Qui sono io, Leopoldo María Panero
figlio di padre ubriaco
e fratello di un suicida
perseguitato da uccelli e ricordi
che mi insidiano ogni mattina
nascosti in cespugli
gridando che finisca la memoria
e il ricordo divenga azzurro, e gema
pregando il niente perché muoia.
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Ion Barbu
È prigione nella bruciata, indegna terra.
Di giorno il fieno dei raggi inganna;
ma le nostre teste, se ci sono,
stanno ovali, di calce, come un errore.
Tanti i covoni di filo sinistro!
Troveranno il gesto chiuso, che li riassuma,
che neghi, diritta, la linea che spezzi:
occhi in vergine triangolo tagliato verso il mondo?
*
Il pavone
Si inchinava nascente e morbido,
granturco della tua mano per beccare.
Azzurro tremolava e caldo, ai piedi,
come i veli dell’alcool, nella tazza.
Sul ceppo, il tuo matto con cuffia
occhi ineguali terribilmente tristi roteava,
e ti ha torto la mano, come si strizza un panno,
e ha rotto anche il collo dell’uccello, che sbatteva.
Giorgio Stella, Il dovere di soffrire
Il dovere di soffrire: l’arcobaleno è un sasso di pietra un’ immagine del cielo monco che ritirare un arto amputato dallo stesso arto – vigile è il cilindro di seta che si appaga medesimo al faro del cerchio ladro di latrine o gavette di vetro oh! chi lo avesse mai detto: nessuno ha tale coraggio//scommesso nel commosso abbandono del suolo stesso. La regina del re è un fante di coppe una sorta di re magio – chi è per te è per sé stesso – ovunque ti trovi stai al medesimo punto/che allo straniero bacia il putto nel trittico di misericordia e poi ricrea l’odissea svastica della plastica incline alla chiusura della fine/firmamento oppure nessuna questua dove lo scroto appeso nel macello germoglia sé stesso pur se ne vergogna.
Giorgio Stella, Vuoto
Un vuoto vale il medesimo vuoto lo hai visto? Era la tenda del circo nell’ ombra del sasso, ma non te ne sei accorto così preso dal picco dell’arco – il picco dell’arco vuoto. Alcuni dadi vengono gettati nelle gare dei becchi per galli ma il vuoto è talmente prezioso che scommettere sarebbe un azzardo perdente a prescindere il presente vuoto – il merletto la maschera turchina il bazar dell’ est di Pound come la neve da cucina quando tua madre sviene nel vuoto non è ancora il vuoto nel netto del taglio floreale del vento. Certo, basterebbe una latta di benzina e darsi fuoco (sempre con una pistola vicina per lo specchio della vetrina) ma non colmerebbe il vuoto di prima – prima del vuoto. Prima del vuoto c’è il vuoto di prima: vuoto. Nel tetto dell’ acqua perfetto gareggia la statua di bronzo col manichino di cera e poi? Un vuoto nel vuoto per vuoto dopo: un vuoto più un vuoto fanno due vuoti… Non si scappa dove si fugge chi resta! Ho rotto il balcone tagliandomi le vene ma non era il tempo del vuoto ma il tempo vuoto oh! Se lo avessi saputo sarei ancora morto. Il vuoto fa eco al vuoto: nessuno spazio è più permesso nel tempo se pure lo spirito del dolore raggiungesse l’anima dell’ amore! Il cordone ombelicale si è spezzato oh tu che parli all’io tuo! E che pensavi? Che il vuoto fosse un tutto tondo di un frutto maturo di pietra albina o la prima onda d’avorio… No, era già vuoto il calcolo del vuoto che mette paura pure all’orrore nel terrore!!! La somma del vuoto è la cifra d’appartenenza del presente luogo: il vuoto. In un teatro ho visto attori vuoti come il cinema muto cadeva nel bordello delle labbra del cervello, del cervello vuoto… (una pausa si concede chi scrive) – dicevamo in questo plurale imperfetto che qualsiasi vuoto è una forma di vuoto avanti la tomba vuota del mestruo nel seme del sesso vuoto come il come nel come per come ad esempio te stesso – “chi era e che età aveva?” “era vuoto”. Alcune dame di compagnia (alle fate) sostengono regimi di diritti civili… Ok, vallo a dire al vuoto! Sordo non è il silenzio del nido spacciato per gioco nel vuoto come un poligono dove lo sparo è vuoto si alza il mirino che l’abbassa. ——————————
Giorgio Stella, Una poesia
Sapevo che il tempo era poco e della morte non me ne importava più di un mulino di neve (arco di pozzo) – di tanto in poi fui pure io bianco. Dalle verande vedevo Harlem o Rom, non lo so… Uno sterile ponteggio era sospeso come me nel cielo – / alle volte parlavo con la finestra di Cassandra // mio unico amore in una saggezza di Verlaine & alla biglia non ho mai // promesso la spiaggia. ——————————
Giorgio Stella , Una poesia
Come la betoniera salda il conto degli articoli da ballo – la seta e è il valzer della meta; un pugno / chiuso non è necessariamente una mano aperta! La creta non può e non deve essere un no, un no di costume – & sotto la ringhiera sopra la regina…. Stagione dell’ altro ieri quando eri quello di prima
Dario Bellezza, Non si vedrà per tutto l’inverno
Non si vedrà per tutto l’inverno il mio ragazzo venire dal lattaio
con la busta del latte da mezzo litro: tutti penseranno che il radicato
nel mio cuore aspetta malato
che io arrivi con la busta in mano.
Non si vedrà per tutta la primavera il suo ritorno; le lacrime invano
scivoleranno dalle mie guance:
tutti penseranno che mi ha lasciato solo nella mia grande casa.
Non si vedrà per tutta l’estate
la sua abbronzatura cittadina,
ma al mare uguale ai più tranquilli
e solitari ragazzi lo immagineranno silenziosamente disteso sulla sabbia.
Non si vedrà in autunno alcuno
bussare alla mia porta marroncina:
tutti mi guarderanno con tristezza
perché questa è la stagione dei morti.
[da “Invettive e licenze”, Garzanti 1971].
Reinaldo Arenas
Io sono quel bambino con la faccia tonda e sporca,
che in ogni angolo ti infastidisce
con il suo “mi dai una monetina”?
Io sono quel bambino con la faccia tonda
e sporca, certamente non voluto, che da lontano
contempla gli autobus, in cui gli altri bambini ridono
forte, e fanno salti molto grandi. Io sono quel bambino antipatico, certamente non voluto, con la faccia tonda e sporca
che sotto gli enormi lampioni o sotto le prostitute
anch’esse illuminate, o davanti alle fanciulle
che sembrano levitare, proietta l’insulto
della sua faccia tonda e sporca.
Io sono quel bambino di sempre, arrabbiato e solo,
che ti lancia l’insulto di quell’arrabbiato
bambino di sempre e ti avverte: “se
ipocritamente mi accarezzi sulla testa, io coglierò l’occasione
per rubarti il portafoglio”.
Io sono quel bambino di sempre, davanti al panorama
di terrore imminente, lebbra imminente,
pulci imminenti, di offese e di crimine imminente.
Io sono quel bambino disgustoso che
improvvisa un letto con un vecchio scatolone
e aspetta, certo, che verrai con me.
Giorgio Stella, L’elmo
L’ elmo sembra una cicala di vento sulla scala a chiocciola del D N A nel firmamento oppure la crociata di una vendemmia dove con l’uva si è fatta una trasfusione di sangue matura – guarda l’elmo non la corazza lo scudo potrebbe tradirti e stringi i denti, stretti, se non puoi calzarlo ora: l’elmo è una corona una briciola di bucato steso nella spada della santa-acqua che // non ha più nemici // nei volti degli // specchi – arrotolati nei medesimi vetri. Batti bacca la grancassa! La Pisside a ciclo di baracca. E poi ripassa. ——————————
Minaccia pioggia, di Giorgio Stella
/Minaccia pioggia/- chi minaccia la pioggia? La mano tesa nella questua data in Briciole di //#Conchiglie# che del mare non ne vogliono sapere – minaccia pioggia, lo scudo e l’elmo sul faro adulto dell’ immensa infanzia, un latrato di tronco nella quercia – del rimpianto il rimorso per entrambi a sé medesimi sangui.
Sandro Montalto
Francesco Giuntini, I colori dell’ombra
L’ostaggio
Il mio nome è nessuno, uno qualsiasi
preso per caso in questo sporco gioco.
Tocca stavolta a me, non conta il nome,
la famiglia, la storia. Ignote mura e
quattro corde mi legano e nessuno
si muoverà per me, la fine è scritta
nella sfida impossibile, vicenda
che si ripete ovunque, sempre uguale.
Il suo nome è nessuno, uno straniero,
faceva affari in qualche sporco gioco.
Di lui diremo al mondo per notizia
l’identità, daremo poche immagini,
per quanto basta. Attenderemo i giorni
inutilmente. È lotta e nulla più. Continua a leggere
Charles Bukowski
E così vorresti fare lo scrittore
E cosi vorresti fare lo scrittore?
Se non ti esplode dentro
a dispetto di tutto,
non farlo
a meno che non ti venga dritto
dal cuore e dalla mente e dalla bocca
e dalle viscere,
non farlo.
se devi startene seduto per ore
a fissare lo schermo del computer
o curvo sulla macchina da scrivere
alla ricerca delle parole,
non farlo.
se lo fai solo per soldi o per fama,
non farlo
se lo fai perché vuoi
delle donne nel letto,
non farlo.
Se devi startene li a
scrivere e riscrivere,
non farlo.
se è già una fatica il solo pensiero di farlo,
non farlo.
se stai cercando di scrivere come qualcun altro,
lascia perdere.
se devi aspettare che ti esca come un ruggito,
allora aspetta pazientemente.
se non ti esce mai come un ruggito,
fai qualcos’altro
se prima devi leggerlo a tua moglie
o alla tua ragazza o al tuo ragazzo
o ai tuoi genitori o comunque a qualcuno,
non sei pronto.
non essere come tanti scrittori,
non essere come tutte quelle migliaia di
persone che si definiscono scrittori,
non essere monotono o noioso e
pretenzioso, non farti consumare
dall’autocompiacimento
le biblioteche del mondo
hanno sbadigliato
fino ad addormentarsi per tipi come te
non aggiungerti a loro
non farlo
a meno che non ti esca
dall’anima come un razzo,
a meno che lo star fermo
non ti porti alla follia o
al suicidio o all’omicidio,
non farlo
a meno che il sole dentro di te stia
bruciandoti le viscere,
non farlo.
quando sarà veramente il momento,
e se sei predestinato,
si farà da sè e continuerà finchè tu morirai o
morirà
in te.
non c’è altro modo
e non c’è mai stato.
Paolo Ruffilli
La propria verità
Scrivere la storia
del mio caso,
pur sapendo che
a nient’altro vale
che a provare a se stessi
la propria parziale
incerta verità
e non è solo colpa tua
il tuo inutile delitto
ma della parte
più brutale della vita.
Ho avuto, un tempo,
sedici anni anch’io.
È un’età tragica,
il grande spartiacque
in cui di colpo
un’esperienza sola
ti segna o può segnarti
per tutto il tuo futuro.
Magari te ne scordi,
ma ecco all’improvviso
che riappare un giorno
e ci si rende conto
che si è stati spinti
proprio da quella
in una direzione
senza più ritorno.
Francesca Cannata
VIII
Niente.
Ombre di fantasmi.
Fremiti e freddo
niente
ero giunta da molto lontano,
amavo il pericolo senza rischio.
Mi ammantavo di ogni parvenza.
Niente
sono venuta da lontano,
Niente
La strada è cosparsa di polvere
sento odore di carne Cristiana.
Sono venuta da molto lontano
ho raccontato ai cigni la mia storia.
Sono venuta da molto lontano
ho trovato puzze e barocci.
Ho raccontato ai cigni la mia storia.
Sono venuta da molto lontano.
Mi sono sorpresa a cercare i brividi freschi
delle notti infocate.
Niente…
Emanuel Carnevali
Notturno
I vetri a ghigliottina
sono entrambi abbassati
e una tenda inchiodata sul telaio
li copre entrambi ed esclude
(sono steso sul letto)
tutto tranne questo:
un riquadro di freddo,
ultraterreno pulito
blu;
in uno degli angoli
un piccolo ottavo di luna
d’oro e d’argento…
e nient’altro…
Mi basta.
(Febbraio 1919)
Gianfranco Palmery
Pierluigi Cappello
Il tempo si è diviso grano a grano
a passi lunghi nel buio si è inoltrato nello sguardo
le cose rimangono cose nel giorno senza nome
il bicchiere sul tavolo, la bottiglia
la luce giallina delle sei che ne illumina la cima
stanno lì, tra la mia voce e me
come un pensiero non detto.
La vista non è più quella e sono solo.
Gian Giacomo Menon
o so la figura
ed è ape e gheriglio
mio immobile tempo
non casuale di occhi
saltuario di labbra
dove termina il gioco
l’alienarsi delle mattine
fruizione di stanche maschere
e noi a pesare l’essenza
le bilance alchemiche
mercurio e fuoco
zolfo e sale
misurati sulla tua pelle




















