Archivi categoria: Fabrizio Centofanti

59. Alex

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E’ il tempo in cui non sai come vestirti, con le ultimi propaggini di caldo estivo e le prime avvisaglie dell’autunno. Per stare sotto i ponti, pensi, è il periodo migliore. Ti affacci alla porta della tua baracca, la mattina presto, e vedi gli autobus dell’Atac uscire lentamente dal deposito. Continua a leggere→

58. Amen

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Vuoi scrivere un romanzo teologico: è arrivato il momento di affrontare i nodi irrisolti di una fede che non risponde più alle domande della gente, si barrica nel tempio, lo spazio sacro dove l’incredibile dev’essere credibile, dove tutto si spiega con formule del tipo mistero della fede, e le parole piovono da un mondo che forse non è quello di Dio ma l’universo barocco degli uffici della Curia, in cui figure pallide sintetizzano in collette, preghiere sulle offerte, dopocomunioni, la presenza di un cielo che rifiuta di stringersi nei margini angusti di un messale. Continua a leggere→

57. Quel giorno

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L’hai scoperta da poco, questa stanza. Anche qui potresti stare ore, se avessi esorcizzato la mania di non fermarti, che hai contratto nella parrocchia di periferia. Ti ipnotizza la sua forma contenuta, il colore ambrato che induce una specie di torpore, soprattutto in te, perennemente stanco, con gli occhi che si chiudono da un momento all’altro, il mal di testa che sfuma solo raramente. Continua a leggere→

55. Prima che la musica

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Il violoncello attacca lentamente, senti l’arco che sfrega le corde come se solleticasse il cuore, mentre cerchi le parole come fossero note: non ti puoi sbagliare, sarebbe una catastrofe, perché pendono dalle tue labbra, si aspettano che dica le cose che hanno sognato per un momento come questo, che faccia scorrere le immagini di un film che fa piangere e ridere, proprio come la vita. Continua a leggere→

54. L’officina

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E’ quasi un’ora che sei qui; segno che cominci a invecchiare, che forse stai perdendo il vizio di inanellare un impegno dopo l’altro, anche dopo pranzo, quando tutti cedono al momento di stanchezza, si regalano una pausa rilassante, mentre tu, ostinatamente, accendi il computer e ti rimetti a scrivere: che ci trovi nell’appuntamento che diventa una tortura, per gli occhi che si chiudono, il collegamento che salta all’improvviso, il telefono che squilla, e tu che insegui le immagini che sfuggono, sfuggono, come una chimera? Continua a leggere→

53. Di chi

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Vorresti cominciare da capo: è come se ci fosse qualcosa che ti sfugge, come non fossi tu a tenere le fila del romanzo, ma qualcun altro proponesse i temi, le scene, persino il linguaggio da adottare. La trama finisce col perdersi lungo una strada con il sole a picco, come se il tempo si fermasse, o dovesse tornare lì, per qualche ragione misteriosa. Continua a leggere→

52. Equilibri

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Era un po’ che non veniva; te la ritrovi là, gli occhi nerissimi, come avesse combattuto l’ultima battaglia: avrà fatto la notte? Quanti pazienti sono morti, questa volta? E che significa morire se sei dall’altra parte, coi tubi di flebo nelle mani, la pasticca che scivola per terra e rotola al di là della tenda, e non la vedi più, come il senso della vita? Continua a leggere→

51. Sguardi

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Viaggiando sulla litoranea, ti rendi conto che nessuna foto potrebbe renderne i dettagli: le pieghe dell’acqua, l’ombra delle foglie sulle case, le ferite dell’asfalto così simili alle tue ferite. Corri, corri, come inseguissi le immagini che nessun apparecchio digitale potrebbe immortalare nella forma in cui emergono dentro: solo uno sguardo umano può rendere umana la memoria. Continua a leggere→

È la scrittura, bellezza!

Recensione di Riccardo Ferrazzi

È la scrittura, bellezza!, edito da Clinamen, è un romanzo-saggio come non se ne scrivevano più dai tempi de L’Uomo senza qualità o di Morte nel pomeriggio. Un meta-romanzo il cui protagonista è la Scrittura che parla di se stessa attraverso l’interagire di tantissimi personaggi. Ci vuole una bella dose di coraggio, o forse di incoscienza, per concepire e portare avanti un progetto come questo.
Eppure Fabrizio Centofanti ci riesce, reclamando i diritti della creatività folle e insofferente di qualunque regola, contro le pretese di chi vorrebbe imporle limiti e leggi. Ci riesce soprattutto con l’ironia. E basti un esempio: la scena in cui Giulio Mozzi, novello Mosé, scende dalla cima di un monte con le tavole della legge (della letteratura) e si scontra con Baricco-Vitello d’oro è semplicemente formidabile, un capolavoro di mise en abîme.
È curioso (ma è anche un evidente segnale di maturità narrativa) che proprio Centofanti, poeta e sacerdote, arrivi a coltivare questo genere, a ritenerlo il modo migliore per esporre il suo punto di vista. La sua ironia, che non ha proprio niente di pretesco, svaria su tutta la gamma dal corrosivo al melanconico, e dà il tono alle disavventure dei personaggi fra i quali, ovviamente non ultimo, si annovera lui stesso, l’autore, presenza ineludibile in un romanzo che si occupa di creazione artistica. Un romanzo che potrebbe perfino essere tacciato di citazionismo, tante sono le allusioni che contiene (e come poteva essere diversamente?), financo nell’impostazione complessiva ispirata a Bulgakov. Continua a leggere→

50. La mano

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Perché non metti le inferriate? Non ci abbiamo pensato, qui si vive pericolosamente. E’ vero che sono tornati? Sì, hanno sfondato la porta, Giovanni ha messo dei bulloni. Ma i bulloni non bastano, un poco di buon senso! Si vede che non ci è abituato; non vuoi spaventarlo, gli dici che è normale, se si accettano i poveri più poveri. Continua a leggere→

49. Tritolo

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Ti chiedi se sia possibile – ne parlavi con Flaminia – che i tuoi dolori, la malattia che senti avanzare lentamente, siano il prezzo da pagare per una salvezza misteriosa, perché la Chiesa emerga dal labirinto in cui vaga da qualche tempo a questa parte, dalla perdita dell’entusiasmo e della libertà, dalla compromissione coi poteri. Continua a leggere→

48. Qui dentro

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Perché ti ostini? Lo capisci che è una guerra persa in partenza? Ti faranno fuori. Vuoi dire come l’altro? Non ho detto niente; hai mischiato le carte, non potranno perdonartelo. Il ventilatore fatica a sputare quattro fili d’aria. Lela gioca con Liubìsa, sollevando polvere secca. Continua a leggere→

Ascoli

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La chiamavamo il salotto d’Italia:
la piazza sembra immobile nel tempo,
con la chiesa per parete, il palazzo
comunale dove dicono sì
gli sposi attesi da parenti e amici
coi fiori in mano, mentre la flottiglia
dei piccioni sbanca il tavolo vuoto,
rovesciando tazze e bicchieri. Dalla
finestra di una casa, la signora
col cappellino bianco sta studiando
turista per turista, e tu mi manchi,
mi manchi, amico, non sai quanto, come
l’aria, il mondo ch’eravamo, allora.

Il Cardinale

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La parola, per te, è stata solo
mezzo d’incontro, mai di divisione,
hai fatto delle cattedrali un tempio
di persone e non di denari, come
aveva detto chi, per tutto il tempo
della tua vita, volesti cantare
con gli strumenti della tua esegesi
acuta, raffinata, con l’incanto
della bellezza, la fiducia certa
nella bontà dell’uomo, fatto a immagine
di Dio. E tanto più parevi solo,
quanto più la visione si appiattiva
sull’autorità ossequiata e il pane
di Emmaus non era più spezzato,
e gli occhi non si aprivano e il cammino
non si poteva trasformare in corsa,
per dire a tutti che la morte ancora
è stata vinta, ancora Dio è vicino.

Senigallia

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La spiaggia tra le nuvole è un affresco
dai colori sbiaditi. Sulla sabbia
(di velluto, mi dicono: a me sembra
la sabbia di sempre; in più ci sono
dei sassolini bianchi), la sorpresa
è un gruppo di gabbiani che bivacca
pulendosi le penne, appiattendosi
tutti, controvento. Come se il posto
fosse loro: uno stabilimento
da cui spiccare il volo da un momento
all’altro, anche senza sole. Come
si dovesse volare, ad ogni costo.

47. Il suo nido

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Difficile trovare pace: da quando sei qui non fai altro che rispondere al telefono e alle mail, ascoltando problemi, tragedie, gente moribonda, progetti che necessitano di un’approvazione, Mihaela che resiste disperatamente allo sgombero e ha bisogno del tuo amico avvocato, ma ha perso il numero di cellulare. Continua a leggere→

Portonovo

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Di qui c’è il mare aperto, lo sperone
di roccia s’è accucciato dentro l’acqua,
pare un cane fedele; il motoscafo
penetra il golfo come una vagina.
Solo una volta ho visto questa scena,
forse con te; o forse quando ancora
eri costretto a letto, ad aspettarmi.
Comunque sia, lo contemplo per te,
questo spettacolo degno di un Dio:
ora che non ci sei, che puoi guardare
il mondo solo con me, con gli occhi miei.

Tutto

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Tutto coperto, qui, da foglie e rami.
Stracci e frammenti d’azzurro in mezzo
agli alberi, ai cespugli, sono il mare.
Del Conero intravedi l’ex convento
restaurato, sommerso dalla macchia,
la linea snella dei ripetitori.
La gente passa, parlando di cose
che passano anche loro, in fondo al viale
aumenta in ogni istante il crepitio
di tazze e di bicchieri.
L’unica cosa intera in questo ingorgo
di schegge vorticanti, di altalenanti
segni di assenze e di presenze, suoni
dispersi in cerca di un principio, di una
qualsiasi partitura, tu: sei musica
ai miei orecchi, flusso continuo, come
la fontana che scorre alle mie spalle
fondendo tutto insieme, orrori e incanti.

46. Occhio di pantera

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Perché hai l’impressione che sia tutto un sogno? Cos’è questo monte a picco sul mare, dove le barche lasciano una scia che pare di stelle e dove tutto intorno c’è l’odore di Flaminia, il colore del biglietto rosa che tieni sempre aperto sulla scrivania, come se soltanto lì potesse trovarsi la risposta a ogni possibile domanda? Continua a leggere→