto che al vantaggio personale.
Bisognerebbe credere che è salvo chi si offre o che, come canta Francesco de Gregori, chi vince è perduto.
In attesa di mutamenti epocali, si può partire dal senso attribuito alla parola da uno dei tanti dizionari online: “l’atto di donare qualcosa”.
Un inizio di rivoluzione sarebbe proporre un’altra prospettiva: l’atto di donarsi.

La vera religione


La religione è più semplice di quanto immaginiamo. E più bella. Gesù chiede un rapporto personale schietto, come tra amici. L’evangelizzazione consiste nel presentarlo agli altri come qualcuno con cui confidarsi, un compagno potente capace di cambiarti la vita perché è Lui che l’ha creata.
Mi tornano in mente favole come quella di Aladino, dove vengono espressi desideri immediatamente realizzati. L’inconscio collettivo fa emergere verità profonde, che solo in un secondo momento si smarriscono nei vicoli ciechi della paura e del cinismo.
I bambini sanno bene che tutto è possibile: giocano, si scambiano pensieri che a noi sembrano assurdi, e invece sono più corrispondenti dei nostri alla realtà. Se sapessimo che un atto d’amore può cambiare il mondo, l’esistenza umana sarebbe un’altra cosa. I bambini lo sanno, anche se nessuno gliel’ha detto.
Nessuno? Ecco la vera religione: capire che è Gesù che glielo dice.

A Chi


Molti mi dicono: don, quando prego mi distraggo.
Cos’è veramente la preghiera? Significa pensare alle parole? O è concentrarsi su qualcosa? E su cosa, eventualmente?
Basta poco a mettere in crisi i riti che compiamo, forse per senso del dovere, forse perché, se li omettiamo, chissà che ci succede.
A che pensiamo, se dialoghiamo con qualcuno? Alle parole, ai gesti, a qualcosa che non c’entra nulla? Il modo giusto è entrare in relazione, comunicare se stessi, condividere.
Lo stesso vale con Gesù: la preghiera è starsene con Lui, lasciarsi andare a una confidenza in cui troviamo pace.
Don, quando prego mi distraggo.
Pensa un po’ meno a ciò che dici e molto più a Chi lo stai dicendo.

Il Regno


Si può essere neutrali, rassegnati, pigri; oppure decisi, coscienti che la vita corre in una certa direzione, e che solo seguendola si centra l’obiettivo.
Dostoevsky ha colto l’essenziale: l’adesione alla verità senza riserve, con la persona intera, in un sì senza residui.
Penso che Dio sia fatto in questo modo. Ama a tal punto, con una determinazione così forte, che non può fare altrimenti. Da ciò deriva la sua potenza irresistibile.
Se ci affidiamo a Lui, diventeremo simili. Nessuno potrà più resisterci.
Il Regno è il posto dove il bene vince sempre.