
Non siamo abituati a fare insieme. La società ci orienta all’individualismo: comprare questo e quello per dimostrare di essere il migliore, il più bravo, il più ricco. O il più potente, il più furbo, il più vincente. Per cui, anche se si lavora in squadra, resta una scia di autoaffermazione, un istinto a cercare il primo posto, a mietere successi personali.
È un motivo d’infelicitá, perché siamo fatti per vivere collaborando, entrando in sinergia, spendendoci per una causa che ci supera, ampliando gli orizzonti del nostro desiderio.
C’è un’icona famosa, la Trinità di Rublëv, che rappresenta il dinamismo di cui sopra: ogni personaggio guarda l’altro, in un essere e fare insieme che annulla qualsiasi tendenza solipsistica.
Gesù ci chiede questo: lavorare con lui, per il bene di tutti. Non è poi una proposta così strana.
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Volere volare

La cosa più difficile è identificarsi coi sentimenti altrui, considerarli tanto importanti quanto i propri. È un passaggio di stato, per cui non faccio più corpo unico con l’ego, escludendo l’esperienza che si sottrae al mio gusto, ai miei interessi, al vantaggio personale. Nessuno insegna a esercitarsi in questo, tranne il teatro, dove sentire ciò che sente l’altro è un ferro del mestiere.
Per il credente, quest’arte è ancora più importante: abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, dice San Paolo. Più sento come Lui, più voglio ciò che vuole, più la mia vita raggiunge il porto sospirato.
Quando le due volontà coincidono, sono praticamente in paradiso.
Fame e sete

Fame, sete: sono queste le sensazioni che ci contraddistinguono. È una verità ratificata dalle Beatitudini: beati voi, che adesso avete fame, perché sarete saziati.
All’inizio non si capisce bene di che fame, di che sete si tratti. Si inseguono il piacere, il potere, il possesso. Ci si perde in labirinti senza uscita, perché psiche e corpo, spesso, aspirano a quello che in teologia si definisce “cattivo infinito”, l’avidità insaziabile dei sensi.
Poi, a poco a poco, ci scopriamo esseri relazionali, a cui occorre guardare nello specchio dell’altro per sapere chi siano. Ancora una volta, proviamo il dolore di non essere capiti, di rimanere soli nella folla, di non trovare una risposta ai nostri desideri più profondi.
Finché non ci capita di specchiarci in Lui, nel Figlio di Dio, e ogni cosa torna al posto giusto: il dolore c’è, ma è una nota fra tante, e con le altre forma una struggente sinfonia.
Solo allora la terra assetata si riempie di brina, e sazia la sua fame di sole.
Sorry(so)

Capita che ci imponiamo agli altri. Devono prenderci così come siamo: magari freddi, astiosi, insopportabili. La faccia conta, checché se ne dica. Se qualcuno mi guarda di traverso, non saluta, sembra che da un momento all’altro debba uscirsene con un grugnito o qualche verso simile, può essere l’anima più dolce e fulgida del mondo, ma io non me ne accorgo. È strano che curiamo l’esteriorità e poi ci sfugga un concetto così chiaro. A meno che l’altro non sia un veggente, un sensitivo, o uno che se ne intende di persone al punto da leggerne l’interno, non possiamo esigere che ci capisca molto aldilà di quello che mostriamo.
Il sorriso è importante. Ecco perché mi piace tanto un’immagine di Cristo, emersa dalla foto scattata a un sacerdote che sollevava l’ostia consacrata, e visibile in un punto dell’abito: fosse anche un falso, illustra bene il valore di un volto sorridente, un segnale che si spiega da solo, senza bisogno di postille.
Tutto il resto è noia

Non ce la farò, non sono in grado, i miei limiti non me lo permettono, è inutile che tenti, vado incontro a un‘altra delusione, tornerò più depresso di prima: sono esempi di quella voce che, continuamente, ci suggerisce di rinunciare alla buona battaglia di cui parla san Paolo, o chi per lui, nella seconda lettera a Timoteo.
Se le dessimo ascolto, il mondo finirebbe in pochi giorni: sono tanti i motivi, anche seri, di scoraggiamento, e spesso hanno il potere di convincerci, sebbene, esteriormente, continuiamo a fare come nulla fosse. Mancano le motivazioni e l’entusiasmo, il pessimismo scava un vuoto che ci sembra impossibile riempire.
Poi, però, c’è un ‘altra voce: credi in me, dice, sarò io a condurti alla meta, affidati e vedrai.
Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce, dice Gesù a Pilato.
A chi daremo retta?
La nostra vita è appesa a questo chiodo, tutto il resto è noia.
Da cosa nasce cosa

L’amore si moltiplica: è un volano che aumenta di intensità e rapidità, una pianta che cresce, un fiorire di fuochi artificiali che illuminano il buio. Tutto sta a cominciare: dici una parola delicata, cedi il posto, chiedi “come stai?”, e subito un bene tira l’altro: è come un torrente che s’ingrossa, si trasforma in fiume, in un mare dove, dalle navi, i passeggeri salutano coi fazzoletti in mano.
Il primo atto richiede fiducia: perché dovrei dare se poi rischio d’essere ignorato, schernito, giudicato? Per quale motivo uscire dalla nicchia in cui mi godo la mia tranquillità, la mia autarchia, il benessere ostentato alla faccia degli altri, che mica si sono fatti il mazzo come me: sono forse il custode dei miei fratelli? Figuriamoci di quelli che non ho visto né sentito.
Poi, un giorno, ti scappa un saluto, un favore, concedi quel tanto da farti sbilanciare, ed ecco che ti fregano, un atto d’amore tira l’altro, non puoi più farne a meno. Sei partito e non riesci a fermarti, come se il senso di questo grande circo non potesse più essere diverso.
Luigi Maria Corsanico legge Fernando Pessoa. 7
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da qui
FERNANDO PESSOA – ANNIVERSARIO
Da: Fernando Pessoa, Poesie di Álvaro de Campos, (a cura di Maria José de Lancastre, traduzione di Antonio Tabucchi), Adelphi, Milano 1993.
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Aniversário (15 ottobre 1929)
Álvaro de Campos, in “Poemas”
Heterónimo de Fernando Pessoa
Dmitri Shostakovich
Piano Concerto No. 2 F major, Op. 102 2nd Movement: Andante Kirill Gerstein Charles Dutoit NHK Symphony Orchestra NHK Hall
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Le cose di ogni giorno

Le cose di ogni giorno sono le più importanti. Quelle a cui non diamo peso, che facciamo quasi in automatico, di cui ci accorgiamo solo in casi estremi: se va via la luce, se ci ammaliamo, se non abbiamo tempo. Recentemente, un amico mi ha confidato di aver sentito la febbre salire e di essersi buttato sul letto vestito com’era, per due giorni. In quei momenti, ti passa davanti ciò che faresti se tutto fosse come sempre: lavarti, scegliere l’abito, riordinare la stanza, stare a tavola.
Tutto questo, fatto alla presenza di Dio, spalanca una nuova dimensione. Allora mi ricordo della veste bianca del battesimo, dell’icona sacra appesa al muro, del pane vero che è il Corpo di Cristo.
La vita cambia se offriamo alla luce del senso ultimo le minuscole faccende di ogni giorno. Chi è fedele nel poco lo è anche nel molto, ha detto Qualcuno che di vita se ne intende.
Un centimetro

Il lamento è un confine. Metto dei paletti e dico: fin qui mi sta bene, perché sono io; un centimetro più in là cominciano le falle, i guasti, gli aspetti pesanti, intollerabili, i ritardi, tutto ciò che è passibile di lagnanza e protesta, fino alla minaccia, l’invettiva, la denuncia.
La sfida è andare al di là di quei paletti. Uscire. Approdare alla terra di nessuno in cui non ci sono più certezze, dove si apre il territorio sconfinato del diverso da me, che fatico a decifrare, a riconoscere, ad accogliere.
L’Esodo, forse, è il libro più importante del Primo Testamento, perché rivela l’essenziale: se non vado al di là di me stesso, non arrivo da nessuna parte. Resto a lamentarmi al di qua dei paletti, a un centimetro dalla libertà.
Il viaggio

Quali cose contano davvero? Fatichiamo a capirlo. Siamo distratti, attratti da frivolezze di ogni tipo, perdiamo tempo, cocludiamo poco. Quando arrivano le avversità, cominciamo a ragionare: togli di qua, togli di là, si intravede una riva, magari ancora avvolta nella nebbia, misteriosa, inquietante, che chissà quali segreti, quali mostri o pericoli nasconde, e rivela all’improvviso.
Nel Vangelo, Gesù ripete spesso: passiamo all’altra riva. Non intende solamente la sponda opposta del lago, ma la riva di cui sopra, quella terra inquietante e misteriosa che per noi è l’altro: amarlo in ogni caso, nonostante tutto, fino a perdere persino la memoria del punto da cui siamo partiti, è ciò che nella vita conta. L’Unto, il Figlio di Dio, ci restituirà centuplicato ciò che, nel viaggio, ci sembra d’aver perso.
Popolare

Il dolore va preso sul serio, vincendo la tendenza a fuggire, a pensare interiormente: avanti un altro. La Bibbia sembra darci ragione: ama il prossimo; nel senso che, se chi hai davanti non ti piace, passi a un altro.
Scherzo. Il dolore, però, è una cosa seria. Dovremmo cercare di capire, o meglio, di sentire. Solo se cresciamo in questo, comprenderemo il cuore del Vangelo: la passione e morte di Gesù. La devozione ci ha insegnato a soffermarci sui dettagli: la corona di spine, la piaga della spalla.
Cestinare il sentimento popolare è un errore imperdonabile. Chi lo fa, cestina anche se stesso.
Comunicare

Parliamo troppo, o troppo poco. Ricordo gli imbarazzi a tavola con la famiglia: da adolescenti, ci sono fasi di rifiuto o di aperta ribellione, in cui neanche una tenaglia riuscirebbe a cavarti un suono dalla gola. In altre circostanze, ci vorrebbe una pattuglia di carabinieri che multasse per eccesso di verbosità. Non è facile trovare il giusto mezzo. Alcune persone le guardi con timore, perché sai che non ti risparmiano nulla della loro logorrea, nemmeno implorando pietà. Altre bisogna stimolarle, scuoterle fisicamente, per far cadere la pera di un sì, di un no, di un buonasera.
Solo in un caso si può star tranquilli: nei dialoghi interiori con Gesù. Lui è contento se gli parlo di me, continuamente. E ogni parola la trasforma in luce, in musica del Cielo.
Aut aut

Abbiamo due opzioni: accrescere la confusione o dare luce. È un grande potere, di cui spesso ignoriamo la portata. Gettiamo via parole come fossero sacchetti d’immondizia, nei cestini che sono gli uomini e le donne che incontriamo. Scambiamo l’altro per un bidone della spazzatura.
Ma le nostre parole possono essere fari che rischiarano, o almeno la lucetta che si accende di notte, per non incappare in qualche ostacolo.
Bisogna scegliere se servirsi degli altri come cassonetti, o dare loro una torcia per raggiungere, attraverso il tunnel del mondo, il paradiso.
A che serve

Strano, un Dio che serve. Ci saremmo aspettati, piuttosto, uno che dominasse con la forza, che sistemasse senza complimenti chi ti ha fatto del male. A che serve un Dio che serve? Non sarebbe più adatto uno che risolvesse ex cathedra tutte le questioni? Tu dentro, tu fuori, e chi s’è visto s’è visto. A che pro tante attenzioni? Non è più efficace il Dio degli eserciti del Primo Testamento?
Poi vai a vedere anche lì: a Gedeone lascia solo trecento combattenti; Davide va incontro al gigante con la pietra e con la fionda. Il vincente, agli occhi di Dio, è sempre il più debole, l’inabile, il secondo: Abele, Giacobbe, le donne sterili, gli anziani…
Dev’essere un vizio: il Servo di IHWH; eccomi, sono la serva del Signore; io sto in mezzo a voi come colui che serve.
Per divino, insindacabile parere, uno che serve, serve.
Il giudizio

Il giudizio è una faccenda seria. Per esempio, il giudizio universale. Staremo lì, nella sala d’attesa, con l’emozione dei “quadri” di una volta, quel terrore che la prof mi rimandasse in matematica. La vita ci scorrerà davanti come un film, e capiremo come, quando e perché siamo caduti nel peccato, e la stupidità di averlo fatto. Perché il male è stupido: riduce la comprensione delle cose, equivoca, devìa dal senso originale. Come dice l’etimologia, manca il bersaglio.
Di fronte a un evento cosi clamoroso e coinvolgente, i giudizi quotidiani impallidiscono: che vuoi che sia se qualcuno pensa male, o mi calunnia? È un suo problema, e questo mi dispiace. Ma non tocca la mia identità, quella che Dio mi ha riservato.
Siamo in bilico tra due giudizi: uno vero e uno falso. Entrambi ci ricordano che la verità è la sola cosa interessante.
Non ho tempo

Non ho tempo. Lo ripetiamo per tutta la vita, certe volte.
Si considerano impedimenti dirimenti l’esistenza frenetica, la moglie, il marito, i bambini da curare, vestire, educare, per quel poco che si può e si salva dall’idrovora degli atti narcisistici, un tweet, un post su Facebook, il daffare che risucchia nel vortice infinito dell’effimero.
Non ho tempo, devo andare in palestra, alla sauna, sto facendo il solitario, non lo vedi?, l’ultimo giochino sullo smartphone, Candy Crush Saga, promemoria: hai un evento.
Non ho tempo. Dio ti aspetta alla porta, per darti quello che non avresti mai immaginato di ricevere, la favola che diventa realtà, il sogno che si avvera, finalmente: eccolo, è là, a portata di maniglia. Gli aprirai?
Sto giocando a Ruzzle, non ho tempo.
La scommessa

È nota la scommessa di Pascal: credere in Dio perché, comunque sia, è un vantaggio. Se esiste, ho indovinato; se non esiste, ho vissuto bene coltivando la virtù, che è benefica in se stessa.
Ho sempre avuto un’allergia per il cosiddetto pensiero positivo. Si tratta di attitudini mentali che rivelano presto la loro inconsistenza, lasciando più vuoti di prima. C’è chi ha costruito fortune sullo spaccio di questa cianfrusaglia, senza che alcuno gli abbia chiesto i danni.
L’ottimismo autentico non nuoce a nessuno. Scommettere su Dio, ha intuito quel genio, non presenta controindicazioni: non c’è un bugiardino con una serie di effetti secondari, capaci di turbare l’animo più impavido.
Dubiti che esista Dio? Fa’ come se ci fosse.
È il consiglio di Gesù alla mistica Gabrielle Bossis, che ispira molti di questi aforismi quotidiani.
Roba da preti

A volte ci sentiamo aridi, incapaci di dare. È una sensazione potenzialmente duratura. Può dipendere da traumi o blocchi che risalgono, magari, all’infanzia, ad anni lontani, a nodi e problemi mai risolti.
Si reagisce in maniere diverse a quest’impasse. Possiamo abbatterci, trascinarci stancamente per il resto dei giorni, o diventare dei volontaristi, che fuggono il malessere tuffandosi in frenetiche evasioni.
Ci sarebbe un’altra via, che richiede fede, umiltà, capacità d’ascolto: mettere il peso nelle mani di Gesù, chiedendogli di farne quel che vuole, di trasformarlo in codici condivisibili. È un circolo virtuoso, in grado di sostituire i circoli viziosi dell’aridità.
Ma è roba da preti.
Permesso di soggiorno

Nove anni. Mi chiedevo, allora, come avrei reagito, ma c’era una dose d’incoscienza, una via che si perdeva in illusioni fatali. Eppure dentro me c’era qualcosa, una scintilla residua che impediva la resa, che obbligava a credere che da qualche parte, da parte di qualcuno, sarebbe arrivato un dispaccio decisivo, la concessione della grazia.
E infatti arrivò: in forma inattesa, fragile come un oggetto di cristallo, traballante come un bicchiere su un tavolo sconnesso. Devi esserti impegnato parecchio per far sì che quel giorno, mentre ero seduto a confessare, sfidando resistenze maligne che sempre in questi casi si frappongono, avviando un processo lungo e doloroso di radicale conversione, mi arrivasse quel biglietto che sentii immediatamente, nonostante la mia – allora – inguaribile insipienza, come il permesso di soggiorno in Dio.
Per miracolo

Oscilliamo fra il tutto e il niente. A volte ci sembra di essere dei geni; il giorno dopo, dei mentecatti incapaci di capire. Il mistero della vita ci avvolge e ci impedisce di definire la realtà. Siamo il punto d’incontro di multiversi inconoscibili, di reti di atomi e particelle subatomiche che al tempo stesso distanziano e avvicinano, attraggono e respingono. Siamo corpo e spirito, grandezza e piccolezza, tristezza e gioia, vittoria e fallimento, presi in un vortice che può trasfigurarsi in contemplazione e silenzio. In tutto questo, la sola certezza sono gli occhi di Cristo: se lo guardo, mi sembra che gli infiniti mondi s’inginocchino di fronte al suo volere, alla sua offerta d’amore. Le turbolenze cosmiche, le esplosioni di enormi supernove, i collassi di galassie e sistemi planetari, l’ultimo attrito col confratello prete, sono un’eco addolcita e armoniosa nello sguardo mite di Gesù, dove tutto ciò che è vita ritrova se stesso, per miracolo.
