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Francesca Schiavone

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Don Mario avrebbe pianto, e ho pianto anch’io. Cos’è un Roland Garros, di fronte all’infinito, mentre qualcuno muore in qualche parte del mondo, qualcuno uccide e qualcun altro dà la vita? Eppure le lacrime cadono, e non per la vittoria, per qualcos’altro che non riesco a dire né a capire. Forse perché c’è ancora qualcosa che si chiama Italia, nonostante tutto, o qualcuno che si chiama Francesca. Forse perché su quel campo c’è la nostra vita, sporca di terra rossa, con i dentoni in fuori, e le braccia magre per i lunghi giorni di sudore e sacrificio. Una vita con le scarpe da tennis, bianche come la luce incerta dei nostri sogni indecifrabili.

Nulla osta

Strane aureole, quasi impercettibili, quelle di Michelangelo Merisi. Sorprendono, anche, gli strappi nella veste, segno di povertà, e nello stesso tempo emblemi di ferite che la vita infligge all’improvviso, dimenticandoli là, a testimonianza di chi siamo. La croce e il vangelo sono valori che stanno a fondamento, una specie di esorcismo alla tendenza inesorabile a svanire, l’horror vacui cui il nero sullo sfondo pare alludere. Persino il volto ha solo tratti scarni di bagliore riluttante, sempre sul punto di venire sommerso dalla tenebra che domina il fondale. E’ il teschio a conservarsi in piena luce, a indicare lo sbocco inevitabile, quasi agognato dal sapiente che vede più lontano e non teme il dissolversi del mondo. Ha uno strano sapore questa scena, ora che la sorella di un mio amico è morta cadendo dalla scale, attratta da un vuoto che pareva aver dimenticato, come uno strappo lasciato nella veste. Prego che alla fine della rampa abbia trovato anch’essa il vangelo con la croce, un nulla osta per varcare il buio rimasto da patire.

Il principe del mondo

Pare che esistesse una prima versione: Caravaggio l’avrebbe presa a rasoiate, a causa delle critiche rivoltegli. La prova sarebbe la parte alta del quadro, vuota e incompiuta per la fretta del rifacimento, a detta di qualcuno. Nell’opera che abbiamo, il gesto di Gesù è sovrano, ricorda da vicino quello della vocazione di Matteo: il Cristo chiama alla vita in un atto imperioso che non ammette repliche; l’uomo risponde uscendo dalla morte, esistenziale e fisica. L’invito è irresistibile, trascina il pubblicano e l’uomo defunto già da quattro giorni, non c’è ostacolo di fronte all’energia del terapeuta, all’autorità di chi possiede il segreto della vita. Lazzaro alza il braccio destro, sembra stirarsi o forse evocare la postura della croce, come prevedendo che il ritorno alla vita è reso possibile dal dinamismo potente di un dono totale. L’autore è sempre lì, dietro il braccio teso di Gesù, quasi a respirarne l’odore, ad assorbirne il vigore che comunica, per uscire come Lazzaro e Matteo dalle spire di Thanatos, il principe del mondo.

La testa del serpente

Forse perché il bambino è già cresciuto troppo, rispetto alle immagini consuete (e il nudo diventa presumibilmente problematico); forse perché il modello per Maria – come accade spesso per il nostro – è una famosa prostituta, per di più scollata; forse perché sant’Anna, rappresentante della grazia, è separata dall’opera di salvezza adempiuta dal messia; fatto sta che il quadro ha una permanenza effimera nella collocazione originaria e approda nelle mani del Cardinal Borghese, della confraternita dei Palafrenieri, che se lo aggiudica per un prezzo miserabile. In mezzo allo scompiglio impallidisce il fulcro della scena, i due piedi che schiacciano la testa del serpente: un gesto che avrebbe dovuto troncare le polemiche sterili e i pettegolezzi, pronti a perdersi nei particolari secondari, nei labirinti inestricabili della mediocrità, trascurando l’essenziale.

Emigranti

San Domenico ha in mano dei rosari: pare quasi un venditore ambulante, al quale Maria indica l’oggetto preferito. E’ bello pensare al santo come a un vu’ cumprà, un emigrante senza patria che sbarca il lunario con gli strumenti poveri della preghiera. Il bambino Gesù fissa l’osservatore con aria di saggezza e di compatimento per la sorte problematica dell’umanità. Lui è il Dio che contempla dal futuro con la certezza che il bene vincerà, la miseria sarà scongiurata, il rischio per guadagnarsi il pane si capovolgerà in godimento di una pace senza ombre. Ma ora bisogna chiedere e soffrire: ai piedi di Domenico c’è una folla di questuanti che vorrebbero entrare in possesso degli attrezzi del mestiere; sono rapiti dal desiderio di disporre di una fabbrica di grazie, una fucina di benedizioni, agognano al segreto del vita, qui rappresentato dal rosario, catena di suppliche calamitate dallo sguardo vigile della Madonna e da quello più rilassato del bambino dai capelli biondi, dispensatore di serenità arcane, di estasi ignote a noi emigranti.

Goliath

Non sai cosa ti aspetta. Immagini sempre di sfidare il gigante, che ha fatto un passo avanti rispetto alle file del nemico. E’ il più alto e forte, inevitabilmente, la barba nera e folta, sopracciglia marcate, labbra e naso pronunciati, spadone enorme brandito con disinvoltura preoccupante. Una serie di dettagli ti mette in allarme: a parte Antonio e qualche ospite pietoso – Luca, don Bruno, Loredana -, gli astanti sembrano freddi e diffidenti: forse è il carattere del nord, distante dalla mia tendenza facile all’abbraccio. Ma lo sguardo va affilato anche per cogliere i segnali positivi: la presenza di Roberto, compagno di traversie virtuali; Giorgio, sbarcato qui da Roma, mobilitando tre amici residenti in zona; Continua a leggere→

Da un altro monte

Tra mezz’ora ho l’incontro. Qualcuno mi presenterà, indicandomi agli astanti. Abbasserò lo sguardo, incrocerò le mani, con un certo imbarazzo. Sarò indeciso se tenermi o togliermi il soprabito, la giacca, perché sarò su un monte e sono un tipo freddoloso. Nella mano destra avrò qualcosa, una penna, una matita, perché non so stare al tavolo senza impugnare qualche oggetto: mi serve per concentrare l’attenzione, così come don Mario batteva le dita sopra il notes. Sarò esposto al pubblico come un povero Cristo nelle mani di Pilato. Non arretrerò, ora che la parola sarà un riflesso della luce che viene da lontano, mentre un amico pregherà per me, da un altro monte.

Fiera

A quest’ora sarò in viaggio. Mi sembra strano lasciare la parrocchia, uscire, anche se il sogno, forse, è quello di girare il mondo, sfidarsi in situazioni inedite, vedere che faccia farebbero, dall’altra parte del pianeta, sentendo ciò che dico nella ventisettesima prefettura della diocesi di Roma. Potrei essere tentato di tenere la mano sullo specchio, pronto a rimandare un’immagine replicata all’infinito; il fiore sarebbe una ricerca esasperata di dolcezza, di attenzione, e il pettine il segno di un ordine eccessivo, un’immagine curata con solerzia equivoca. Meglio ascoltare l’appello struggente di una coscienza sorella, piegata a supplicare di cambiare prospettiva, dal suo angolo in ombra, lontano dalle luci del successo, implorando di trasformare il fiore da simbolo di piacere effimero a pegno di nozze eterne con la verità, che è specchio per l’altro, mai per la fiera insensata della propria vanità.

Tra due musiche

Domattina vado al Festival biblico. Dico che canterò, scherzando con gli amici. La Bibbia, in fondo, è musica, attraversata da ritmi, suoni, melodie: il canto del mare, quello di Deborah, l’inno implacabile di Lamech. La Scrittura è uno spartito interpretato da corni e trombe, zufoli, flauti e cimbali, accompagnato dall’arpa e dalla cetra, sospinto dall’autorevole shofar, capace di schiantare le mura di Gerico antica. Quasi un controcanto rispetto all’armonia femminea del Suonatore di liuto, la linea morbida e sensuale delle mani, le labbra stillanti il testo sconosciuto, la pagina che si affloscia lentamente, i fiori appena colti, la frutta già segnata dal tempo e un violino che pare offrirsi all’estro dell’osservatore. Tra le due musiche cerco la mia voce, sospesa tra il liuto e lo shofar, fra il tempio e la stanza, visitata dalla luce.

Parrocchie di periferia

Sul pavimento si scorgono alcuni gioielli e un’ampolla, citazione dell’unguento versato sui piedi di Gesù da una donna identificata per secoli con la Maddalena: si disfa del benessere terreno, dei proventi di una professione deprecata e miserabile eppure sempre favorita e apprezzata da qualcuno, almeno di nascosto. Lo stesso Caravaggio non parve disdegnarla, se alcune modelle cui fece più ricorso non erano che cortigiane utilizzate anche per quadri a tema religioso – come il Riposo durante la fuga in Egitto, appena analizzato. Non c’è alcuna forma di penitenza estrinseca, bensì un semplice raccoglimento, segno della profondità sincera del sentire, del proposito di cambiare vita: un poeta amico del pittore disse che la tela avrebbe mosso a compassione Dio. Anna Bianchini, la donna qui ritratta, voleva a tutti i costi un dipinto che la effigiasse nei panni della Maddalena, al punto da essere accusata di un furto riguardante, verosimilmente, l’opera in questione. Una storia struggente, di quelle che potevano accadere solo nella vita avventurosa del grande Caravaggio, o di qualche parrocchia sgangherata dell’estrema periferia della città.

Ali nere

Le ali nere restano un mistero: per spezzare la luminosità del corpo efebico? Per indicare il lato oscuro di ogni somiglianza con la totalità e l’integrità di Dio? La fragilità dell’essere creato è anche nel sonno di Maria e nella debolezza del suo anziano marito, affaticato persino dal gesto semplice di sostenere lo spartito, regredito nella posa infantile dei piedi accavallati. Ma nella partitura musicale si nasconde il segreto della forza: gli studiosi vi rinvengono il mottetto dell’artista fiammingo Noel Bauldewijn, ispirato al Cantico dei cantici, parole ben note alla spiritualità cristiano – ebraica: io dormo, ma il mio cuore veglia. La vecchiaia e lo sfinimento rivelano un rovescio di energia e dinamismo, l’anima immortale che impregna la natura, l’albero, il paesaggio sullo sfondo, i sassi sparsi e il fiasco d’acqua piegato ad accogliere la musica come ospite dolce: solidale, nel simbolo oscuro delle ali, con l’imperfezione universale, ma pronto a sollevarsi alla somiglianza armonica col Tutto.

La tela del mondo

Più mi inoltro nell’opera di Caravaggio, più penso che i suoi quadri siano uno stimolo potente per la fantasia. La dinamicità delle figure spinge a prolungare il movimento che racchiudono in sé. Qui, per esempio, è evidente l’evoluzione implicita nei corpi e negli sguardi: la mano che suona lo strumento e quella che accorda, l’altra che sfoglia lo spartito e quella che anticipa già il ritmo, fino al fanciullo che manipola l’uva, simbolo dal significato misterioso (forse erotico). Il concerto sta per iniziare, ma la musica richiede un punto di partenza e un punto di arrivo, un retroterra e un presagio di affetti ed emozioni, brividi e slanci. Il pittore intravedeva un prima e un poi, perché nessun istante della vita può eludere il confronto col passato e il futuro: il presente è un groviglio di eventi consegnati dalla mola infaticabile del tempo. C’è chi ritiene che il ragazzo sullo sfondo sia un autoritratto dell’autore: solo dal grembo dell’ombra emerge l’ordine dell’avventura umana, la prospettiva sempre sorprendente della tela del mondo.

Il morso della storia

Sto invecchiando, e il ramarro lo distinguo a malapena: un’ombra esile, che s’indovina sospesa al dito del ragazzo. Tutto il quadro dipende dal dettaglio appena percettibile: la smorfia del giovane, la sua rigidità, la luce che rischiara la spalla discinta e la rosa curiosamente femminili, la caraffa di vetro, la mano rappresa nel dolore. E’ come se la sensazione di benessere fosse minacciata dal morso dell’angoscia, dalla puntura insidiosa di uno strazio in agguato. L’invito sembrerebbe chiaro: mai cedere al’esca ambigua dell’ozio, alle illusioni della prosperità. Rimane una domanda: il ramarro che  cosa rappresenta? L’etica esigente della vita, il pungolo aspro della coscienza retta? L’invidia predisposta a colpire? O la falce del tempo che incombe sul piacere, anche legittimo? L’unica certezza è la smorfia sofferente, simbolo dell’imperfezione inevitabile della realtà creata, dell’esistenza esposta al morso della storia.

La nostra vita di là (Dalla De Gregori)

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Trentun anni dopo. Come fosse ieri, si potrebbe dire. E invece no, qualcosa è cambiato, siamo cambiati noi, dall’altra parte, le illusioni si sono esaurite nella sarabanda di menzogne, nell’inganno irriducibile che continua a logorare i nostri giorni, incurante dei segnali di tregenda che fanno balenare riflessi sinistri all’orizzonte. E’ cambiata la platea, ancora disposta, tuttavia, a entusiasmarsi per chi non crede che la vita sia uno spettacolo indecente da mostrare come le cosce e i seni delle donne, nell’incoscienza generale che pensa solo ad arraffare l’arraffabile, senza calcolare che alla fine deve pure tornare qualche conto, e se i conti non tornano ci sarà qualcuno che dovrà pagare. Eccoci qua: siamo una grande famiglia; abbiamo lasciato solo un momento la nostra vita di là. La nostra vita di là.

Piedi gonfi

Eh, Loreto! Quante volte siamo arrivati con i piedi gonfi, come quelli con cui Caravaggio scandalizzò i benpensanti del momento, sempre pronti a cogliere il capello fuori posto. Anche la casa scalcinata destò imbarazzo e turbamento, se non indignazione. Chissà se fossero al corrente del fatto che il modello per Maria fu una prostituta amante del pittore, ritratta anche nel quadro della Madonna dei palafrenieri. Ce n’è abbastanza per demolire qualsiasi nozione di pellegrinaggio religioso. Ma il risultato potrebbe essere antitetico: proprio perché svaniscono le bancarelle con la merce in vendita, i volti compunti dei fedeli tuttofare, i soliti riti uggiosi e sonnolenti, e resta invece l’esistenza nella sua nuda e accidentata imperfezione; appunto per questo la Madonna dei pellegrini potrebbe convertire, spingere a visitare quello che fu – e ancora oggi è – il santuario nostro, dove approdiamo sempre con i piedi gonfi, reduci dalla marcia impervia della vita.

Modello Giuditta

Chissà se qualcuno scriverà una storia naturale del mal di testa. C’è gente che non l’ha mai avuto (lo dico senza esagerare: è una persona che conosco bene) e gente che ne è afflitta quasi quotidianamente. L’emicrania, si sa, è invalidante: sottrae energie, appanna il rendimento mentale, intristisce inevitabilmente. Per un lungo periodo assunsi una pillola al giorno: la cibalgina, prima, e dopo il moment. Un medico mi diffidò dal continuare, per non pregiudicare il fegato. Allora ho inventato soluzioni di ripiego: il mangostano, la psicologia energetica, una specie di agopuntura casareccia. Ora, col mal di testa, ho un rapporto imprevedibile; ci studiamo; lui cerca di aggredirmi a tradimento, appena mi distraggo: è sufficiente un pensiero negativo, un’inquietudine. Più facile è durante le riunioni dove basta sbagliare una parola per rovinarti per sempre l’esistenza. Lui sta lì, scruta il momento più opportuno, comincia a pizzicare, finché non ti possiede totalmente. La mia arma segreta oggi so chiama efferalgan: dicono che il fegato lo sopporti meglio. La tentazione onnipresente rimane il metodo Giuditta, radicale e decisivo.

A mano alzata

Il bambino è incuriosito: in quel tempo ne vedeva di sangue, e una scena come questa faceva quasi ridere. Sul tavolo, gli attrezzi del mestiere: rispetto agli studi cui siamo abituati, fa rabbrividire. L’espressione del cavadenti dice tutto: ricorda il dentista sadico della Piccola bottega degli orrori; invece, forse, è solo il parossismo dello sforzo, l’acme di un impegno professionale coscienzioso. Il personaggio anziano sulla destra richiama le figure attempate della Cena di Emmaus, come fosse anche questa un’esperienza di contemplazione esterrefatta e sbigottita. Lo sguardo tendente verso il basso sembra cercare l’altro quadro, la serenità fiorita dal risorto, dopo la passione. La speranza intravede un esito felice, anche quando il dolore insopportabile grida a mano alzata contro il cielo.

Anche l’anello

Il futuro ci sta a cuore. Il bambino sano è felice di guardare avanti, immagina il mondo ricolmo di speranza dal nucleo esplosivo di potenzialità infinite; l’adolescente nutre i primi dubbi, un moto di sfiducia, per qualche muscolo meno virile del compagno, un brufolo di troppo, un voto mediocre al compito scritto di latino. Il giovane fa i conti con la vita, lo studio universitario faticoso, il lavoro che non trova, gli screzi con la fidanzata; l’uomo maturo si adatta ormai alla vita, sa che non può esigere nulla da nessuno, e che invece deve dare; l’anziano è occupato nel bilancio,  l’equilibrio sempre più arduo fra entrate e uscite, prima di rinunciare a tutto. Ma  il futuro ci sta a cuore. Qualcuno si fa leggere la mano, perché domani può affacciarsi la sorpresa, il colpo di fortuna, la lotteria che gira per il verso giusto. Sta lì, con l’ansia che gli spezza il respiro in attesa del responso fortunato, e non s’accorge che il destino baro gli sta portando via il poco che gli resta, anche l’anello.

Sarabanda

Il cardine della Deposizione è nella parte inferiore, dominata dal corpo morto di Gesù e dalla lapide massiccia del sepolcro, unanimemente riferita alla pietra angolare su cui è fondata la Chiesa. Esiste qualcosa che dà senso a tutto il resto, senza il quale gli sguardi smarriti e addolorati, stupefatti e isterici, non avrebbero alcuna consistenza, resterebbero assorti nel sentire spogliato di un centro, lanciato nel vuoto di un’entropia inarrestabile. E invece no, la causa e il fine di ogni gesto si raccolgono intorno a quel corpo, a quella pietra, lo smarrimento della Maddalena, il dolore di Nicodemo e di Maria, lo stupore di Giuseppe, ricco giovane d’Arimatea, l’isteria violenta di Maria di Cleofa sono il corollario di una morte che diventa fondamento, ragione ultima di ogni passione – da quella più matura alla più acerba– di ogni particella di materia che abbraccia finalmente un senso, un filo, la giusta direzione, perché non v’è altra logica se non quella del dare: il resto è caos, babele, sarabanda inutile di meschinità.

Festival biblico

E’ una pagina di uno scritto in gestazione. Un modo per invitare alla conferenza che terrò a Schio il 27 maggio alle ore 20.30, nell’ambito del Festival biblico. Sarebbe bello incontrarsi.

***

L’amore è così

Don *** ricevette una telefonata dallo staff del Festival che si teneva ogni anno nella provincia di Vicenza. Gli proponevano una conferenza su un tema legato alla luce o alla parola. Lui, fino ad allora, aveva sempre rifiutato offerte simili: l’assistenza a don Mario lo impegnava al punto da rinunciare per principio a ogni occasione, suscitando la disapprovazione del malato. Continua a leggere→