
Parlavo col don a intervalli regolari. Lui era minuto, con gli occhiali che prendevano sul volto uno spazio esagerato. Mi capiva: solo più tardi seppi che era uno dei direttori spirituali più quotati, nella nostra città.
Ascoltava senza mai interrompere e ciò m’incoraggiava a raccontare, sgranando la mia vita come un rosario logoro per l’uso. Dai colloqui con lui non trapelava nulla della reale situazione del Santuario: quando entrai e mi resi conto, mi chiesi spesso come avesse potuto resistere anche al minimo sfogo, pur essendo la vittima innocente del sistema. Dagli incontri con lui ritornavo migliore: una lezione di ascolto e di accoglienza, che faceva maturare in me una fiducia radicale nel Progetto. Fino ad allora, questo termine non era, per me, così importante: adesso, invece, si rivelava un credo di cui non avrei più potuto fare a meno. Intorno c’era gente che procedeva incerta, come a tentoni; persone angosciate o rassegnate, indifferenti, impegnate a sopravvivere facendo il morto a galla. Io no, ero parte di un Disegno, un volere di Dio che mi chiamava nel mezzo di una prova in cui da tempo navigavo a vista. Il Signore, per intercessione del mio amico, mi aveva sottratto a poco a poco a una rovina più certa della morte. Nelle nostre preghiere alla luce delle stelle, mi sentivo un naufrago sospinto sulla spiaggia da un’onda irresistibile. Elia ci fissava con le braccine alzate, indeciso se esultare o disperarsi. Il gatto non osava avvicinarsi: ci studiava da lontano, per decidere, alla fine di una lunga riflessione, se fidarsi o meno dei due strani personaggi con cui condivideva il territorio.