
Con Dio abbiamo un rapporto problematico: chiediamo e ce ne andiamo, invochiamo la sua presenza e svicoliamo altrove. Mi chiedo se a volte non s’innervosisca. Poi mi rispondo “no, Lui ci ama davvero, al massimo sorride della nostra allergia congenita alla concentrazione”.
Però questa non dev’essere una scusa. Bisognerà imparare a esserci, anche noi. Mi viene in mente il nome impronunciabile di Dio: Io sono Colui che c’è. Già, Lui c’è, ha il carisma dell’attesa. A volte aspetta secoli, millenni. Poi fa uno sbuffo, e rivolta la terra come un pedalino. Ma ecco, basta poco, e amici come prima.
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La guida

Chiediamo sempre, chiediamo troppo, forse: importuniamo Dio e noi stessi, rimestando nei nostri modi d’essere, di pensare, di fare; una fucina sempre attiva, frenetica, stressante.
Dio sorride di questo, non ho dubbi. Lui sa bene quello che serve. Mettersi tranquilli, restare nella pace, lasciare che sia Lui a creare i dinamismi, le strutture interiori: questo, alla fine, è la saggezza.
Quanto ci vuole per arrendersi?
La cosa più difficile al mondo è cedere la guida. Anche se sarà capitato a tutti di sentire, prima o poi, il fatidico grido: ma chi ti ha dato la patente?
Ho sete

“E disse al vecchio dammi il pane,/ ho poco tempo e tanta fame./ E disse al vecchio dammi il vino, / ho sete e sono un assassino”. Chi non conosce queste parole della canzone di De André, “Il pescatore”? La versione con la PFM, per me, è un capolavoro. Eppure c’è chi se ne serve per far dormire i figli. È difficile sintonizzarsi su gusti ed esigenze, le sensibilità sono diverse e a volte incompatibili.
Ma la sete è sete, la fame è fame. Cristo sulla croce ha detto: ho sete. A che si riferiva? Certamente a una sete fisica, perché moriva dissanguato. Ma anche a una sete interiore, simbolica, forse più drammatica. Aveva sete di noi, e ne ha tuttora. Siamo l’oggetto del suo desiderio, anzi, i soggetti del suo amore. Pascal diceva che Gesù rimane in croce fino agli ultimi tempi. Non so se sia vero. Ma so che ha una sete terribile di noi, e chissà che comprenderlo, un giorno, non ci salvi.
Scadenze

Gesù si dà per sempre. Non è come noi, così bravi a concederci a metà, e a tempo sempre più determinato. Recentemente, si è proposto un matrimonio valido per sette anni, legato forse all’idea della famosa crisi. Si insegue la prassi del divorzio breve: separazioni rapide, abbandoni istantanei e via fuggendo.
È triste vedere come l’impegno sia sempre meno accetto. Vogliamo la certezza di evitare i problemi, di non scomodarci più di tanto.
In un momento della storia, e in un certo contesto, un’autorità spirituale riteneva lecito lasciare la moglie per un piatto non riuscito.
Mi viene in mente un detto: o mangi questa minestra, o ti butti dalla finestra. C’è più saggezza nei proverbi che in leggi che cancellano l’umano.
Fughe

Ci lamentiamo della solitudine. Ogni pretesto è buono per pensare: quello ce l’ha con me, non mi ha salutato, sorriso, rinnovato gli auguri. È come se avessimo un’antenna pronta a captare ogni assenza di riguardo, ogni segnale diverso da ciò che ci aspettiamo, e a volte pretendiamo.
Odiamo essere soli. Ma potremmo chiederci se non siamo noi a lasciare solo il Cristo. Lui, come il Padre, scruta una strada deserta, per vedere di lontano se abbiamo il desiderio di tornare. È pronto a correrci incontro, a gettarcisi al collo per baciarci. Noi no, ci ostiniamo nel lamento, ci ribelliamo a un abbandono, a un’assenza procurata da noi stessi, con l’antica abitudine alla fuga.
L’esatto contrario

Una cosa si può fare in molti modi. Uno pensa di essere se stesso, di mobilitare le energie migliori, si compiace della propria intensità e creatività, dell’impiego dei propri talenti, di una sensibilità sempre ai limiti della capienza del cuore, e poi scopre d’aver guardato dalla parte opposta a quella della propria identità.
Meglio tardi che mai: il cosiddetto buon ladrone sta lì a ricordarci che basta un attimo di verità per salvarsi la vita.
Un altro dice: vabbè, ma come la mettiamo con tutta l’esistenza vissuta a rincorrere fantasmi? Caro mio, ricordati della scena della Pasqua; tutti corrono: la Maddalena, Pietro, il discepolo che Gesù amava. L’essenziale è arrivare a quella corsa, all’inizio o alla fine non importa. Ciò che conta è che, prima di morire, tu passi dai fantasmi alla vita del Risorto: il Consistente, il Vivente, il Primo e l’Ultimo, Colui che capovolge la storia nel suo esatto contrario e rimette ogni cosa al posto giusto.
Imperfetto perfetto

Un sentimento comune è quello di non farcela. Ognuno di noi ha limiti, difetti, la naturale falla che si apre nel sistema-persona. È un classico scoprire il punto debole anche nei tipi in apparenza più impeccabili. Un dettaglio trascurabile, magari, agli occhi meno esperti, ma indubbiamente è là, a ricordarci che perfetto è solo Dio.
Ciò può provocare un senso d’insoddisfazione, e invece è salutare. Chi splendeva di più è diventato la tenebra per antonomasia: Lucifero, il portatore di una luce falsa, praticamente una patacca.
Ma Cristo non ci lascia in balia delle nostre imperfezioni. Lui parla chiaro: da soli non ce la faremo, anche impegnandoci allo spasimo. Con Lui è tutta un’altra storia: della salvezza, come dicono i teologi che hanno ancora un po’ di sale in zucca.
Tu sei

La gioia è difficile trovarla. Giri di qua, di là, e scopri al massimo risate sguaiate. Perché la gioia è superarsi, lasciare che sia un altro a prendere le redini. L’allegria è un’altra cosa. Anche questa non è poi così frequente: il correttore automatico, infatti, mi ha sostituito la parola. Ha messo Algeria. Magari lì sono felici, ma non credo.
La gioia sei Tu. Un Dio è gioioso per principio. Perché è Dio. Uno che gioisce non critica, si abbandona all’onda della vita che lo attraversa volentieri, perché alla vita piace vivere, naturalmente.
Ci inviti alla gioia, a perderci in Te, nella tua capacità di metterti da parte, di renderci importanti. L’amore è fare spazio. Gli ebrei lo chiamano “zim-zum”: il ritrarsi, perché l’altro sia.
Io sono perché Tu sei l’Io sono. E lasci che io sia.
Qualcosa è cambiato

Siamo creativi. Abbiamo voglia di cambiare, inventare, dare un colore tutto nostro al mondo, perché dalla pennellata di ciascuno esca fuori un quadro sempre nuovo. In questo, abbiamo preso dal Creatore: ci ha fatti Lui, e qualcosa in comune dobbiamo pure averla.
Eppure, proprio con Lui, siamo piatti, monotoni, ripetitivi. Sempre le stesse formule, gli stessi gesti, l’identico modo di fare e di parlare. E se si stancasse? Se pensasse: ma questo qui, questa qui, incontra me o timbra un cartellino?
La svolta sarebbe alzarsi la mattina e decidere di fargli una sorpresa, regalargli un sorriso, qualcosa che ormai non spera più.
Oggi lo guardo negli occhi e gli dico che mi sta simpatico, più delle suore da cui vado a celebrare.
Il Segno

Abbiamo paura. Paura di perderci. Paura che ci accada qualcosa. Paura per principio. Una ragione c’è sempre: se esco in strada, un’automobile mi può investire, un pazzo o un terrorista mi possono sparare, qualcuno può prendermi la borsa dove tengo un libro introvabile che leggo quando ho tempo.
Ma il motivo è un’altro: può aggredirmi il male vero, di cui parla Gesù nel Padre nostro. “Ella passa-n men Bisha”, si dice in aramaico: allontana da noi il Cattivo. È lui che cerca di distruggerci, che si insinua in un pensiero, un’immagine, una suggestione. Ecco perché i Padri raccomandavano di chiedere ogni volta: sei dei nostri o sei dell’avversario?
Comunque c’è un trucco, ma non lo dite a nessuno. Facendo il segno della croce con fede sincera, siamo protetti da ogni lato: satana non trova più una porta dove entrare.
Pater

Preghiamo senza sapere o capire, né sentire. Se ci fermassimo, ad esempio, sulle sette invocazioni contenute nel “Pater”, rimarremmo sorpresi dalle infinite risonanze. Lascio a voi questo esercizio utile, coltivato da Padri della Chiesa e autori spirituali d’ogni genere e grado.
Mi limito a indicare il punto in cui si dice: venga il tuo regno. Innanzitutto si dovrebbe dire: “venga la tua regalità, la tua sovranità”. Poi è chiaro che siamo sullo stesso piano dell’annuncio di Gesù: il regno di Dio è vicino, che andrebbe tradotto – essendo il verbo al perfetto – “la tua regalità si è avvicinata”, dunque è qui; perché hai sconfitto le potenze del male.
E allora, se proprio volessimo cambiare qualcosa di questo testo sacro, e di per sé inviolabile, potrebbe essere il tempo: il regno di Dio è venuto, il cielo è già sceso sulla terra.
Qualcuno se n’è accorto?
Ciechi

Gesù guarisce i ciechi. Deve essere stato fantastico, per loro, vedere il mondo all’improvviso, con le sue forme, i suoi colori; poter fermare lo sguardo sui dettagli: innamorarsi di un petalo di rosa, una nuvola strana, un piccione che si gira di scatto. Forse il loro primo pensiero è stato un “grazie”. La gratitudine per la bellezza è qualcosa di congenito, un impulso che sguscia dal fondo dell’inconscio e si deposita felice sulle labbra.
A volte viviamo a occhi chiusi, sepolti in sentimenti cupi, oscuri, una nebbia che impedisce di vedere il mondo. Brancoliamo nelle vie senza uscita di rancori, complessi, voglie di rivalsa. Dovremmo rivolgerci al Messia, come i ciechi di un tempo, liberare il coraggio di invocarlo, con la stessa fiducia dei bambini: Signore, che io veda! Ci accorgeremmo, allora, dei colori, degli odori, dei sapori del mondo. Dei regali che ci arrivano dal Cielo, in ogni istante.
L’abito

Don Mario aveva un chiodo fisso: l’abito su misura. Poveretto: in un mondo fatto di standard, dove hanno successo soltanto i replicanti, era un pesce fuor d’acqua. Ma lui, fuor d’acqua, ci stava a meraviglia. “Vi farò pescatori di uomini”, diceva Gesù: pesci fuor d’acqua, dunque, pescati all’amo della grazia, morti e risorti in un’altra dimensione.
Mi viene da sorridere pensando all’evangelizzazione: diciamo una cosa e ne intendono un’altra; parliamo del cielo e pensano alla terra. Gesù è come don Mario: un sarto raffinato, che su tutti cuce un vestito originale, un modello irripetibile. Ma gli uomini e le donne preferiscono le divise del mondo ai tagli dell’alta sartoria.
Signore, sono pronto a indossare il mio vestito, per essere come don Mario aveva detto, da profeta, tanto tempo fa.
La verità

Vogliamo vedere Dio, ma la verità ci disturba. Strati di contraddizioni impediscono di lasciar fluire la forza vitale che ci abita. E, come diceva Agostino, la verità abita nell’uomo interiore. È uno strano condominio: da lei pretendiamo, ma le neghiamo ciò di cui ha diritto. Le chiediamo di pagare la manutenzione, ma ignoriamo i lavori che andrebbero avviati con urgenza. La verità è paziente, ma presenta il conto, prima o poi. Conviene versare da subito il nostro contributo.
Vogliamo vedere Dio; ma Lui si presenta se la verità non è soltanto una scomoda inquilina.
La vera bellezza

Cos’è la bellezza? È difficile rispondere. Ci siamo fatti incantare tante volte. Alcune erano solo deviazioni, profanazioni volgari o velenose. La vita è un viaggio tortuoso verso una meta che sfugge di continuo, come se, su questa terra, l’oggetto del desiderio più profondo fosse inafferrabile. Solo, ogni tanto, c’è un guizzo, un flash, un‘illuminazione che mette sulla buona strada.
Da quando ho intravisto la bellezza vera non posso più scordarla: l’ho tradita, infangata, offesa, ma non l’ho dimenticata. Resta là, esperienza insuperabile, gioia della mia vita, respiro dell’anima. Non lasciarmi, non mi abbandonare. Io voglio Te, del resto non m’importa.
De-sidera

Il peggio è smettere di desiderare. Qualcuno, tuttavia, lo propone, anche nelle filosofie più note, anche in un certo modo di intendere la religione. Non desiderare per non soffrire, per non trasgredire, per non essere legati al proprio io.
Non c’è niente di più falso e nocivo. La vita è desiderio: se voglio ricevere il dono che mi arriva da lontano, dal Cielo, devo desiderare ardentemente.
Non facciamoci ingannare su una questione così decisiva. Impariamo, piuttosto, a dirigere il nostro desiderio, ad aprire il cuore a ciò che costruisce, e non a ciò che distrugge.
E, come per miracolo, cominceremo a vivere.
Brindisi

Dio ne deve avere di pazienza. Lui è perfetto, mentre noi facciamo acqua da tutte le parti. Né vale dire: ci ha creati così. Siamo noi che guastiamo il suo lavoro.
Eppure, non tutto è perduto. Proprio niente, anzi. Basta alzarsi la mattina e cominciare da capo, prendere la vita che viene da lontano, passando nei secoli dei secoli, attraverso le generazioni precedenti, fino ai nostri genitori, che magari non ci hanno voluto. Che importa?
Ciò che conta è la vita che arriva: in origine è pura, invecchiata a dovere, pronta per essere servita.
Dài, brindiamo alla pazienza di Dio che non smette mai di sostenerci, anche quando diventiamo insopportabili.
Cos’è

Cos’è che salva? Dove comincia un atto che strappa dal male e dove, invece, siamo ancora nei preamboli?
A volte pensiamo che le azioni salvifiche siano solo quelle indicate da dottrine e catechismi: la preghiera, i sacramenti, le opere di bene.
Ma chi ha detto che a salvare non sia anche il radersi la barba, un saluto al primo che si incontra, un parcheggio fatto tra le strisce?
Gesù ha vissuto tre decenni nella bottega del padre: ogni colpo di martello, ogni piallata o lucidata di legno erano un tocco, una spinta, un passo in più verso il nostro ingresso in paradiso.
Siamo proprio sicuri?

Il Cristianesimo pretende troppo? Chiede di amare un Dio senza vederlo; di rispettare gente che non piace, al punto che gira la battuta: se questo non va bene, amerai il prossimo.
La fede è esigente, ci catapulta fuori di noi stessi: esci dalla tua terra, dice Dio ad Abramo, e in lui lo dice a noi, come fossimo un popolo chiamato a uscire dall’Egitto della propria volontà, la filautia dei Padri.
Sì, è difficile credere: sono pochi i profeti, i giusti del Primo Testamento, i santi del Nuovo.
Ma poi, un momento: siamo propri sicuri che il nostro sia un Dio che non si vede? Che il rapporto col Creatore cominci di là, in un regno che, detto fra noi, è così lontano?
No, Gesù è venuto qui, si è lasciato conoscere, guardare, toccare. Ha portato il paradiso sulla terra, un’anticipazione del futuro. Ma noi non ce ne siamo accorti.
Buongiorno

Parliamoci chiaro: il problema è la superficialità. Vogliamo essere spontanei, immediati, lasciarci trasportare dall’onda affettiva, emozionale, istintuale, e ci imbrigliamo sempre più nella matassa delle cose improvvisate, in un’assenza di progetto.
Dovremmo, piuttosto, specchiarci in ciò che non è accessibile instantaneamente, che richiede di fermarci, guardarci dentro, confrontarci con una realtà più grande della nostra.
E se, svegliandoci al mattino, dessimo il buongiorno all’eterno? Non come quei buongiorno melensi che intasano whatsapp – tanto banali quanto deprimenti -, ma un saluto che aprisse, appena alzati, al senso autentico del vivere, un aderire alla propria identità, ritrovando la salute.
Proviamo? Non è mai troppo tardi.
