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Frammenti di un discorso poetico

Arendt
(Saggio breve inedito)

di Rosa Salvia

Questa mia ‘irruzione’ nel labirinto della comunicazione poetica prende avvio con una riflessione di Simone Weil: “in poesia non c’è atteggiamento di maggiore umiltà dell’attesa muta e paziente. È l’atteggiamento dello schiavo pronto a qualsiasi ordine del padrone, o all’assenza di ordini. L’attesa è la passività del pensiero in atto. L’attesa è trasmutatrice del tempo in eternità”. (1) Continua a leggere→

9. La fede della Chiesa

battaglia
Era la nostra relazione il fondamento, il perno della storia. Più si procedeva, più il Signore ci faceva comprendere che occorreva trovare lì energie e motivazioni, che l’incontro tra noi era il nucleo incandescente, il big bang da cui si sarebbero formati gli eventi promessi, come una serie potente di deflagrazioni. Proprio per questo il demonio ci attaccava, cercava di mettere zizzania, suscitava incomprensioni e gelosie, che portavano sull’orlo di rotture irreparabili. Ogni volta però, nella preghiera, riemergeva la coscienza di un dono, di un Progetto che andava al di là delle nostre mancanze e insicurezze. La storia della profezia era piena di queste insufficienze, del dolore di chi viaggia in direzione opposta, lottando coi fantasmi delle tentazioni e della propria umanità recalcitrante. Ci invadeva una forza misteriosa, spingendoci ad andare oltre noi stessi, approdando, come dice il Vangelo, all’altra riva. Era questa la chiave che ci dava il coraggio di affrontare un contesto refrattario e ostile, di combattere una guerra con nemici invisibili e mortali, annidati in ogni angolo, pronti a sferrare in ogni istante il colpo decisivo. Ma con noi non l’avrebbero spuntata: questa era la nostra fede, questa è la fede della Chiesa.

8. Il suo combattimento

tronco
La prima impressione fu quella di trovarsi all’improvviso nel posto sbagliato al momento sbagliato: un pacchetto già pronto, dove il prete era poco più che un soprammobile. Un’idea simile sarebbe potuta scaturire solo da qualcuno convinto di disporre di persone e cose alla stregua di una proprietà privata. Tentarono di instradarmi nei binari, censurando ogni minima obiezione. La sostanza dell’approccio si riduceva a questo: qui fai quello che diciamo noi. Non c’era l’ufficio parrocchiale, ma una segreteria dove il gruppo laico dirigente era padrone incontrastato. Da anni continuavano a ripetere le medesime cose nell’identico modo: provare a cambiarle avrebbe significato guerra aperta. Il mio ufficio diventò un tronco d’albero nel giardino antistante la parrocchia, situata al di sotto di una struttura alberghiera annessa all’opera del Divino Amore. Dopo un primo istante di sorpresa, cominciai a procedere in direzione opposta a quella suggerita: dosi massicce di ecclesialità e di Parola di Dio, che restituirono agli spauriti catechisti una coscienza della loro dignità. Un po’ alla volta, la comunità fioriva, iniziava a coltivare in cuore la parola libertà. Dalla grotta di Elia ai nuovi posti dove era possibile incontrarsi, noi due ci lasciavamo ispirare dal Progetto di un Dio che si faceva ogni giorno più vicino, più coinvolto, come se il combattimento fosse il suo, e non il nostro.

7. L’ignoto

ignoto
Il primo impatto, dunque, fu durissimo. Dentro mi sentivo morire, ma mi sforzavo d’essere aperto e disponibile, per non propormi sotto forma di problema, ma semmai come risorsa. Nel Santuario era il caos: una riunione del clero locale fu interrotta da un intervento telefonico del Cardinale, che proibiva le consultazioni indipendenti. Nessuno sapeva cosa fare. Paradossalmente, ero l’unico in possesso di certezze: l’urgenza di scaricare le valige, sistemare la stanza, prendere coscienza dell’ambiente. Il mio mentore era il vice del don, che mi trattava con squisita gentilezza, cercando d’alleviare l’angoscia del momento. Era il primo settembre: dietro di me lasciavo una parrocchia e un Centro giovanile cui trasmettevo il mio carisma, ereditato da don Mario, il maestro di sempre; davanti a me, l’ignoto.
Presto, al Santuario, fu nominato un amministratore, che conoscevo dagli anni del seminario diocesano. Mi stimava, e valorizzò largamente i miei talenti: mi affidò messe importanti e mi permise di tenere, settimanalmente, una catechesi cui presto affluirono cento e più persone. Da febbraio in poi, mi delegò la pastorale parrocchiale: lì subii il secondo trauma, che si aggiunse alla scomparsa imprevedibile del don.

Joseph Czapski, «Proust a Grjazovec»

czapski

Józef Czapski, Proust e il ritorno della memoria nella ‘terra disumana’ dei gulag.

Proust a Grjazovec (Adelphi, pp. 125, euro 18) è un libro decisamente particolare. Denso, a tratti commovente, luminoso. Di che si tratta? È un saggio, una lezione, una conferenza su Proust, un florilegio della memoria sfuggito, per miracolo, alle maglie strette del gulag di Grjazovec – uno dei tanti nell’enorme arcipelago –, a quattrocento chilometri da Mosca. Continua a leggere→

6. Sorprese

caffè
Alla fine la spuntammo: avrei fatto un anno sabbatico, poi sarei tornato. Dentro di me, però, sapevo bene che non si sarebbe trattato di un tempo così breve. Intanto, bisognava pensare a un sostituto: sua eminenza disse di aver trovato la persona giusta, “un uomo di Dio”, che poi si rivelò diverso da quanto potessimo pensare.
Avvicinandosi il giorno del trasferimento, m’interrogavo sugli scenari nuovi che si aprivano. Con il don si parlava di creare un centro di spiritualità e cultura, e già mi vedevo contattare questo e quello, tessere reti con scrittori, pittori, musicisti. Ma soprattutto pensavo a quanta gente avremmo avvicinato, grazie al santuario di recente costruzione, capace di accogliere due migliaia di fedeli.
Venne il giorno fatidico: mi preparavo all’incontro con il don. Assaporavo la bellezza di poter condividere con lui l’ebbrezza di una vita nuova, la realizzazione di un Progetto pensato su misura, la manifestazione potente della volontà di Dio. Ora lo chiamo, ora mi chiama. Per prima cosa cosa andremo a prenderci un caffè.
No, niente chiamate, né caffè: il don se n’era andato.

Charles Baudelaire, un maledetto romantico

baudelaire
di Augusto Benemeglio

1. Il destino.

Charles Buadelaire – forse – non meritava quella madre, né quelle eterne angustie finanziarie; non meritava quel gretto Consiglio di famiglia formato dalla stessa madre, dal patrigno e dal fratellastro, che lo deprivò della sua libertà d’agire, né quell’amante tirchia; non meritava di morire di sifilide a soli quarantasei anni. Continua a leggere→

5. La sua spiaggia

Spiaggia
Il tempo passava, e sembrava non succedere nulla. Poi, all’improvviso, ci fu un’accelerazione inaspettata. Nella preghiera, emerse la necessità di puntare molto in alto, di parlare del Progetto con la gerarchia. Divisi tra speranza e panico, percorremmo una strada che solo il Signore avrebbe potuto suggerire, perché le autorità costituite erano del tutto refrattarie a questioni di tal fatta. Ogni volta che mi presentavo in Vicariato, mi sentivo un alieno in visita fugace a un pianeta lontanissimo. Eppure avvertivo una strana sicurezza, come se le istanze non fossero mie, ma agissi su delega di qualcuno più importante. Sarà per questo, sarà che la preghiera diventa infallibile se si allinea col volere di Dio, accadde quello che non avremmo mai sperato. Scegli il divino amore: l’invito imperioso apriva le porte che in qualunque altro caso sarebbero rimaste invalicabili. Cominciai a preparare i parrocchiani e i membri del Centro giovanile. Mi sentivo tirato da due parti, lacerato da opposti desideri. Ma sapevo quale fosse il mio destino, avvertivo la presenza di un Dio che ti lascia sempre libero, ma al tempo stesso ti rende consapevole di dove ti vorrebbe: e quando vuole, è un’onda irresistibile che ti trascina dritto alla sua spiaggia.

4. Naufraghi

mare
Parlavo col don a intervalli regolari. Lui era minuto, con gli occhiali che prendevano sul volto uno spazio esagerato. Mi capiva: solo più tardi seppi che era uno dei direttori spirituali più quotati, nella nostra città.
Ascoltava senza mai interrompere e ciò m’incoraggiava a raccontare, sgranando la mia vita come un rosario logoro per l’uso. Dai colloqui con lui non trapelava nulla della reale situazione del Santuario: quando entrai e mi resi conto, mi chiesi spesso come avesse potuto resistere anche al minimo sfogo, pur essendo la vittima innocente del sistema. Dagli incontri con lui ritornavo migliore: una lezione di ascolto e di accoglienza, che faceva maturare in me una fiducia radicale nel Progetto. Fino ad allora, questo termine non era, per me, così importante: adesso, invece, si rivelava un credo di cui non avrei più potuto fare a meno. Intorno c’era gente che procedeva incerta, come a tentoni; persone angosciate o rassegnate, indifferenti, impegnate a sopravvivere facendo il morto a galla. Io no, ero parte di un Disegno, un volere di Dio che mi chiamava nel mezzo di una prova in cui da tempo navigavo a vista. Il Signore, per intercessione del mio amico, mi aveva sottratto a poco a poco a una rovina più certa della morte. Nelle nostre preghiere alla luce delle stelle, mi sentivo un naufrago sospinto sulla spiaggia da un’onda irresistibile. Elia ci fissava con le braccine alzate, indeciso se esultare o disperarsi. Il gatto non osava avvicinarsi: ci studiava da lontano, per decidere, alla fine di una lunga riflessione, se fidarsi o meno dei due strani personaggi con cui condivideva il territorio.

Liguria Spagna e altre scritture nomadi, di Marino Magliani e Riccardo Ferrazzi

Magliani
Prefazione di Giuseppe Panella

Sì, viaggiare…
Letteratura di viaggio e stile della visione

«Potrei cominciare l’elogio del mio viaggio col dire che non m’è costato un quattrino: il che costituisce un punto degno di considerazione. Per questo dunque, esso sarà soprattutto decantato e applaudito dalla gente di modesta condizione. Ma c’è un’altra categoria, presso cui esso è ancor più sicuro di ottenere successo per la stessa ragione che non costa un quattrino. Chi sono dunque costoro? Come, me lo chiedete? Sono i ricchi. Inoltre, questo modo di viaggiare offre non pochi vantaggi agli ammalati, i quali non avranno più da temere l’inclemenza del tempo e delle stagioni. Quanto poi ai timorosi, questi saranno al sicuro dai ladri, non incontreranno precipizi e paludi»
(Xavier de Maistre, Viaggio intorno alla mia camera) Continua a leggere→

3. La grotta di Elia

grotta di Elia
Non ricordo come emerse la questione del Divino Amore. Pregavamo in cima alla collina, nella grotta di Elia. Leggevamo i pensieri scaturiti dalla preghiera intensa cui da tempo eravamo abituati; ogni tanto si affacciava un gatto: non si capiva se cercasse compagnia o protestasse per l’usurpazione del proprio territorio. Per poter decifrare la scrittura, a quell’ora, occorreva una torcia: sembravamo due eremiti in un rifugio in capo al mondo, dove solo le stelle osservavano i nostri movimenti. Una sera di quelle, espressi il desiderio di rimanere lì, in un luogo dove avrei coltivato il mio carisma. E fu in un’atmosfera come questa che sentimmo una voce proveniente dal profondo: scegli il divino amore. Avrebbe potuto trattarsi di un’esortazione a non fermarsi all’amore solamente umano, imperfetto e insufficiente; una spinta a fare con coraggio il salto che traghetta dalla nostra volontà – la famigerata filautia – alla volontà di Dio, che tanto invochiamo, ma spesso ci rimane estranea. Solo più tardi comprendemmo che l’appello prediceva che sarei stato trasferito qui, che il Signore l’aveva previsto dall’inizio, e che l’enigma della vita non avrebbe trovato soluzione se non in questa casa dello Spirito Santo e di Maria.

Il silenzio insubordinato di Rossella Milone

Milone
di Giacomo Verri

Dentro ci sono sei racconti, storie di donne eccentriche e forti, a volte dure, disperate e poi struggenti. Traccia delle linee, Rossella Milone, con questo suo nuovo libro, Il silenzio del lottatore (Minimum fax, pp. 226, euro, 14), dei graffi che tentano, sempre più dappresso, di tracciare il profilo di tante donne difficili, dalla sfacciata brillantezza intellettuale, indefinibile eppure concretissima. Continua a leggere→

I risvolti profetici di un libro

corno

(Sarban, Il richiamo del corno, traduzione di Roberto Colajanni, Adelphi, pagine 191,18 euro)

John William Wall, conosciuto come scrittore con lo pseudonimo di Sarban, è stato un diplomatico inglese. Ha pubblicato in vita due raccolte di racconti e un romanzo.

Adelphi riscopre e manda in libreria Il richiamo del corno, un romanzo ucronico e distopico diventato un libro di culto per tutti gli appassionati del genere. Il libro fu pubblicato nel 1952 e alla sua uscita fece subito discutere.

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2. La profezia

alba
Poter celebrare nuovamente in orari decenti mi fece un effetto singolare. Da tempo ero stato relegato in messe ad ore antelucane e ritrovarmi con la gente che tanto aveva atteso per sentire una parola nuova, era una gioia che ripagava di molte umiliazioni. Comprendevo, nello stesso tempo, che il Signore prevedeva da sempre tutto questo, perché crescessi in umiltà e rinunciassi a quella idolatria che era stata la fonte di mali innumerevoli. Mi avevano riaccolto con calore, chiedendo quale fosse la ragione di una così lunga assenza: rimanevo nel vago, accennavo ai disegni divini, sempre misteriosi, sempre al di là della nostra comprensione contingente. Pensavo, a dire il vero, anche all’aria soddisfatta del gruppo dirigente, che aveva riacquistato le leve del potere. Ma Dio dimostrava che il Vangelo è un’altra cosa, che un luogo così santo non poteva rimanere ostaggio di dinamiche non chiare. Non provavo alcun risentimento, né desiderio di vendetta. Mi era più che sufficiente il senso di gratitudine profonda che mi faceva guardare al futuro con fiducia sconfinata. Ecco, si poteva ripartire: il luogo era pronto a rivelarsi come centro di potente irradiazione dello Spirito Santo: la profezia che mi portavo dentro stava, finalmente, per attuarsi.

Una favola buona per dormire

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C’era una volta un uomo chiamato a governare una grande città, di grandi tradizioni. Cominciò a spulciare tra gli affari che giravano intorno alla sede di governo: trovò di tutto, dai semplici intrallazzi alla mafia organizzata. Decise di fare pulizia, non guardando in faccia a nessuno, aprendo armadi pieni di scheletri e vario putridume. Favorì un processo contro tutti i marioli che affollavano il Palazzo.
Per due scontrini fu costretto a dimettersi, e nella grande città, di grandi tradizioni, tutto riprese come prima.

Scòstati dal sole, di Rosa Salvia

patibolo
Dalla raccolta inedita di racconti Le conseguenze dell’amore

“Tutto è dentro di me, in attesa che io lo capisca”. Delara talvolta si adagiava in soffitta su un vecchio materasso, là dove il suo rigurgito di molle e d’imbottitura lo permettevano. Inseguiva pensieri, ‘visioni’. Poi poggiava il cavalletto e le tele di fronte alla finestra per avere la luce del sole riflessa sui colori e iniziava a dipingere quel che la sua mente creava. Continua a leggere→

Fare spazio a un mondo diverso: i giocattoli di Cesare Zavattini

Zavattini

di Giacomo Verri

“Ho torto forse a ripetere che il mondo sarebbe bello se tutti fossimo malati?”, leggo a un certo punto tra alcune brevi prose di Cesare Zavattini che le edizioni Hacca hanno rimesso in volume con il titolo I giocattoli (pp. 59, euro12): si tratta di una plaquette di una sessantina di pagine, aperta e chiusa da dotti saggi di Valentina Fortichiari e Gualtiero De Santi; i testi di Za risalgono tutti al lustro 1934-1939, e tutti apparvero in origine su «L’illustrazione del medico» e furono ripresi nel 1976 da Einaudi, nel volume di poco successo Al macero: Scritti 1927-1940. Il peso di queste prose è quello lieve della malinconia appena velata da un palpito ironico; un peso specifico, direi, che in questo delicato volume, dalle pagine ben spaziate, trova l’esatto veicolo per poter essere apprezzato al meglio. Continua a leggere→

Vuoi ballare?

bottoni
di Barbara Pesaresi

– La nonna Mina è la persona più importante della mia famiglia.
Terminava così il tema di Chiara. Martina aveva chiesto ai suoi alunni di terza elementare di raccontare la loro famiglia. Velocemente, vi scarabocchiò sopra a matita qualche parola di commento. Era l’ultimo. Chiuse il quaderno, lo impilò sugli altri e si tolse gli occhiali. Continua a leggere→

Il poeta Vittorio Gassman

Gassman
Quindici anni fa l’addio del grande attore

di Augusto Benemeglio

1. La morte non si lasciò incantare

Poco prima di morire , Vittorio Gassman , diede l’ennesimo addio al teatro, sperando di esorcizzare la morte , ma la morte , con cui aveva a lungo lottato – e vinto – nelle vesti di Brancaleone ( forse il suo capolavoro) e in altre mille “finzioni”, stavolta non si lasciò incantare. Continua a leggere→

Cinque poesie di Daniele Mencarelli

Mencarelli
Cinque poesie di Daniele Mencarelli, da Storia d’amore, collana gialla Pordenonelegge-Lietocolle

Undici ottobre novantadue
sedici gli anni appena scoppiati
mille i cazzotti mille i baci
strappati dalle labbra di un paese
sgranato passo dopo passo,
senza mai soddisfarla veramente
questa fame infelice
questo desiderio cane di carne e vita
di voglie ubriache sempre in festa.
Non arriverà il sonno ma una perdita di sensi
un corpo sfinito che s’arrende
a qualcosa dentro di feroce. Continua a leggere→