di Gianni Fumagalli
Zio Tac, zio Tac … ; la casa risuonava spesso di queste grida quando lo zio era ancora in vita. C’erano sempre bambini che gli si aggrappavano alle gambe con insistenti richieste. Il suo viso sorridente catturava le loro simpatie, tutti si sentivano protetti e accolti dalle sue movenze armoniche e dal sorriso conciliante. Zio Tac non si arrabbiava mai e nessuno l’ha mai sentito alzare la voce. Amava esprimersi con proverbi, similitudini e sentenze che a volte inventava lui stesso: “Lo zelo non salva dal gelo; solo la galera libera lo spirito”, – oppure alcuni che mi risultarono enigmatici per molto tempo, come – “chi corre troppo finisce male.”
Pochi ricordano il suo nome di battesimo che era Giuseppe, ma tutti hanno dimenticato l’origine del soprannome, Tac. Me lo raccontò qualche anno prima della sua morte, dopo lunghe insistenze, perché zio Tac non amava essere oggetto di nessuna attenzione e quando ciò accadeva aveva mille strategie per sottrarsene. Però un giorno, forse sfinito dalle mie mille domande, mi raccontò che da giovane aveva imparato la filastrocca, che io ricordo solo in parte: “Te che tachet i tac tacum i tac anca a me, me tacat i tac a te che te tachet i tac? Tachiti te i to tac te che te tachet i tac”. La ripeteva sempre così bene e velocemente che stupiva tutti gli ascoltatori, grandi e piccini. Finì per essere zio Tac e fu zio Tac per sempre.
Le zie a volte hanno accennato che lo zio Tac fosse stato in prigione in Germania, durante la seconda guerra mondiale. Quando succedeva questo lo zio si ammutoliva, stampava in viso un sorriso spento e non era più lo zio Tac. Continua a leggere







