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Riccardo Mannerini

a cura di Giorgio Stella

Signore!!!

Signore!!! Signore io sono qui!
sono Hairisch, quello che non ha la testa.
Ti ricordi quanto bevevo
e quante cose cattive io facevo?
Ti pregai allora d’insegnarmi a non bere.
Quella sete d’alcool, mi spingeva
a perdermi in un piccolo bicchiere
e a sera ero cattivo, quasi rinnegando
il bene che tu mi avevi insegnato.
Era la mia testa a farmi sbagliare
e a darmi dolori e visioni confuse;
il mio corpo godeva di un calore amico
e tutto in me era forza e gioia,
ma la testa no,
pesava doleva e si riempiva di fumo denso
tanto che io ti supplicai di togliermela
e tu mi esaudisti
o grande signore, quanto fui piccolo!!!
Inutilmente le mani e il bicchiere
cercano una bocca che non c’è
e la bettola e la strada non le trovo,
perché i miei occhi sono spariti.
Anche la tua voce non mi giunge più
e solo il marmo dei tuoi altari
dice alle mie dita
che tu esisti ancora.
Signore,
rendimi la mia testa
e non berrò più
e fa’ che i miei fratelli di sventura ritrovino la loro,
anche se a differenza di me,
essi non hanno mai bevuto.

Giuliano Mesa

a cura di Giorgio Stella

II. piromanzia. le bambole di Bangkok

fumo, nugoli, sciami di gusci neri.
bruciano le mandorle degli occhi, le falene,
le dita piccole e incallite, le mani stanche, stanche.
bruciano, scarnite, a levigare guance,
i gusci gonfi delle palpebre
che si richiuderanno.
fumo portato via, che trascolora,
che porta via le guance, paffute, delle bambole,
le anche dondolanti, a fare il movimento di ripetere,
in altalena, in bilico di piede, che lenisce,
gioco che non finisce, mai,
che non arriva, mai,
tempo di ricordare, dopo,
di ritornare dove si era stati.
a fare il gioco del silenzio,
nel preparare doni, meraviglie, a milioni,
passate per le mani una ad una,
per farli scintillare, gli occhi stanchi,
tenerli aperti, sempre,
e quando arriva il fuoco, che sfavilla,
ecco, giocare a correr via,
gridando, ad occhi chiusi.

tu, se sai dire, dillo, dillo a qualcuno.

Lorenzo Calogero

a cura di Giorgio Stella

Abiti, svolazzanti cappelli

Abiti, svolazzanti cappelli
e guanti portano e l’alito
di una canzone che batte in fronte
e il mesto bagliore degli occhi
trattiene; e se i venti
sono senza confine, ecco,
sulle tegole rosse, appaiono leggere le muse; e cime
e città fantastica stanno con gioia,
ora che olio versa
da una vana lucerna una vana fanciulla
e paesi persi del tempo
in una luce che li smorza gemono
in una vana rincorsa.

Flutto ebbro, di Gottfried Benn

a cura di Giorgio Stella

Flutto ebbro,
macchiato di trance e di sogno, o Assoluto
che mi copre la fronte,
per cui mi cimento,
da cui ho il premio
delle profonde cose
che l’anima sa.

In febbre di stelle
che occhio mai misurò,
in notti, o caro,
che ci scordammo la morte, nell’uno dei tempi,
nel grido della creazione
viene l’unificazione
e porta via passato.

Poi tu da solo
dopo una grande notte,
grano e vino
già offerti,
giù per i boschi,
con i corni vuoti,
torna ai sepolcri
Demetra,

ancor nelle tue spalle
e dentro le tue ossa,
e poi è un’estasi,
un golfo d’azzurro,
di lacrime antico,
da infermità e miseria
un creatore nasce
che ci fa vivere,

che molto sofferse,
che molto vide,
sempre in cammino
lungo le rive
del flutto ebbro
che copre l’anima,
vasto come la digitale
che macchia d’estate i monti.

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Carlo Michelstaedter

a cura di Giorgio Stella

 

Le cose ch’io vidi nel fondo del mare,

i baratri oscuri, le luci lontane

e grovigli d’alghe e creature strane,

Senia, a te sola lo voglio narrare.

Ché a brevi fiate nel tempo passato

nel fondo del mare mi sono tuffato.

A dare or la patria all’esule sirena,

la patria a me stesso e all’uomo abbattuto

svelare la via del suo regno perduto,

mi voglio tuffare con più forte lena,

ché ogni uom manifeste le tenebre arcane

conosca e vicine le cose lontane.

Ma quel che già vidi nel fondo del mare,

i baratri oscuri, le luci lontane

e grovigli d’alghe e creature strane,

Senia, a te sola lo voglio narrare.

Rosa di ieri, di Giorgio Stella

Un giorno resusciterò
nelle macerie della
mia storia –
I drappi bianchi
sulle vesti nere
ancora rassoderanno
i canti avanti alla
rosa di ieri –
Fieri i rossi nei
neri, petali morti –
In bilico sul fianco
della roccia
la torcia elettrica
mimerà l’ombra
nel vuoto della tomba.
Petali rossi, rosa di
leri,
le tue membra velate
la finestra per sbaglio
staccata dal volo della cosa.
Icaro e Dedalo,
stemma di bello stile,
nel campo di
concime sparso
non ha confine.
(A mia madre in attesa
della polvere
di clessidra…)

Poesia recisa, di Giorgio Stella

Il più profondo dei tuoi pensieri,
il più dimostrato dei tuoi anni,
il soffio più svezzato che dimora nei letti senza croce.
La più bella voce che hai udito nel cuore,
gli schiaffi più veloci,
i patti più disarticolati,
i nasi più arrossati
nel vino e nella cocaina.
La locandina del film più gettonato.
Il verbo più gridato
dal podio del sacrificio.
Il dentifricio più secco
nella mattina più parabolica,
e l’erba più allucinogena
dei più potenti antidepressivi.
E i preservativi più sicuri della morte.
E le più scottanti abbronzature.
Sono solo sottigliezze,
sono solo sfumature.
Sono nere righe d’inchiostro
nel libro dei posteri.
(Nella più dolce delle ipotesi).

 

Una nota su Marco Munaro

da qui

di Giorgio Stella

Il poeta di Rovigo al secolo Marco Munaro è un giocatore di azzardo di versi. Una cronologia sarebbe impossibile in questo senso: ci sembra una scommessa tentata, tentata bene, la sua poetica che non garantisce il poema ma lo arricchisce nello schema che appunto lo diminuisce. Veramente una Las Vegas senza luci al neon che riproduce al buio del nero. In effetti il Nostro come già detto ma vale ripeterlo non ha comparti stagni, rievoca i fasti di un’antica leggenda che rappresenta un’epoca e i suoi protagonisti. Un’epoca provvida nella medesima propria. Suo malgrado, ma non per caso, per caso suo, risolleva la traballante economia ermeneutica. Il mittente e il destinatario si equivalgono. Erede di una proprietà privata pignorata, da un novecento post-mortem, come un veggente riepiloga un’assenza già presente. Ma non fa niente, niente di male, come una madre purtroppo precocemente assente.

Giorgio Stella, L’arco del cerchio

I L’ARCO DEL CERCHIO

Nel moto Dell’orfico modo
Il segno reale
Dell’alveare suo –

E dell’asse orfico 1 –

Ad ogni tuo era nostro
Siamo vivi quanto basta
Per morire all’altro suo 2 –

Verena del Rom
Hanno appena il circo
Stendato ma il filo
Rompe l’asse del tiro 3 –

L’alveare nucleare
Nn ha cellula
Di membrana
Se è spenta la
Dose periferica 4-

Un dosso a sonagli
Nn muore sulla sfinge
Dei tarocchi
Ma vive nei tarocchi
Del sughero, il fondo dei
Bicchieri spaccati 5 –

Siamo vivi quanto basta
Per morire ancora da vivi e
Un alveare aspetta
Il felix di lux (nel Rom) 6 –

(A Riccardo Mannerini, “Le labbra di Ester”)

Da qualche parte siamo
Stati vivi, ora è una parabola
La scacchiera che ha
Infranto l’arco del cerchio 7 –

Un nucleo nel mare
Della cellula resta
La cellula nel nucleo
Del deserto alveare (creolo) 8 –

La felce nn deriva dal
Battere della bacca,
Io nn son quel che tu puoi
Di me quando è alveare la Messa a catena, nell’alveare 9 –

Era appena creola la sfinge
Dei tarocchi
Ma il fondo del
Bicchiere ha reso ombra
Allo sfondo (alveare) 10 –

[da Giorgio Stella, Rom, Seneca Edizioni, 2012]

La parola ai poeti. Giorgio Stella


Per me la poesia è dettato non canto da sempre pensato e pagato. La novella delle biografie attrae la poesia consolatoria ma è un deterrente non un attenuante, un immergersi in vena. Verso la poesia totale di Adriano Spatola è il calibro di questa monarchia platonica.  La categoria si evade come un una mimica di Keaton come del resto non porta avanti né indietro pur non richiesto si estende all’atto inciso del morso nel cordone ombelicale. Confermo la poesia è dettato non canto se Whitman  lo avesse saputo prima io cancellerei la poesia a sé medesima in quanto retroattiva. Pulcinella ha dato senza togliere a nessuno i versi nei libri degli altri poeti: Giuliano Gramigna in ES-O-ES è il manifesto di una epoca e dei suoi protagonisti nella traballante ora occidentale. Meglio la morte di un figlio che essere poeti in entrambi i casi fine pena mai. Chi non mi portò nessuno dal nulla? Plotino  e l’Umanesimo.

Come poesia

Sfilando il nettare alla
rosa questa volta
l’inverno è vero.

La mia storia:
un coriandolo d’ombra
su un carnevale bianco.

Rapito nella taverna
della via lattea,
come “calcea” orzata

sulla maschera,
come poesia
cancella.

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Giorgio Stella. Da “L’arco del cerchio”


L’arco del cerchio

L’infinito asse formato

Orizzonte appeso

Al verticale

Nulla della rosa

La radice di tutto

Il niente

Dell’oracolo

Divide uno nello zero –

 

Colma distesa

L’ombra, niente

Ci segue –

Ora non ora

Il carnevale circense


Aspetta l’arco del cerchio;

Siamo in pochi

Nel nulla di tutto

E nessuno sarà molto

Di più dello zero nell’uno

Nel valore dell’addio muore

Giorgio Stella. Da “Sterpia”


Dove pisciano i cani

È là, dove pisciano i cani

tra i santi e i morti

che io, davvero, non posso

più morire

ma solo essere me stesso –

Qualche volta ci passa Pasolini;

scende dalla sua Cadillac bianca

che sembra il baraccone

d’un circo, così ridotta a

sanguinare quel sangue antico

che l’anima estinta tace –

Quando gli si chiede

com’è che è andata lui

risponde che

“è stato come gridare tutto

quanto in una sola volta” –

Se lo si interroga meglio

si prende a massaggiare le

guance scavate,

come alludesse che era una

carezza lo scialle che lo coperse.

Franchi tiratori, di Giorgio Stella.

 

Franchi tiratori

 

                 

                      Per se…

 

La mia ora è questa […]

[Franco Tralli]

                               

 

– 1 – Scrivi Samantha piano

Lo sciogliersi

Dei Santi amori –

L’alce promette

Il miele nel nettare Continua a leggere→

Giù la maschera, di Giorgio Stella

Giù la maschera che é già caduta

tra l’ostello e l’aborto del censimento suo –

alle volte regalava un sorriso

altre elemosinava un fiore, un nome,

un fiore sul nome –

quanta aria pura passa dalle parti della croce

avvitata alla luce che la previene da dove viene –

la maschera é caduta,

sarebbe azzardato dire come dare un tozzo di pane a un cane

e invece il canile si apre e il forno é mozzo

quasi fosse vietato parlare in un medesimo teatro.

Franco Battiato, di Giorgio Stella

 

FRANCOBATTIATO

– 1 – Mi mossi alla pietà

Soprattutto mi concentrai

Sulle linee delle finestre

Che all’alba organizzavano

Il can-can dei cani

Vigili ai vetri che le custodissero –

Fui quel che nessun gergo promuove

La lunga luce al sole come fiamma,

era l’alba il cane è alla finestra

che guarda la linea organizzata

Continua a leggere→

Con gli occhi del fiore nel vaso, di Giorgio Stella

 A Marco Munaro

Con gli occhi del fiore nel vaso

Me ne vado tra i rottami

Cercando fortuna di monete

Che non abbiano valore –

Tubi di ghisa ho trovato

Nel cantiere del cimitero 

Ci faccio l’acrobata sopra –

Veli di seta

Linee di morte verticale

All’orizzonte del meglio si possa

[trarre dall’ombra dello spavento [-

Così sto in mezzo ai cani

Pregando che un gallo

Quando abbaiano

Becchi nei loro denti

Il fiuto che lo rendono canto.

Giorgio Stella, Potere della cosa

A chi non oso pensare

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Il segno la descrive

[Giacomo B e r g a m i n i]

Potere della cosa,

piange la rosa sul petto della medaglia

appuntata al viso del carnevale carne-levare

levare la carne – un sasso rotola l’altro sasso

Ginevra porta addosso i segni dei fiori

Che profumano di Spirito Santo

Raccolti in Paradiso – Ginevra sa bene

Che il Figlio non è Suo ma ha il cuore di latte

‘io e tu padre eravamo disperati, dove ti nascondevi?’

“madre, sono ad insegnare Dio

quello che da Lui ho imparato: il Padre il Figlio e Lo Spirito Santo”

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