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Per primo


Chi fa il primo passo? Il dubbio, a volte, è atroce, paralizza. L’uomo non vuole essere fregato. A chi tocca? Non ho fatto la mia parte? Perché dovrei essere io a ricucire, a dare un’altra chance, a rimettere ogni cosa al posto giusto? Quante energie sprecate. Basterebbe leggere Giovanni, che in una delle sue lettere preziose ci ricorda: in questo sta l’amore, che Dio ci ha amato per primo. E se imparassimo da Lui? In fondo, non è mica l’ultimo arrivato.

Offerta speciale


C’è qualcosa di più che accettare il dolore, ed è sceglierlo in prima persona. Il solito cristiano masochista, penserà il mio fedele lettore. Rassicurati: è la diatriba che sostengo intorno a certe formule della celebrazione eucaristica. Quando il prete alza l’ostia proclama, guidato dall’apposita rubrica: ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo. Mi oppongo strenuamente a questa traduzione. Togliere suppone un atto semplice, vagamente magico, in ogni caso poco impegnativo. Il verbo originale suggerisce un altro senso: sollevare, prendere. L’Agnello – Cristo – non toglie, ma prende su di sé, compie un gesto con cui si addossa consapevolmente una sofferenza in grado di salvare. L’arte dell’Agnello immolato è un esempio per noi. È l’offerta, il sacrificio, termini in via di estinzione nel nostro vocabolario quotidiano. A grave detrimento dell’amore.

Game over


Mica tutto va bene, nella vita: magari fossimo sempre freschi e riposati, col sorriso pronto per essere servito. Sarebbe bello illuminare h24 la gente che incontriamo, effondere grazia, buonumore, entusiasmo, straripare di gioia in ogni istante del giorno e della notte.
No, a volte siamo stanchi; distrutti addirittura. Capita d’intravedere un altro penitente in arrivo per la confessione e di pensare: non ce la faccio; non potevo sposarmi, farmi monaco, guardiano del faro?
Poi ti ricordi di Gesù, di tutte le volte che si è sentito fiacco, sfinito, sull’orlo del collasso; immagini i momenti in cui, in barba alla divino-umanità, avrà detto fra sé: chi me lo fa fare?
E allora stringi i denti, tiri avanti fino alla prossima stazione. È il bello della Pasqua: pensi d’essere esaurito e invece ricominci, come nulla fosse.

La prova


Il male non viene da Dio: su questo siamo – quasi – tutti d’accordo. Dio non può volere che il bene, ma la questione è complessa. Checché ne dica la teologia modernista, il peccato originale è una realtà con cui dobbiamo misurarci. Nell’uomo, nella storia, esiste il male, ma Dio lo utilizza per i suoi obiettivi. Solo in questo senso si può dire che da Lui provenga il male: per ottenerne un bene. Il che significa che dovremmo accogliere le cosiddette prove come permesse dal Creatore.
È poco intelligente la nuova traduzione del “Pater”. Dio ci induce in tentazione, consente la prova, proponendoci di accoglierla come l’ha accolta Lui, quando ha preso la croce. In tal modo ci ha salvati da quel male che non viene propriamente da Lui, ma che Lui usa, come sempre, per un bene maggiore.

Qualcosa di buono


Che si può fare di buono nella vita? È un pensiero che si affaccia, anche per poco.
Ognuno ha un ideale che gira e rigira nelle mani. Scartando quelli palesemente taroccati – godere, possedere, dominare -, traspare, in filigrana, il sogno di lasciare una traccia, di fare del bene con la propria professione o anche con un umile lavoro. Non potrò mai dimenticare le parole di Martin Luther King: se la mia vocazione è fare lo spazzino di strade, sarò un grande spazzino di strade; il più grande spazzino di strade che si sia mai visto sulla terra.
Personalmente, mi piacerebbe trasmettere Cristo: permettere che entri nei cuori, nelle menti, risvegliare il desiderio di vivere con Lui. Il vantaggio di un ideale come questo è che piace anche a Dio. E, a mio modesto parere, non è poco.

La bontà


La bontà, oggi, è un genere in disuso. Prevalgono il cinismo e la furbizia, sottospecie dell’intelligenza; l’arte della manipolazione, dell’attacco preventivo, della vendetta che va servita fredda. Il punto è questo: il cuore è imprigionato in una morsa gelida, uscire dalla quale è almeno problematico.
Assistiamo a una prevalenza dei sistemi difensivi, che preservano da delusioni, sofferenze, traumi. Sperimentato il dolore, lo si vuole evitare a tutti i costi. A scapito degli altri. Pullulano i manuali di self-help in cui si insegna a dominare o raggirare il prossimo. L’uomo è lupo all’uomo, sosteneva Hobbes, ma è anche volpe, sciacallo, avvoltoio; animali, peraltro, degni del massimo rispetto (ma bisognerebbe chiedere un parere anche a cadaveri e galline).
L’arte del vivere degenera in arte dell’inganno, appresa alla scuola del Principe della Menzogna.
E la bontà?
Dio continua a essere buono, nonostante. Ma attenzione: il suo non è buonismo, altra malattia dei nostri tempi. La sua bontà è vincente e convincente, disarciona l’arroganza, ricolloca i valori al posto giusto, restituisce alla propria identità.
Come tesaurizzare tutto questo? Guardandolo negli occhi.
Ma pochi lo fanno.

La stanza


Insomma, qual è la vera casa? Abbiamo parlato di residenze alternative, terrestri e celesti, di abitazioni materiali e della casa del Padre, ma il problema può essere visto da un’altra prospettiva. In giro c’è una certa confusione: la gente è spaesata, ha perso i punti fermi, è alla ricerca di un senso che non trova. Le ragioni sono tante: cambi rapidi di paradigmi, l’invasione di tecnologie che assottigliano i confini tra reale e virtuale, una propaganda capillare che manipola le scelte quotidiane. La pressione è evidente, gli stimoli sono sempre più incalzanti: pensiamo al dilagare della pornografia, l’impero dei sensi cui si accede con un clic.
Su questo sfondo, diventa chiaro quale sia la vera casa: la camera in cui possiamo fermarci, restare in silenzio, a quattrocchi col profondo; oppure, se siamo in mezzo agli altri, il nostro cuore, il luogo dove abita chi non potrebbe mai condizionarci, ma solo guarirci e liberarci, la settima stanza di Teresa d’Avila. Lì c’è il Cristo, l’Archetipo del Sé, l’antidoto a ogni genere di alienazione.

Così lontano così vicino


La vita, si dice, è fatta di alti e bassi. Bisogna specificare, tuttavia: ci sono i molto bassi e i molto alti. Questi ultimi, forse, sono rari, ma lasciano una traccia: la cosiddetta peack experience ricorda che siamo fatti per un’altra dimensione, sciolta dai lacci della contingenza, in cui si vola senza più zavorre. I molto bassi riflettono l’angoscia dell’assenza, plasticamente evocata nella débâcle del figlio prodigo: “partì per un paese lontano”.
Ecco perché, quando appare sulla scena, Gesù ci rassicura subito: il regno di Dio è vicino. Come dire: c’è un cortocircuito necessario tra la disperazione e la speranza.

Scarico


La Grazia, da qualche parte, deve entrare. Preghiamo, ma pensiamo ad altro; pretendiamo una risposta da Dio, e gli sbattiamo la porta sulla faccia. Poi diciamo che la preghiera è inutile, che la fede è un imbroglio; che abbiamo fatto, fatto, senza mai vedere nulla. O almeno lo pensiamo.
Se voglio che la Grazia entri, il minimo sindacale è che mi concentri su Gesù. Allora sì che lo Spirito scorre.
Altrimenti scorre solo l’amarezza, nello scarico della nostra ambiguità.

In bilico


Siamo sospesi tra virtù e superbia perché, se la prima si trasforma in vanto, va in malora. È meglio essere impeccabili e altezzosi o scalcagnati e con i piedi in terra?
La vita è fatta di bivi come questi: aspiri al bene, ma ti tocca accertare che la cosiddetta perfezione non diventi vizio, come in Lucifero, vittima di uno splendore che lo ha portato alla rovina, in quanto causa di orgogliosa vanità.
Ciò spiega perché, dai tempi antichi, la virtù regina è l’umiltà: è l’unica a impedire di passare dalla porta posteriore del Cielo alla bocca spalancata dell’inferno.

La casa


Tornare a casa: per ognuno è diverso. Qual è la mia casa? Quella di mia madre, dove sbarco il sabato sera con la scorta di noci, uva passa o cioccolato? O il Santuario, con la stanza che è un deposito di libri e oggettini ricevuti in dono e che non ho il coraggio di sfrattare?
Il marito e la moglie tornano trovando, a volte, situazioni peggiori che al lavoro. Gli anziani stanno a casa, se va bene, ma più spesso li spediscono in ospizi come merce scaduta, da smaltire nel modo più indolore.
Per il malato, il carcerato, lo straniero, la casa è un’utopia che appare, a volte, in sogni colorati, da cui si svegliano ancora più confusi.
Tutto questo fa pensare: forse la casa vera è un’altra. Ed è lì che stiamo andando, tutti insieme.

L’eternamente giovane


Cos’è il nuovo? L’attività umana tende a essere ripetitiva. Quante volte si percorre una strada, s’incontrano le medesime persone, si fanno e dicono le stesse cose? Replica oggi, replica domani, il materiale si accumula nei magazzini polverosi di una memoria sempre uguale. La mattina ci si alza già stanchi, rassegnati a un congegno che esclude sorprese e ricambi di energia. Perfino le cosiddette distrazioni assumono il colore e il ritmo dei gesti proposti all’infinito. C’è una via d’uscita?
La svolta è imbattersi in Dio: è il Creatore, rinnova tutto quello che tocca e ne ricava qualcosa di inatteso. Con Gesù, una catena di montaggio si trasforma in un rosario di epifanie interiori. Anche il dolore e la tristezza si tingono di azzurro, immersi come sono in Colui che è eternamente giovane.

Sentimenti


Parliamoci chiaro: i sentimenti fanno acqua da tutte le parti. Siamo presi da dubbi e aridità, le budella si contorcono per una delusione, un fallimento, un inizio di scoraggiamento. La chiamano negatività: un territorio avvolto nella nebbia, con sabbie mobili e crateri imprevedibili, sempre pronti a ingoiare l’esistenza. È il lavoro ai fianchi del male, che produce sottobanco la sua azione corrosiva, distruttrice, sottraendo speranza ed energie.
È allora che Gesù ci propone qualcosa: prendere i suoi sentimenti, lasciarsi contagiare dal suo desiderio di vivere in eterno. Quando ne facciamo l’esperienza, ci guardiamo allo specchio e ci sembra impossibile non averci mai pensato.

O Capitano


Sparire, o quasi. Come il lievito nella pasta, o il sale nei cibi. Accettare d’essere nulla, perdendosi nella fiducia, come un mare in cui navighi ignorando la rotta, senza porti domande, fidandoti del capitano.
O Capitano, mio Capitano, ti sei impegnato molto perché imparassi l’arte di svanire, il gusto dello stare in disparte, in una grotta, in un pezzo di pane e un po’ di vino.
Prendete e mangiate: si diventa nutrienti acconsentendo a uscire, una volta per tutte, dallo scatolame dei sistemi difensivi.
O Capitano, mio Capitano, prendiamo il largo, per approdare insieme nella Terra dell’Esserci Per Sempre.

Saluti


Spesso effondiamo poco i nostri sentimenti. Con Dio, poi, quasi per nulla. Eppure è vivo e vegeto, anzi, risorto. È come se un vecchio amico arrivasse da lontano, dopo tanto tempo, e lo salutassimo come diciamo buongiorno al giornalaio. Che poi il giornalaio si può salutare molto cordialmente, come capitava a me nei tempi andati.
Dio ha molta pazienza. Sta lì che aspetta, alla finestra, il figlio prodigo, il quale ritorna solo perché ha fame. Nonostante questo, il Padre gli corre incontro e gli si getta al collo: non per strozzarlo, ma per riempirlo di un amore che dovrebbe stupirci, commuoverci, in una parola, convertirci.
Ma noi siamo quelli dei saluti misurati, cuori in naftalina che aspettano, spesso, il treno successivo. Che non c’è.

L’Avvocato


Il peccato è una questione seria. Produce un’azione devastante in più modalità. La prima è immediata, quasi incosciente riguardo agli effetti che determina. La seconda è la sua permanenza nel deposito della memoria: resta lì come un’accusa, una minaccia di disgregazione, di vergogna. Ecco perché il demonio è detto, anche, il grande accusatore: fa leva sulla paura, sul senso di colpa, ci fa chiudere in noi stessi, fino a estinguere del tutto la speranza.
Se il diavolo ci accusa, Dio è il Paraclito, l’avvocato difensore. Non ignora le nostre malefatte, anzi, ci mette a nudo, ma senza umiliarci: accresce, piuttosto, la conoscenza di noi stessi, le potenzialità di amare e farci amare. Ecco perché la salvezza consiste nel metterci davanti a Lui, senza difese, rientrando in contatto con la nostra identità.

Quo vadis?


È importante capire dove andiamo. Se mi alzo la mattina e so che andrò da Dio, mi sento diverso: pieno di trepidazione, di gioia o di paura, ma diverso. Qualcuno ha definito Cristo il punto Omega: la meta, cioè, verso cui siamo attratti, l’approdo del viaggio, l’ultima fermata. Ma ciò può valere per ogni nostro movimento, interiore o esteriore, fisico o mentale.
Se la mia vita è protesa verso Dio, non è più uguale a prima, senza destinazione e senza scopo. Se fisso gli occhi in quelli di Gesù, che mi ama davvero, non ho più bisogno di nascondermi, di mettermi una maschera, di approntare difese di ogni tipo e per ogni possibile minaccia. Posso essere me stesso: c’è qualcosa di più bello?

La scelta


Sembra facile capire Dio. Uno studia, legge il catechismo, ascolta preti e suore e dice: ne so abbastanza. Ma poi i conti non tornano. Succede qualcosa di imprevisto, che lo spiazza. Ripassa il catechismo, cerca di ricordarsi le parole dei preti, delle suore. Niente, non basta. C’è un buio che non riesce a penetrare, qualcosa che è più grande di lui, che supera la sua comprensione. Bella forza, penserete, è Dio. Certo, ma è lì che si decide la partita, che il gioco si fa duro. E s’impone la scelta decisiva: con Lui o contro di Lui. Il di più viene dal maligno.

Accidenti all’accidia


Mai parlare di conversione come se ne bastasse una: ce ne vogliono tante. Pensi d’essere arrivato ed ecco l’ennesimo scalino, un passaggio da varcare con coraggio. Il bello della fede è che ti nasconde sempre le pantofole. Gesù non aveva dove posare il capo, e noi marciamo in un deserto inospitale, trovando ristoro soltanto in qualche oasi, dalla quale ripartire di buon’ora.
Quando, nella nota parabola, il padrone rimprovera il servo che ha sotterrato il suo talento, gli da’ del malvagio e del pigro. Chissà perché l’accidia, dei sette peccati capitali, è la più misconosciuta, ignorata, sottovalutata nei suoi effetti. Eppure è un tarlo che rischia di spedirci, senza tante storie, là dove è pianto e stridore di denti.

L’attenzione


Ci distraiamo. Facciamo una cosa e ne pensiamo un’altra. Molti mi dicono, nella confessione, che mentre pregano sono disturbati da interferenze di varia natura.
Credo che si debba distinguere: ho cercato io la distrazione? L’ho assecondata, e alimentandola l’ho fatta crescere?
Non è una questione solo religiosa. Il laico ha lo stesso problema: la concentrazione è un atto morale, pensare ad altro è un torto che facciamo a chi ci parla e che, in ogni caso, se ne accorge.
È nota la gag di Totò: alla moglie che gli chiede a cosa stia pensando, risponde che sta pensando a cosa rispondere in caso lei chiedesse a cosa stia pensando.
Se ci distraiamo involontariamente, nessuno lo metterà sul nostro conto. L’attenzione è un gesto d’amore, di quelli che passano di là, unico bagaglio concesso nel viaggio verso il cielo.