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da qui
Riflettevo sul dubbio del Battista riguardo al messianismo di Gesù. Se vacillò un profeta come lui, vuol dire che nessuno può scampare al tarlo dell’insicurezza. Persino Gesù, nel Gat Shemanin – il pressoio per l’olio – provò a chiedere al Padre di cambiare il suo destino. Compresi come il dubbio sia una specie di test per smascherare la struttura resistente a Dio: agendo su di me, il peccato mi rendeva complice di chi continuava ad insidiarmi nonostante i rifiuti, le ritirate strategiche, la miriade di segnali che emettevo per chiarire quali fossero le mie intenzioni. Solo così si spiega la resa senza condizioni, malgrado gli sforzi eroici della volontà. L’incapacità di tradurre in azione la scelta razionale era il mio cruccio più angoscioso. Potevo spiegarmi, da questa prospettiva, la potenza del peccato originale: un morbo che circola nel sangue e che solo un miracolo può neutralizzare. In questa fase, attendevo inquieto le e-mail che m’inviava; temevo l’eterno stillicidio del “niente da fare, sei sempre nello stesso punto”. Avrei voluto rinunciare, ammettere d’essere inadatto a questo genere d’impresa. Anche lei dava segni di stanchezza, scoraggiata dall’assenza di progressi decisivi. Se i messaggi si facevano radi, se vedevo assottigliarsi il filo che Qualcuno aveva teso fra noi due, ne deducevo che si fosse arresa, delusa dal partner impotente di fronte a una realtà troppo complessa. Ero tentato di chiudermi anch’io in un mutismo irreversibile, di scavarmi una nicchia di cinismo e noncuranza, pur di sottrarmi al turbamento. Ripensavo all’elefante di peluche sul balcone dell’EUR, al bambino che sperava di trovarvi un improbabile conforto per la sua solitudine inguaribile. Sarei mai sceso in strada? Avrei deciso, un giorno, di affrontare quel male alla radice?