
Ho peccato, ho molto peccato. Non me ne vanto, anzi, ne sono pentito, amaramente. Eppure, se non avessi peccato, forse sarei uno scemo che giudica la gente, incapace di capirla. Uno di quelli che ti squadrano dall’alto, col sorriso vincente di chi si crede giusto; che parlano di Dio senza averlo incontrato, che si tengono stretti il titolo raggiunto, a costo di chissà quali compromessi, chissà quali silenzi; prigionieri di una gabbia che vieta loro di stringerti le mani, di abbracciarti, di comprendere quello che un giorno scrisse Agostino, mio fratello: felice colpa, che meritò un così grande Redentore.
Archivi categoria: Short stories
I buoni pastori

Il Natale, non di rado, è ridotto a una sbiadita cartolina, può diventare un’abitudine meccanica. Di presepi ne ho visti parecchi: dai più banali ai più sofisticati; dalla statuina all-inclusive alla macchina complessa formata da pezzi semoventi, cascatelle a circuito chiuso, pale da mulino anacronistiche. I personaggi sono perfino attualizzabili: a Napoli, si sa, ci hanno messo Maradona, Belen Rodriguez, Balotelli.
Ma sono quattro i generi di partecipanti che non possono mancare: la Santa Famiglia, gli angeli, i magi e i pastori, oltre alle pecore, l’asino e il bue.
I pastori sono un simbolo non sempre compreso: come guide di greggi rappresentano Gesù, il buon pastore per antonomasia; e anche i suoi preti, che dovrebbero guidare i fedeli ai verdi pascoli del Salmo ventitré.
La nostra parte

Non è sempre amabile, la croce, anzi: in molti la fuggono, ne provano timore o repulsione. Mi riferisco alla croce con Gesù, eliminata dalle pubbliche aule, per non offendere i membri di altre religioni, o anche il buongusto e il buonumore. Perché tenere appesa un’immagine di morte? Non è più tonificante un bel paesaggio, una sciarpa arcobaleno, o una colomba, buona per tutte le stagioni?
Sembra che Cristo abbia sofferto inutilmente, che nulla sia cambiato, nonostante il suo grande sacrificio. L’errore sta nel toglierlo di mezzo un’altra volta, nel non condividere la sofferenza, per completarne l’opera di liberazione: per salvare anime anche noi, sostenendo e amando quello sguardo, diventando cirenei di quell’amore.
Profezia e poesia

Se qualcuno storpia una nostra affermazione, ci rimaniamo male o ci alteriamo. È il gioco del passaparola: a ogni tappa qualcosa si trasforma, fino a cambiare totalmente il senso.
Penso a quanto si possa deformare la parola del Cristo: ciò che è uscito da Lui, con infinito amore, è ripetuto sciattamente, così da mutare la preghiera, in casi estremi, in sberleffo o imprecazione.
Educare alla Parola è un compito urgente, svolto dal profeta e dal poeta: entrambi ispirati a dare, alle parole, il giusto peso.
Il vuoto

Vuoto dei vuoti, tutto è vuoto: bisognerebbe tradurre così l’inizio del Qoelet, un libro biblico che è una sonda spietata nella condizione umana. Il vuoto è causato dalla separazione: devo, prima o poi, distaccarmi dai beni, dagli affetti, dal mio stesso corpo, nel momento della morte.
Si pone qui la grande missione dell’amore: colmare l’assenza, riparare le falle, mettere una toppa allo squarcio che si apre nell’esistenza di ogni essere vivente. Il nemico è il diabolos, il separatore per antonomasia. Dio compie, invece, un’azione simbolica nel senso etimologico della parola, che è “unire”. Così anche Maria, la symballousa, metteva insieme le cose, collegandole nel suo cuore. Amare è l’unità che vince sulla separazione, il pieno che esorcizza il vuoto dei vuoti, come lo chiama il Qoelet.
Il segno

Ci sono segni che ci contraddistinguono: il prete ha il colletto, gli sposi la fede, il soldato la divisa. Altri sono più personali: un tatuaggio, un braccialetto, una spilla. Un segno è spesso una maniera con cui comunicare affetto, vicinanza, gratitudine: qui, al Santuario, è pieno di ex voto, che non si sa più dove attaccare.
Gesù ci ha lasciato un segno: quello della Croce. Sarebbe bello sentirlo come un pegno d’amore, un modo per dichiararci suoi, stretti da un vincolo inscindibile. Ti amo, e quindi rinnovo questo segno, appena posso: come un bacio, un abbraccio, un farsi compagnia, prima di andare a letto.
Salmo 50
[youtube=https://youtu.be/o7RhcEpH5Ws]
da qui
Ogni tanto qualcuno mi dice: so che hai fatto questo e quello. Sì, l’ho fatto, come ho detto spesso, ma giova ripeterlo. Non voglio che qualcuno ignori questa parte essenziale del racconto. Tutto ciò che ho scritto, e che continuo a scrivere, è la storia di una conversione, di un ritorno da un paese lontano, in cui avevo dissipato la mia parte di patrimonio paterno. Avete capito: nella parabola, il mio ruolo è il figlio prodigo. Sono stato libertino, mi ha sorpreso la grande carestia, non potevo sfamarmi nemmeno con le ghiande dei sorrisi, delle gioie sincere. Poi una voce mi ha scosso, ricordandomi che nella casa del Padre c’è il pane vero che è Cristo: miserere mei, Domine, secundum magnam misericordia tuam. Ora sono qui, nel centro del mistero, a raccontare che non esiste un peccato così grave da essere più grande dell’amore; a ricordare che, come dice il Salmo, il peccato mi sta sempre dinanzi e, proprio per questo, mi sta dinanzi anche la memoria del perdono.
Appuntamento

Non è facile pregare. La prima cosa che dico, affrontando questo tema, è che bisogna parlare con Gesù, altrimenti si scade in formalismi e perdite di tempo.
Un altro accorgimento è immaginare una scena del Vangelo: Gesù al pozzo di Sicar, alla festa di Gerusalemme, sul Calvario. O contemplare i misteri del Rosario, dialogare con i personaggi. Cristo è vita ed è sviante tenervelo fuori. La preghiera non è un rito, un pio esercizio, o peggio, una pratica da sbrigare sciattamente. È un’esperienza, o come si suol dire: un evento. Un appuntamento da non perdere.
Desideri
[youtube=https://youtu.be/h4HY2s-CNB8]
da qui
La fede è desiderio, dice Agostino. Ma desiderio di che? Di un Dio che non si vede, che non posso toccare, odorare, di cui non ho tracce sensibili, di qualcosa che sfugge a un approccio concreto?
È il problema della perdita del coniuge: il prete si affretta a consigliare un rapporto trascendente, un’unione degli spiriti, ancora più profonda di quella vissuta fino a allora. Ma fa un buco nell’acqua. Basta una semplice obiezione: ci abbracciavamo, ci facevamo compagnia; mi manca la sua fisicità. C’è poco da opporre.
Desiderare Dio: perché sia possibile, è necessario sfondare la barriera dei sensi, provare il gusto che nasce da un cuore unificato, assaporare l’affrancamento dagli istinti, accedere a un abbraccio che non è di carne, ma di più, perché è tutta la persona a essere coinvolta, nella sua radice più profonda.
Lo voglio così, Gesù: il Tutto, per me e con me. L’abbraccio puro e totale, che supera ogni altro desiderio.
È facile

È facile volare con la fantasia, perdersi in cieli dorati godendosi tramonti o aurore boreali, immaginando castelli immacolati su monti avvolti nei boschi, musiche che vibrano all’unisono con l’armonia del cosmo. È facile inseguire paradisi artificiali, astrarsi dal grigiore del tran tran quotidiano, indossare un abito da mago e trasformare in carrozza principesca ogni zucca che incontri. O spacciarsi per mercante di stelle, affittuario di universi ignoti, in cui non si sconta sulla pelle il dolore del mondo.
Più difficile è restare al chiodo, abitare il momento presente, con le falle che si aprono, i vestiti che invecchiano, i rapporti che si logorano. Ma è là che si accendono i colori, che si gustano i sapori veri, che si tocca la sostanza dell’enigma che chiamiamo vita.
Salva l’anima

Anni fa scrissi un libro intitolato “Salva l’anima”. Fu il punto di svolta: nel bel mezzo dell’opera, accadde qualcosa che cominciò a cambiarmi, a dirigermi verso la profondità della mia storia. La mia anima intravide la salvezza.
Solo quando si tocca l’altra riva, o almeno la si vede da lontano, si può pensare all’anima degli altri. Quante ne potremmo salvare! La nostra preghiera è un contributo decisivo, se la eleviamo dal centro di noi stessi. Tutto è unito, nell’ottica di Dio: pensare all’altro, pregare per lui, lasciarlo sbocciare al mondo nuovo.
Da quando ho avuto la certezza che l’anima emerge dal colloquio con Gesù, presento a Lui le persone che vedo nel bisogno: parlandoci, si scopre che Dio non è mai sazio di salvare, e bisogna approfittarne.
Curriculum

Siamo molto attenti ai ruoli, ai titoli, alle gerarchie. Bisogna guardarsi dal confondere eminenza ed eccellenza, don e monsignore, signore e dottore. Il libero professionista è più dell’impiegato, il ragioniere deve cedere il passo all’ingegnere; se si è un lavapiatti, allo chef si dà del lei.
Il Vangelo sostiene che gli ultimi saranno i primi. Non significa che un lustrascarpe debba per forza diventare premier: sarebbe, probabilmente, un re da burla. Vuol dire, invece, che per Gesù non ci sono differenze di lustro o nobiltà. Chiunque, in qualunque condizione, può vivere per Lui: se agisce con amore, è un ultimo che diventa primo. Alla faccia del curriculum.
Menù

Non siamo normali, dobbiamo riconoscerlo. Dio ci propone la sua intimità e noi andiamo a mendicare un po’ di piacere, o di potere, o di possesso. È come al pranzo di nozze di una mia sorella, in cui mi concentrai sulla pizza, la mozzarella e gli affettati pensando che fossero il tutto del banchetto, mentre erano solo l’antipasto. Di appetito, ne rimase poco.
Gestiamo la fame di vita con pietanze di scarsa qualità, convinti che ci possano saziare, che sia l’intero menù imbanditoci dal fato, mentre il Progetto prevede la “gloria”, come scrive san Paolo, l’intimità luminosa, avvolgente, profondissima con Dio. Questione di gusti. Ma se qualcuno ci dà del salame non prendiamocela troppo.
Per amarti

Le profezie sono vere, ma non ditelo a nessuno, tanto non ci credono. Certo, un po’ fa male, ma ti ci abitui, giorno dopo giorno. Mi metto sempre più nei panni del Battista, di Geremia, di Elia, gente la cui voce ha gridato nel deserto, e spesso è risuonata a vuoto.
Penso a te, Gesù: schernito, oggi come allora, oggetto di sarcasmo insieme ai tuoi, esposto allo sberleffo, messo, come si diceva una volta, alla berlina. Comincio a comprendere meglio cosa significhi amare senza ricevere risposta. Penso alle tue cadute sul calvario – sette, secondo la Emmerich -: non hai inveito, non ti sei lamentato o ribellato, sei rimasto in silenzio, pur di tirarci fuori dalla morte. Per evitarci la tomba, ci sei finito dentro.
Per amarti, come ci hai amato, dovremmo uscire dal sepolcro del cuore, dove ogni giorno torniamo sperando che il Vivente, lì, non possa entrare.
Se non vedo, credo

Uno dice: Dio non lo vedo. Vero, ma c’è sempre Gesù. Non vedo neanche Lui. Che bella religione, non si vede un accidente. Si vorrebbe avere un segno, dare una sbirciata, tanto per dire: ecco, c’è, chi può negarlo? l’ho toccato con mano!
E invece niente: non vediamo, non sentiamo, ci aggiriamo in una stanza vuota, fissando una parete bianca.
Ma che merito avremmo, se vedessimo? L’unica parte che spetta a noi credenti è questa: mi dici che ci sei, che mi ami, che ti occupi di me. Non ti vedo, ma credo. A dirtela tutta, mi ci sento meglio: almeno qualcosa faccio anch’io.
Sul serio

La distrazione è un problema universale, perché l’io è interessato a se stesso più che all’altro. Basta un nulla per essere sviati, all’improvviso, da un pensiero, un’immagine, un ricordo. Se sapessimo davvero quanto gli altri ci ascoltano, rimarremmo delusi. Ma un modo per saperlo c’è: vedere quanto noi ascoltiamo loro.
Con Gesù, questo non vale. Lui esige attenzione, perché ci ama. Se mi distraggo, è perché in fondo dell’altro non mi importa. A Dio, invece, importiamo: è attento, e invita all’attenzione. Fare sul serio non è mai uno scherzo.
Cattivi pensieri

La vita dipende dai pensieri: chi non l’ha capito, asino è. Detto questo, spirò. No, la traduzione è sbagliata. Detto questo, consegnò lo spirito: affidare i pensieri a Dio, lasciare che sia Lui a esaminarli, a correggerli, a scartare le interpretazioni che rovinano la vita, questo è salute. Già, perché la vita la rovinano i pensieri. Che credevate? Se siamo tristi, preoccupati, è perché un pensiero cupo ci attraversa la mente. Uno dice: e se tutto va male? A don Bosco che gli chiedeva cosa avrebbe fatto se fosse arrivata la fine del mondo, Domenico Savio rispose: continuerei a giocare. Sì, la vita dipende dai pensieri. Per questo, come raccomandavano i Padri della Chiesa, a ognuno di loro dovremmo domandare: sei dei nostri o sei dell’avversario? Se sei del nemico, quella è la porta.
Purgatorio
[youtube=https://youtu.be/OIr0-MKInTA]
da qui
Molti non credono in Dio, figuriamoci nel purgatorio, che per giunta ha un nome sgradevole, un’eco dell’olio di ricino o del bicarbonato. Io nel purgatorio ci credo. Per quanto facciamo, siamo fragili sotto tanti aspetti. Mio padre diceva che ci manca sempre un soldo per apparare una lira. In quest’epoca pazza per l’ecologia, si dovrebbe provare meno resistenza di fronte a metodi disinquinanti. Certo, nel purgatorio si soffre, a quanto pare: si tratta di staccarsi da abitudini che ci hanno accompagnato per decenni, ed è come asportare qualcosa: un dente, un’ernia, un’appendice. Ma se fossimo più generosi, noi credenti, faremmo di tutto per saltare a piè pari questa fase purgante – ecco riapparire il guttalax, le tisane, l’olio di fegato di merluzzo – non tanto per sfuggire al dolore, quanto per l’ansia d’incontrare il Cristo, di vederlo finalmente negli occhi, di stringergli la mano. Di sentire in petto il famoso cuore nuovo. Viva l’ecologia, dunque, ma la cardiologia è tutta un’altra cosa.
Preghiera

A che serve la preghiera? Forse, molte volte, è inutile: quella che si fa per fare, per sistemare un conto sempre aperto, di dare e avere, per placare l’angoscia da debito contratto con divinità enigmatiche, che possono punire in caso di mancata prestazione; ma anche la preghiera-chiacchiera, buttata lì come giocando al bar, quando allunghi la briscola sul tavolo con una gran risata; e quella che si recita pensando ad altro, guardando l’orologio, spalmata su un tempo sotto vuoto, come una magra concessione a un Dio noioso.
La preghiera autentica è quella che fa luce negli angoli più bui, nelle cantine in cui si occultano certe mercanzie, nei magazzini polverosi abitati da topi e ragnatele. La preghiera porta ossigeno in stanze dove ormai non si respira, profumo dove regna un odore di stantio. È una preghiera che salva da ogni falsa devozione, da ogni pavida fuga dall’incontro.
Filautia

“Filautia” la chiamavano i Padri: la propria volontà. È dura a morire, perché spesso pensiamo che gli altri ce la vogliano fare sotto il naso, perché crediamo che paghi essere furbi, perché se non ci penso io a me stesso, chi ci pensa?
Poi arriva uno e dice che la vita viene da lontano, arriva fino a noi col suo soffio potente, e noi siamo chiamati a trasmetterla com’è, con la stessa potenza, senza soffocarla né sfogarla, ma vivendo tutto come dono. Insomma, propone l’onestà, la verità, la coscienza d’essere uniti all’universo, agli altri, a Dio. Ecco, quest’Uno è proprio Lui, Dio: se avesse voluto fare il furbo, si sarebbe guardato dal rischiare la pelle qui da noi. E invece ha accettato la sfida, bontà sua, e ci ha dato l’esempio di come prendere la filautia e lasciarla inchiodare su una croce, un venerdì qualunque che sarebbe diventato santo, per averci svelato questo folle segreto della vita.
