
Si può essere neutrali, rassegnati, pigri; oppure decisi, coscienti che la vita corre in una certa direzione, e che solo seguendola si centra l’obiettivo.
Dostoevsky ha colto l’essenziale: l’adesione alla verità senza riserve, con la persona intera, in un sì senza residui.
Penso che Dio sia fatto in questo modo. Ama a tal punto, con una determinazione così forte, che non può fare altrimenti. Da ciò deriva la sua potenza irresistibile.
Se ci affidiamo a Lui, diventeremo simili. Nessuno potrà più resisterci.
Il Regno è il posto dove il bene vince sempre.
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Cerchiamo

Cerchiamo Dio. Ognuno lo cerca a modo suo. Anche l’ateo, che pensa di evitarlo.
Cerchiamo Dio negli angoli nascosti, nelle crepe dei nostri progetti, nelle falle che si aprono senza alcun preavviso. Lo cerchiamo in una tristezza immotivata, in una gioia improvvisa e senza nome, nell’incontro casuale capace di scombinare la giornata.
La verità, però, è che siamo cercati.
È Dio che cerca noi: in un attimo di distrazione, nella perdita di controllo momentanea, nell’istante di estasi che ci strappa alla routine del quotidiano.
A forza di cercarci, ci incontriamo. Qualcuno nemmeno se ne accorge: è come quando senti una voce, non sai da dove viene e ti convinci che l’hai solo immaginata.
Dio è così: un lampo, una scintilla; sta a noi lasciarci illuminare, restare conquistati per sempre dalla sua bellezza.
L’ignoto

Si sente spesso un ritornello: per me è impossibile; ho raggiunto il limite; più di questo, non posso fare.
Il mondo è pieno di vicoli ciechi, di rinunce, di rese incondizionate a ciò che sembra eccedere le nostre abilità.
Quando entriamo nella zona proibita, cominciamo ad agitarci, a fibrillare. Proviamo un senso d’impotenza, una paura che ci paralizza.
La vita di fede comincia qui, da questa soglia. Prima sono preamboli, zuccherini concessi per fare coraggio, trasmettere fiducia. Ma arriva il giorno in cui, come nel sogno di Giacobbe, appare una scala che unisce cielo e terra, e come lui ripetiamo: terribilis est locus iste, è terribile questo luogo.
La vita autentica comincia dalla partenza per un posto sconosciuto, inquietante, sorprendente: il nostro vero Io.
Independence guy

C’e quello che io chiamo esame di coscienza geografico. Come siamo nelle diverse circostanze? C’è differenza tra il comportamento sul lavoro, in casa e con gli amici? Sono me stesso ovunque, o mi lascio condizionare dall’ambiente, dai discorsi, dall’aria che tira?
È interessante osservare questi meccanismi, perché parlano della forza delle convinzioni, della coerenza dei valori di fondo.
Mi ha sempre colpito l’atteggiamento di Gesù in situazioni eterogenee: nel tempio, nel colloquio coi rappresentanti della dirigenza religiosa, con le donne. Non è il contesto a influire su di Lui, semmai l’opposto: la verità è potente, incide nel mondo, non lo lascia come prima.
Allo stesso tempo, l’amore rispetta la scelta intima dell’altro, la fa risaltare nel suo spessore o nell’inconsistenza, la presenta a se stessa, perché, specchiandosi, decida di cambiare oppure no.
Dovremmo imparare da Gesù, per non dimenticare mai chi siamo e che cosa vogliamo.
Ognuno è ciò che ama. La questione è se ama al punto da compromettersi e rischiare.
Il venerdì

Del dolore si può parlare all’infinito, è un pozzo senza fondo. Quello degli altri, quello nostro. Poi c’è sempre qualcosa di più facile, il discorso devia, prende strade piacevoli, meno impegnative. L’essere umano ha la tendenza a svicolare, a far finta di nulla.
Andare contro corrente è indispensabile; resistere al giro di giostra, all’omertà, all’automatica complicità nella fuga dal centro; bisogna prendere il toro per le corna, guardare l’altro negli occhi e scorgervi la sofferenza, così leggibile: come un libro, una pubblicità progresso, un avviso affisso sul cancello per la disinfestazione del consorzio.
È possibile disinfestare dal dolore: con la macchina che mette in moto i sensi interni, l’anima capace di sentire, di fissare l’orrore del venerdì santo replicato nella vita del coniuge, del figlio, del fantasma che ci passa accanto, con una supplica che è facile ignorare.
La miniera

La tua voce. Riconoscerla tra mille. Sapere che si trova solo dopo aver percorso il catalogo dei suoni e dei rumori, la chiacchiera stridula dell’uomo, le urla, i lamenti, la litania infernale dell’assurdo, del grottesco, del crudele. L’Io ha la faccia oscura, deformata, che si fatica a riconoscere, perché la cosa più difficile è guardare se stessi occhi negli occhi.
Ma solo calpestando i sentieri puntuti, pieni di ortiche e sterpi della vera identità si può giungere allo spiazzo verde, il lago di luce, l’oasi intangibile del paradiso. Che non è qualcosa situato in alto, ma è la luna nel pozzo, la vena aurifera che appare quando hai molto scavato, insanguinandoti le mani, e col respiro mozzo: è allora che senti la sua voce, la riconosci tra mille, è la tua, la sua, è l’intreccio d’amore che si chiama, con un nome antico, verità.
Luna Park

Accettarsi è decisivo, perché ciò che non ci piace, da cui fuggiamo, che tendiamo a disprezzare, è legato a qualcosa che non vogliamo accogliere di noi. Amare l’ombra, il peccato, non è la strada giusta. La tradizione cattolica ci invita a detestare il male. È possibile, però, giudicarlo e nel contempo amare il soggetto che lo compie, come ha fatto Gesù. Avete inteso che fu detto: amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici.
È chiaro che il nemico non è soltanto esterno, anzi, il più delle volte siamo noi. Amare il prossimo è possibile se si ama se stessi, e si ama se stessi se ci si ama anche nella colpa.
Partiamo all’avventura, addentriamoci nel tunnel degli orrori, come al Luna Park, dove ti arriva all’improvviso la scopa sulla testa o ti appare lo scheletro col cappello a cilindro e con il frac.
Il dolore

Che ne facciamo del dolore? Qualcuno bestemmia, qualcun altro si ripiega su se stesso, molti danno la colpa al vicino, all’epoca storica, allo Stato. Il dolore è un ingombro, un incidente, una iattura, a seconda delle prospettive personali. Quando faccio il turno delle benedizioni, qualcuno si presenta con cornetti, coccinelle, ferri di cavallo; pensano che un amuleto possa essere un argine alle possibili disgrazie. Altri presentano le fedi, pur tenendo alla larga il sacramento: chissà che Dio non li protegga anche se lo hanno rifiutato.
Il dolore, insomma, ha a che fare con l’occulto, la superstizione, la magia. È qualcosa che ci sfugge, che non controlliamo, per cui ci affidiamo a forze sconosciute, e spesso inesistenti. È l’effetto placebo, che rende autorevole persino il verbo della cartomante.
Il Vangelo ci propone un’altra via: offrire a Cristo il dolore. È evidente la differenza tra il Figlio di Dio e un pendaglio apotropaico. Ma soprattutto è antitetico l’effetto: il secondo è un calmante, il primo è la pace inalterabile del cuore.
Il male

È un non senso, il male. Diadoco di Fotica, il mio Padre della Chiesa preferito, dice che, addirittura, non esiste.
Dimostrare che è un non senso è semplice: il male fa male, prima di tutto a chi lo compie. Agita, turba, logora, rattrista. Nel profondo, ovviamente: in superficie può sembrare che vada tutto bene, come è scritto nei salmi a proposito dell’empio, che prospera convinto che a non esistere sia Dio.
Ma dentro, il male, devasta. Esiste, eccome. Il Vangelo narra che chi toccava Gesù, era guarito. Da Lui usciva una forza risanante, che altro non era che la vita doc, erogata direttamente dalla fonte. Cristo è la nostra pace, dice San Paolo. È questa pace che ha un potere terapeutico, perché connette, crea o rafforza nessi, ricuce strappi e ricostruisce fratture di ogni tipo. Dà senso, insomma, a quanto gli capita tra mano.
Il male, invece, impoverisce, lacera, isola quello in cui si imbatte e che cede alla sua logica. Priva di senso il mondo.
Ecco perché il testamento di Gesù è “vi lascio la pace, vi do la mia pace”. Il prete lo ripete in ogni messa, ma gli eredi, spesso, sono troppo distratti per riscuotere.
A cena fuori

Il problema della preghiera è che non piace. Molta gente prega per dovere. Non a caso la Madonna, in uno dei luoghi dove appare, ripete sempre: pregate finché non vi procuri gioia.
Tutto questo, per un ateo, è assurdo. Ma il bello è che è lo è anche per molte persone religiose: continuano a inanellare rosari, a ripetere orazioni come fossero un cartellino da timbrare.
Non penso che, se si esce con gli amici o con la fidanzata, lo si faccia per dovere. Ha senso se mette allegria e se, già preparandosi, si pregusta un paio d’ore di piacevole relax.
Che c’entra Dio con questo?
Butto lì due citazioni, fra le tante, che potrebbero chiarirlo: Non vi chiamo più servi, vi ho chiamato amici (Gv 15,15); Ti farò mia sposa per sempre (Osea 2,21).
Ebbene sì: pregare è andare a cena fuori, passare la sera con la fidanzata, o con gli amici.
E vediamo se si continua a farlo per dovere.
La porta

La poesia è bella, ma non piace a tutti. Ogni tanto mi scappa di leggerne a mia madre, ma è un fallimento certo. Magari, per farmi piacere, fa una smorfia, protende il volto, ma niente: neanche per sbaglio le esce un “bello”, “che forza”, “mi ha commosso”.
Questo per dire che esistono realtà straordinarie in assoluto, ma non basta perché siano apprezzate.
Così è per Cristo: è bello senza discussione, buono e vero come nessun altro, ma non tutti lo vogliono. Quando parlo di Lui, mi accorgo subito dei bendisposti e di chi invece pensa ad altro: si distrae, controlla l’ora, ha lo sguardo fisso nel vuoto.
È spiacevole, visto da noi; ma per Gesù è fonte di tristezza.
Turoldo scrisse un libro intitolato “Anche Dio è infelice”, e tutti a dire: ma che roba, come si permette, il Signore è l’eterna beatitudine. E invece ci aveva indovinat?: Gesù si rattrista, se qualcuno non lo vuole. A saperlo, ci si penserebbe, prima di metterlo alla porta.
La pace

La pace è un tema equivocato. Si comincia da bambini, perché la maestra non può esimersi dal proporlo in classe. Ne sai nulla di nulla, ma ti arrampichi sugli specchi sperando che tutto fili liscio.
Crescendo cominci a litigare, per cui circoscrivi il concetto al “fare pace”, che spesso è un formalismo funzionale a evitare ulteriori fastidi.
Poi c’è l’deale, materia per giovani naïve, con la vocazione a mettere, come si dice, i fiori nei cannoni.
Successivamente, è un correttivo alla nevrosi che minaccia di inquinare la vita sociale. Non si distingue molto dalla valeriana, in casi estremi da uno psicofarmaco.
Ma viene l’ora in cui la pace è il dono della profondità, l’identità emersa, l’Archetipo del Sé. Sperimentata una volta, è impossibile staccarsene.
Vi lascio la pace, vi do la mia pace: in quel “mia” c’è il segreto che per tutti è auspicabile scoprire.
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Se il male è sempre in prima pagina un motivo dev’esserci. Tendiamo a proiettare all’esterno i conflitti interiori: la rabbia inespressa, un senso frustrato di giustizia, l’angoscia irrisolta. Da qui la fortuna dei film horror, della real TV, dei TG infarciti di cronaca nera.
Il bene, invece, è incline a sparire. Non fa notizia. O, se conquista la ribalta, risulta goffo, impacciato, come a farsi perdonare d’esser lì, al posto di un furto, di un omicidio, di uno stupro.
Vale anche per la nostra vita. Il bene che facciamo, spesso, cade nell’oblio, sommerso dagli aspetti negativi. Chi fa violenza, sembra averla vinta: non sente ragioni, s’impone, cancella ogni presenza dell’altro da sé.
Ecco perché dovremmo ricordare e custodire il bene che compiamo: non per ostentarlo nei talk show, ma per avere a portata di mano un antidoto al male che ci assedia.
Mappe

Fare ordine. È un’esigenza che proviamo tutti, credo. Potremmo riassumere la vita in una cosiddetta mappa concettuale: l’esistenza in uno sguardo. Al centro, per me, ci sarebbe il Cristo; poi fede, speranza e carità, e via via gli altri elementi dell’essere e del fare: corpo, psiche e spirito; intelligenza, libertà, volontà; sensi esterni e interni; passato, presente e futuro; vocazione, preghiera, scrittura, lettura, attività…
Avere il senso della totalità è fondamentale, per non dare troppo peso a ciò che non ne ha, e viceversa.
Il grande foglio della vita, però, è soggetto a cambiamenti. Dove li metti i sogni? E gli imprevisti, destinati a smentire ogni volta organigrammi e tabulati?
Come sempre, la vita è unione degli opposti: visibile e invisibile, astratto e concreto, ordine e disordine. Anche Gesù avrà avuto i suoi momenti sopra le righe, il bicchiere di troppo, la risata irrefrenabile.
Vivere è un dono doloroso e bello che, da qualunque parte lo si veda, ti sorprende.
Parabole

Ci giochiamo innumerevoli carte, nella vita: l’intelligenza, la sensibilità, la competenza, i talenti che abbiamo in dote dalla nascita e quelli che via via siamo andati accumulando.
A questo proposito, la parabola omonima non lascia spazio a equivoci: moltiplicare i talenti è il criterio ordinario della vita, rigoroso e logico, come un seme che diventa pianta.
Il Signore mi ha dato due doni, essenzialmente: la predicazione e la scrittura. Li impiego come posso, mettendoli al servizio, marcendo nella terra, perché qualcuno ne ricavi un frutto, scoprendo o affinando le proprie, personali propensioni.
Gesù, il Figlio di Dio, ha talento da vendere: sapienza, carismi di evangelizzazione e guarigione, infallibilità e autorevolezza nella guida dell’anima.
Ma il capitale più ingente è la vita che ha dato, la sua morte. Possiamo offrire anche noi la nostra morte, come seme squarciato pronto a esplodere nel miracolo del dono.
Ventiquattro novembre

Sei venuto a suonare come niente fosse, mentre stavo recitando le Lodi. Mi hanno bruciato, hai detto. Era il ventiquattro novembre del millenovecentonovantasei.
La vita è fatta di contrasti. Le nostre cene alla Nuova Capricciosa, i colloqui interminabili all’EUR, le vacanze nella tua Sicilia, erano angoli di paradiso dove appresi ad amare una vita che mi aveva ferito dal giorno della nascita: pericolo di morte, medici agitati che facevano di tutto per salvarmi, ma che io consideravo estranei, ostili, perché mi avevano strappato alle braccia di mia madre; la lunga teoria della falsa identità, circoscritta in un corpo piacevole e una parola facile, sempre persuasiva, il demonio che godeva delle mie trasgressioni da bohemien.
A un tratto, sei comparso tu: mi bastava vederti accendere la Marlboro, ascoltare e parlare con la voce bassa, pacifica, per uscire dal labirinto di paure che mi tenevano in scacco.
Poi, di nuovo, la diffidenza, i tradimenti, l’altalena di odio e amore, di grazia e di peccato.
Quel ventiquattro novembre, prima della messa di Cristo Re, sembrava tutto perduto, tra rimorsi e speranze spazzate via da una tanica di benzina e un fiammifero lanciato a taglio.
E invece, da quella mattina, da quell’ora, Cristo cominciò a regnare, fino a prendere il posto del Nemico.
A capo

Poesia è andare a capo, per qualcuno. In effetti, il segno di riconoscimento più evidente è che non si arriva al bordo della pagina: la frase si interrompe prima, come a creare un effetto di sorpresa, affrancato dalle righe tutte uguali, che rimandano, indifferentemente, a un referto medico, un articolo di cronaca, il bilancio annuale di un’azienda.
La poesia, in realtà è qualcosa di diverso: un testo che dà maggiore informazione, un condensato di simboli che spalanca mondi, lasciando intravedere scenari inaspettati, che estasiano, turbano, commuovono.
Chiunque può scrivere versi: basta leggere, studiare, compulsare manuali di metrica e retorica, esercitarsi ogni volta che si sente una profonda ispirazione, appuntando parole su un foglio di giornale, uno scontrino, un biglietto del tram.
Per me è ancora altro, la poesia: sapere che c’è Uno che mi aspetta, che è fedele; che lo senta o non lo senta, è lì, inspiegabile come l’attrazione, irriducibile come la speranza. Ogni volta che ci penso, mi nascono parole, una specie di poesia che non va a capo, ma mi riempie la vita di bellezza.
Parlare

Parlare degli uomini è difficile, figuriamoci di Dio. Ma anche sul prossimo è necessario esprimersi con ponderazione, sapendo di maneggiare impressioni e giudizi soggettivi, che magari, con l’altro, nulla hanno a che fare. Vi sarà capitato, come a me, che qualcuno vi abbia apostrofato con un’accusa del tutto infondata: in questi casi, l’unica è chiudere il discorso, sperando di poterlo riprendere su argomenti alternativi.
Si tratta di un fenomeno detto “proiezione”: è una delle sensazioni più spiacevoli sentirsi definiti in un modo che è reale solo nella mente altrui. Episodi del genere ci inducono a riflettere a lungo, prima di formulare apprezzamenti.
Parlare di Dio, dicevo, è ancora più difficile: ci troviamo di fronte all’ineffabile, e possiamo solo balbettare espressioni generiche, imprecise.
Ma c’è qualcosa di ancora più arduo: parlare “con” Dio, rischiare un dialogo non verificabile, in cui si esige un’attitudine al silenzio che non tutti accettano di apprendere.
Come parlare “a” Dio? Ognuno ha un suo modo. Penso che una via efficace sia intendersi col cuore, lasciando che dall’intimo si formino suoni, frasi, parole, ispirate da Lui stesso.
Novità?

C’è un libro di Rilke, “Lettere a un giovane poeta”, che mi ha sempre colpito per la qualità dei suoi consigli. Uno di questi è guardare la realtà come fosse la prima volta. Com’è possibile? Le sensazioni, i ricordi, si stratificano così profondamente che pensare di scardinarli è un’utopia.
Se incontriamo una persona conosciuta, abbiamo le idee chiare: potrà scartare solo leggermente dall’etichetta che le abbiamo applicato.
Lo stesso capita con un tramonto, un monte, il cielo azzurro che vedo da qui, attraverso la tendina.
Se prendo un caffè, i biscotti con la marmellata, sono sempre quelli. Se confesso, posso prevedere le parole che il penitente sta per pronunciare: il peccato è monotono, non cambia, come l’autobus che passa di fronte all’uscita del Santuario.
Ma è proprio questo che mi mette in guardia: pensare di conoscere il mondo, non aspettarsi nulla, ricevere solo conferme delle proprie aspettative, è frutto del peccato, della pigrizia nell’ascolto, dello sguardo distratto, incapace di cogliere il dettaglio che fa di ogni cosa un nuovo evento.
Rilke ha ragione quando consiglia al giovane poeta di guardare il mondo come fosse per la prima volta: è quello per cui siamo fatti, anche se il male stende la sua coltre, intessuta di abitudini e ripiegamenti su di sé.
Di mio aggiungo che si possono vedere le cose in un’altra prospettiva solo lasciandole riflettere dallo sguardo di Cristo: Lui è l’eternamente giovane, l’unico col quale è impossibile annoiarsi.
La doccia

Sembra facile amare, ma è un lungo esercizio, una scuola di pazienza, il cercare a tentoni una sintonia tendente a perdersi.
Nella mia doccia, ci sono le due manopole dell’acqua fredda e calda: ottenere la temperatura preferita è un’impresa complessa. Ho trovato il sistema di lasciar scorrere l’acqua sul dorso della mano opposta a quella che impugna l’erogatore, in modo da avere, in senso stretto, il polso della situazione. È un trucco che permette di risparmiare tempo.
Anche per amare è necessario un trucco. Siamo dispersori incalliti di energie, svuotati dalla superficialità, dalla mancanza di sensibilità per quello che viviamo nell’istante attuale. Oppure ci lasciamo sviare, ingannare da paure e desideri: tutto concorre a offuscare la vista della realtà com’è, al sopravvento di pregiudizi e proiezioni, all’azione distorcente dell’io.
Il segreto sta nelle due manopole dell’acqua fredda e calda: nel tenere d’occhio, contemporaneamente, la posizione esatta e la temperatura, me e l’altro, il mio sguardo e quello di Gesù. Se raggiungiamo l’unisono d’intenti e orientamenti, non rischiamo di bruciarci o gelarci.
La vita è una doccia, un lavacro, un Battesimo in cui ogni giorno di più diventiamo ciò che siamo.
