
Siamo ricchi, in Occidente. Conviene ricordare ciò che disse in proposito Gesù. Per evitare il rischio del cammello e della cruna, concediamoci ogni cosa come se la concedessimo a un povero. Per amore di Dio.
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Il prete celebra, urla, come se la fede dovesse entrare a forza nel cervello, come se fosse necessario abbattere un muro eretto a difesa di se stessi. Non è del tutto assurda questa ipotesi: sin da piccoli ci difendiamo, come se la vita fosse un unico pericolo, retaggio di epoche preistoriche in cui, da un istante all’altro, una bestia feroce ti saltava addosso e ti sbranava. Oggi i mostri sono altri, forze sottili con strategie invisibili. Potremmo chiederci: è giusto rintanarsi, non fidarsi di nessuno, sbarrare la porta prima che qualcuno bussi? Il prete urla: non avrà l’effetto di mettere in allarme, questo ariete che tenta di sfondare quanto oppone resistenza, come negli assalti della Roma antica? È il momento della comunione, del silenzio: una pace che dura pochi istanti, travolta da un’ondata di parole. Che la fede sia in crisi per i tentativi reiterati di sfondare le linee avversarie? Il fedele si trasforma nel nemico contro cui far esplodere la polvere da sparo dell’insicurezza. Le parti s’invertono: il ministro della grazia dispensa minacce che l’assemblea è costretta a incamerare, nel suo ruolo di vittima predestinata. Si esce purificati per il Sangue di Cristo: ma anche per la tassa esosa di un rito di liberazione degenerato in tortura? La piazza è silenziosa: una signora africana benestante, con un abito dai colori intensi è ferma all’ingresso del santuario: che accadrà nella prossima messa? La paura dei preistorici produce difese anacronistiche, ma spesso comprensibili.


















