
Siamo frumento da macinare per diventare pane. L’amore è tutto qua: essere pane, vino, per la fame d’amore. Il paradiso è una tavola imbandita, un banchetto organizzato dal Re dei Re. Dai secoli dei secoli. Amen.

I meriti sono tutti di Gesù. Noi possiamo solo ricevere, ma è questa l’arte del credere. Dovremmo tenere in gran conto i Sacramenti, che sono la banca dove ritiriamo il necessario per vivere in eterno. Quella di Dio è una strana economia: noi abbiamo tutto da guadagnare, Lui tutto da perdere. Ma guadagna noi.

Offri il presente, con tutta la forza del tuo amore: questo consiglia il Cristo alla Bossis, sul letto di morte. Questo è il consiglio che possiamo attuare fin da adesso. Quante volte l’oggi è disperso: nel rimpianto o il rimorso del passato, nell’ansia del futuro. Offriamo il presente, e il sipario finalmente si aprirà.

di Riccardo Ferrazzi
Ogni volta che torno a Firenze c’è uno spunto nuovo, affascinante, totalizzante che mi aspetta. Stavolta è uno spunto dannunziano. E già mi par di ascoltare la solita storia: uff! D’Annunzio! Quel parlar forbito e saccente, quella voglia di stupire a tutti i costi, quegli estetismi a un tanto al chilo!
Un momento: fermi tutti. D’Annunzio è anche questo, come no? Ma non solo questo.
Prendete una qualunque raccolta di poesie dei vostri preferiti: Montale, Quasimodo, Ungaretti. Oppure Neruda, T.S. Eliot, Dylan Thomas. Diciamo la verità: per ogni lirica stupenda ce ne sono venti dozzinali. Perbacco: è la stessa percentuale di D’Annunzio. E le raccolte? Ungaretti vive per l’eternità sulle liriche del “Porto sepolto”, Montale sugli “Ossi di seppia”, D’Annunzio sull’”Alcyone”. E allora?
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Consiglio spesso di svegliarsi e addormentarsi col Magnificat: qualsiasi cosa accada, ringraziare il Signore, per il dono di Sé. Gabrielle Bossis, sul letto di morte, chiede a Gesù se questa sia l’estrema malattia; Lui le risponde lapidariamente: “Magnificat” . Avevo visto giusto: grazie, grazie, fino all’ultimo respiro.

Oggi, per la prima volta, ho capito dal vivo cosa sia la psicologia della folla. Ero all’ufficio postale, in attesa che uscisse il numero, conversando con un mio confratello e l’impiegata. Finita la pratica del sacerdote, ero convinto che toccasse a me, cioè che fosse scattato il mio numero, il primo della serie dei correntisti. Dopo un poco, quasi al termine dell’operazione, una signora dietro me dice che ho fatto il furbo, il finto tonto e via insinuando. A lei si uniscono altre donne, che evidentemente non vedevano l’ora che qualcuno desse fiato alle trombe. Io ero frastornato: non mi è venuto in mente di dare l’unica risposta sensata, che cioè fossi convinto, per ragioni imponderabili (la stanchezza gioca al prete brutti scherzi) che fosse scattato il mio numero. Un fuoco incrociato di accuse mi investiva, come davanti a un plotone d’esecuzione. Finita la pratica, ho salutato le impiegate, sorridendo cordialmente. Non immagino cosa abbiano potuto dire di me le signore del plotone, ma posso farne a meno. L’importante è aver capito, per la prima volta, cosa sia la psicologia della folla. Ed esserne uscito vivo.

LA DISTANZA: SPAZIO, TEMPO, INTERIORITÀ
di Raffaela Fazio
La distanza è duplice. Da un lato, può essere dolorosa, perché ostacola qualcosa che è abbastanza connaturato in ciascuno di noi, ovvero il nostro desiderio di abbandono totale e di totale fusione, di accoglienza e di pieno riconoscimento. Dall’altro lato, la distanza è fondante e necessaria: affinché una qualsiasi realtà possa esistere, infatti, essa deve distinguersi dal resto ed essere distinguibile. In questo senso, la distanza è lo spazio che permette ad ogni cosa di delinearsi, di crescere e di essere compresa.
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I Padri raccomandano di vedere Dio in tutto. Vederlo al di sopra di tutto è garanzia di verità: il suo sguardo dà senso e misura, ricolma di vita, orienta al bene. È come una luce che, calando dall’alto, permette di scorgere anche gli angoli più oscuri. Signore, che io veda! È il grido di sempre, il lasciapassare per l’eternità.