
Dio non ci chiama perché siamo bravi. Anzi, più siamo miseri, più siamo adatti a essere raggiunti. La scala del successo funziona al contrario, nel Vangelo: è quando si tocca il fondo che si è pronti per cambiare vita.

Abbiamo problemi di chiusura? Ci sembra che l’aridità dell’anima abbia raggiunto un livello di emergenza? Che neanche una tonnellata di tritolo potrebbe far saltare il muro che, giorno dopo giorno, abbiamo eretto in noi? La soluzione c’è. Come può il tuo cuore – dice il Cristo alla Bossis – restare chiuso davanti alle mie piaghe aperte? Pensiamoci, oggi, tra una cosa e l’altra.

Siamo sempre pronti a restare delusi per quello che gli altri non ci danno e che, secondo noi, meriteremmo senza dubbio. Gesù sposta il problema: pensiamo a dare noi; poi il mondo, se vuole, cambierà. Ci voleva Lui per spiegare che i nemici non sono quelli fuori, ma quelli dentro di noi, di cui difficilmente ci accorgiamo.

Oggi prevale l’idea che l’essere umano sia istintivo, che viva assecondando ciò che sente, senza mediazioni. È un equivoco grave, perché manca il dato che lo rende “umano”: un io che sceglie dove andare, cosa fare, se rivolgersi alla carne o allo spirito, in termini teologici. In una parola, non è la natura, ma la persona l’elemento decisivo. La natura è necessitata, la persona è libera. Per il credente, la Persona per antonomasia è Cristo: se vive di Lui, partecipa della sua libertà.

di Giampaolo Centofanti
Lo svuotamento della gente che pare alla radice del “sistema” di potere odierno sta comportando una diffusa protesta non a caso istintiva verso tale oligarchia. I vecchi apparati vengono messi in minoranza ma proprio così si svelano mostrando molti altri mezzi in loro potere per imporre ugualmente la propria agenda alla politica, alla legge e via dicendo.
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