Archivi tag: L’eredità. Diario a quattro mani.

48. Una bellezza mozzafiato

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Il miglior criterio di discernimento, dicono gli esperti, è la frase del Vangelo che invita a riconoscere dai frutti persone e situazioni. Il cammino riusciva a operare importanti cambiamenti; la nostra fatica, spesso eroica, non era un esercizio ascetico o un tratto masochista, ma un’assenso al volere del Signore. Continua a leggere

44. Quanto resta della notte?

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Ogni volta che progredivamo o ci sembrava d’aver colto un obiettivo, c’era qualcosa che ci spingeva indietro. Ormai era una legge: una forza oscura provocava un’azione contrapposta, che avvertivo addosso persino in senso fisico. Continua a leggere

40. Un’altra prospettiva

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La mia vita, ultimamente, è un paradosso. E cos’è, in definitiva, un paradosso? Secondo il dizionario, una proposizione che apparentemente, per forma o contenuto si oppone all’opinione comune o all’esperienza quotidiana. Apparentemente? Gli aspetti inconciliabili sono quanto mai evidenti, quando li si vive. Come si spiega, allora, la presenza dell’avverbio? In modo che pare, ma non è, recita ancora il dizionario. Continua a leggere

39. Lo sbocco

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Quella mattina mi alzai prima dell’alba, come da tempo avevo preso a fare. Pregavo e meditavo, cercando di trovare il filo smarrito chissà quando, o chissà come. In realtà lo sapevo: fu la paura della libertà, il senso di vertigine che provi quando sei su una ferrata di montagna, o ti affacci all’ultimo piano di un palazzo altissimo. Non mi fidai: temevo di cadere, e quel che temi, spesso, si realizza. Il crollo successivo dipese dall’assenza di fiducia, di autostima: m’era già capitato di lasciare una ragazza nel dubbio che l’avrebbe fatto lei. Continua a leggere

33. La nicchia

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Riflettevo sul dubbio del Battista riguardo al messianismo di Gesù. Se vacillò un profeta come lui, vuol dire che nessuno può scampare al tarlo dell’insicurezza. Persino Gesù, nel Gat Shemanin – il pressoio per l’olio – provò a chiedere al Padre di cambiare il suo destino. Compresi come il dubbio sia una specie di test per smascherare la struttura resistente a Dio: agendo su di me, il peccato mi rendeva complice di chi continuava ad insidiarmi nonostante i rifiuti, le ritirate strategiche, la miriade di segnali che emettevo per chiarire quali fossero le mie intenzioni. Solo così si spiega la resa senza condizioni, malgrado gli sforzi eroici della volontà. L’incapacità di tradurre in azione la scelta razionale era il mio cruccio più angoscioso. Potevo spiegarmi, da questa prospettiva, la potenza del peccato originale: un morbo che circola nel sangue e che solo un miracolo può neutralizzare. In questa fase, attendevo inquieto le e-mail che m’inviava; temevo l’eterno stillicidio del “niente da fare, sei sempre nello stesso punto”. Avrei voluto rinunciare, ammettere d’essere inadatto a questo genere d’impresa. Anche lei dava segni di stanchezza, scoraggiata dall’assenza di progressi decisivi. Se i messaggi si facevano radi, se vedevo assottigliarsi il filo che Qualcuno aveva teso fra noi due, ne deducevo che si fosse arresa, delusa dal partner impotente di fronte a una realtà troppo complessa. Ero tentato di chiudermi anch’io in un mutismo irreversibile, di scavarmi una nicchia di cinismo e noncuranza, pur di sottrarmi al turbamento. Ripensavo all’elefante di peluche sul balcone dell’EUR, al bambino che sperava di trovarvi un improbabile conforto per la sua solitudine inguaribile. Sarei mai sceso in strada? Avrei deciso, un giorno, di affrontare quel male alla radice?

31. Sarebbe sceso

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Credevo sempre d’avercela fatta: pregavo, m’impegnavo a non ripetere gli errori, soprattutto gli atteggiamenti seduttivi, gli sguardi, le parole di troppo, l’armamentario logoro che partiva in automatico ogni volta che una donna riusciva a fare breccia. Continua a leggere