Archivi categoria: Fabrizio Centofanti

Il bello della compagnia

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Ho vissuto in questa casa dalla seconda media all’assistentato universitario. Ora si sentono solo le voci dei nipoti e di mia madre, che cerca di intrattenerli come può. Mio padre non c’è più; le generazioni nuove richiedono attenzioni ed energie. Sulla sinistra, un deposito di libri: ogni tanto mi affaccio, per vedere se ne trovo uno da portare via. Molti sono miei, non so più dove lasciarli, perché da me c’è sempre meno posto. Dal salone, si sente la TV: si riferisce di un convento, spaccio di droga e falsi pellegrini. Tutto è cambiato, non sono mai stato più di passaggio di così. Penso sia un bene, vista l’aria che tira. Si avvicina mia madre, per dirmi che il nipotino è buono: così piccolo, non disturba mai. Aggiunge qualcosa sui falsi monaci, con saio e cocaina. Accende la radio, c’è una cronaca da Fatima, per il viaggio del papa. Arriva mia sorella, con l’altra nipote, fa le feste al piccolo, mentre mia madre le assicura che ha mangiato a sufficienza: la pasta, e molto melone. Racconta: lui dice che sono tutti brutti, tranne Gesù. E zio Fabri, com’è? gli chiede mia sorella; e il bambino: è brutto pure lui. Spengo il computer, me ne torno a casa, dall’unico bello della compagnia.

Quasi carnale Dio

Un’impresa metterle insieme tutte e sette: solo un genio potrebbe riuscirvi in maniera convincente, naturale, con il pezzo di cielo che cala dall’alto quasi con violenza, la Madonna e il bambino – lei premurosa/preoccupata, lui quasi sorridente – e gli angeli intrecciati a indicare la terra – luogo dove ogni storia si decide – e il regno da cui piove la luce delle membra, delle ali; il vicolo di Napoli dove tutto accade, i piedi del cadavere condotto a sepoltura, Cimone allattato in prigione dalla figlia Pero, san Martino che veste il povero e risana il malato, Sansone che beve a garganella dalla mascella d’asino, san Giacomo di Compostela, cui qualcuno offre un ricovero. Tutto in un punto, come se l’amore potesse esistere soltanto intero e non nella finzione del compartimento stagno, nella buona azione quotidiana incorniciata dall’odio distillato in porzioni d’ipocrisia politically correct. No, unicamente nel miscuglio terribile di terra e cielo, tenebra e luce, dramma e riscatto, si può trovare, anzi toccare, o addirittura stringere in un abbraccio quasi carnale Dio.

Destini

Il coltello non lascia ben sperare. Neanche la tensione fisica, che raggiunge l’acme nel momento in cui la scena è immortalata. Il braccio sinistro del furfante giovane, gli sguardi concentrati – in contrasto con l’atteggiamento rilassato della vittima -, la mano che pesca la carta clandestina, i guanti rotti del truffatore adulto, tutto concorre a creare un campo di forze teso e soffocante, ma in qualche modo comico, per l’ingenuità del pollo di turno da spennare e la sfrontatezza dei ribaldi, eloquente fin nei colori sgargianti dei vestiti, contrapposti all’abito sobrio della preda. Il quadro comunica a cerchi concentrici, progredisce sotto lo sguardo del fruitore, diventa simbolo di una società fondata sull’impostura e sul raggiro, dove le possibilità si riducono a due: ingannare o essere ingannati. C’è sempre chi confonde le carte, mentre l’altro è convinto che sia tutto regolare. E se scoprisse qualcosa, c’è il coltello a ricordargli quali carte siano destinate a vincere comunque.

Chiamato in causa

Molti misteri nella figura mitologica di un giovane bello e un poco ambiguo, immerso nei doni di una natura pingue e generosa, eco di lascivia o di benessere, foriero di riti insidiosi per l’ordine sociale, al punto da essere proibiti con una legge ad hoc. Eppure l’autore sembra interessato ad altro, e il critico avveduto se ne accorge: scopre il ritratto inghiottito nell’ombra o addirittura nell’ampolla di vino nell’angolo a sinistra, perché qualunque senso l’opera voglia predicare, fosse anche un simbolo del Cristo che offre il calice di un’esistenza eterna, occorre che l’uomo si senta interpellato, partecipi alla scena, sia chiamato in causa dalla vita trasfusa perfino dal giovane bello e un poco ambiguo, al confine tra il vizio e la virtù, la perdizione e la salvezza.

Setaccio

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Due cene diverse: la prima ricca, piena di colori, con un Gesù nel pieno delle forze e i discepoli grondanti di stupore esibito. E’ la cena della giovinezza, delle speranze integre, la potenza senza freni di una vitalità atletica, nutrita, prosperosa. L’altra è la cena della sofferenza, dello sguardo corrucciato, del dolore protratto diventato ruga, smorfia, tensione di ogni muscolo impegnato in una resistenza indomita. Continua a leggere→

Attraverso lo specchio 2

Un’occhiata casuale nello specchio: di chi sarà quel volto così bello? Per la prima volta s’innamora, dopo aver respinto con disprezzo qualsiasi pretendente. Nessuno è alla sua altezza, la perfezione è irraggiungibile, niente difetti, solo pregi superbi da non corrompere col volgo. Ma ora quel volto, quell’immagine: Narciso è immobile, non può staccarsi dal fascino violento del richiamo. Sente di non vivere più, se non giunge a possedere l’oggetto dei suoi sogni. La vita si consuma pensando a sé, dimenticando il mondo; muore d’inedia, perché invece è per il mondo, per consegnarsi all’altro, non a un’immagine riflessa nello specchio; l’io si consegna all’io, marcisce nella sua prigione, ora per ora.

Sviste

La fine è quella, in ogni caso: il carnefice può essere il nemico, colui che lotta per la sua misera porzione di potere; oppure l’istituzione che ti schiaccia, ignara delle dinamiche reali di una vita al limite delle forze umane; o l’amico ingelosito che ti si rivolta contro perché gli hai dato meno spazio pastorale rispetto a un terzo incomodo; o il male che colpisce a tradimento, un infarto o un ictus, conseguenze di uno stress che non perdona. L’unica certezza resti tu, a terra, la mano pronta a cogliere una palma che l’angelo ti porge, simbolo di vittoria che dà punti solo nella competizione esangue della gente che fu. Gli astanti reagiscono in modo diverso, come sempre: eppure, in questo caso, sono abbastanza concordi nell’orrore. Nel momento della morte sono disposti a riconoscere i tuoi pregi, tanto i difetti non possono più nuocere. C’è persino l’autore del quadro, sullo sfondo: si legge una sorta di rammarico nel dover documentare l’ennesima ingiustizia, l’ennesimo errore della storia.

Attraverso lo specchio

Lei, poveretta, c’entra poco: fu Atena ad arrabbiarsi, al punto da trasformarla in un orribile mostro capace di trasformare in pietra chiunque la guardasse. Un simbolo attuale e variamente utilizzabile. Si potrebbe interpretare, per esempio, nel senso che la gente in preda al raptus sia trasformata da una forza che sfugge al controllo abituale. Giustificabile, dunque, in quanto la responsabile sarebbe Atena, o Satan, o Seth, a seconda di gusti, culture e prospettive. Continua a leggere→

Lectio

Concentrato, molto concentrato. La penna d’oca nella mano destra è pronta a intervenire; la sinistra tiene il segno: la Bibbia è fatta di rimandi, di echi, di allusioni. La lectio divina è un viaggio tra sponde sempre rinnovate eppure unite da un filo d’oro che balena a tratti, fenomeno carsico di significati scoperti all’improvviso, dalla mente vigilante: concentrato, molto concentrato. La penna d’oca nella mano destra batte sul libro, danza, per propiziare la rivelazione: i muscoli magri sono tesi, pronti a intervenire, a ritrarsi di scatto per annotare il versetto gravido di risonanze e analogie. Continua a leggere→

Il dito

Tommaso, detto Didimo – ossia gemello, perché aveva scelto di seguire Gesù nel viaggio verso la città che uccide i suoi profeti – si interrogò seriamente sul cammino indicato dal maestro: Signore, non sappiamo dove vai, come possiamo conoscere la via? La risposta è nota: Io sono la via, la verità e la vita. Lo sbocco era stato la via crucis: un completo fallimento. Vale la pena intraprendere una strada che si conclude così ingloriosamente? Tommaso vuole avere una risposta. Continua a leggere→

Un Dio diverso

Una volta il primo maggio si andava in pineta: celebravo la messa e raggiungevo i ragazzi che giocavano a calcio fino a sfinirsi. Per un po’ l’ho fatto anch’io; poi, giravo tra i gruppetti che suonavano, mangiavano e si sfidavano a carte. Era un rito che celebravo con più fatica dell’eucaristia: avrei voluto fermarmi, ritrovarmi nel silenzio di una Roma deserta, ricuperare il lavoro arretrato e raccogliere le idee, sottraendole alla frenesia del quotidiano. Continua a leggere→

Uomo

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Un caro amico mi ha chiesto per quale motivo il mondo non sia cambiato in seguito all’incarnazione storica di Dio. Se fosse rimasto confinato nella trascendenza, avremmo potuto credere per fede, mettendo a tacere la ragione. Ma se interviene, partecipa del cosmo, com’è possibile che tutto resti come prima? Una bella domanda. Ho letto la mail alla fine di un estenuante giro di benedizioni delle case, l’attività che più di altre è capace di stroncarmi: perché tocco con mano l’insufficienza della chiesa, la sua incapacità di raggiungere gli angoli più oscuri, non solo del quartiere, ma anche dell’anima nascosta dei fedeli. Continua a leggere→

Symballo, diaballo

Chi non ricorda il primo bacio? Due mondi che diventano uno, l’estasi di una distanza annullata, una barriera vinta. Il bacio è un simbolo: del varcare la soglia, dello spingersi al di là, per ritrovarsi. Il bacio è vita, due poli si toccano per produrre una scintilla, un movimento. Il piacere legato alla fecondità, l’esorcismo di ogni divisione, di ogni morte, come tragica separazione da ogni altro. Continua a leggere→

Prime comunioni

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Stavo male, ma è un fatto secondario. In sacrestia, un attacco di tosse senza fine.
– Dobbiamo fare il giro della chiesa, in processione?
– Sì, come sempre.
Bene, penso, così mi rovino un altro po’. Scivoliamo silenziosi sul retro all’altare, i parenti sono già schierati, a modo loro elegantissimi. Sorridono quando li guardo, c’è una corrente positiva. Magari non sono praticanti, per qualcuno saranno indegni di stare ai primi banchi. Non certo per me. I bambini sono in fila per due, col giglio in mano. Parlano tra loro, emozionati. Mi vedono e lanciano un grido: don Fabrizio! Li accarezzo, con un gesto leggero e fugace, non si sa mai, di questi tempi. E’ ora, la processione può partire. Sul piazzale, altri parenti sorridenti: meno praticanti dei primi, perché nemmeno mi salutano. Continua a leggere→

Quella abbagliante

Il cavallo e il vecchio sembrano turbati. Anzi, lo sono certamente. Lo zoccolo alzato si ritrae, l’uomo aggrotta la fronte, non sa come reagire. E’ il mondo delle azioni ripetute, uguali a se stesse, solide, nella loro meccanica certezza. Il cavallo è fatto per viaggiare, il vecchio stalliere per servire. La paga e il fieno bastano e avanzano, come ricompensa. L’animale, a dire il vero,  non dovrebbe esserci, nei resoconti non se ne fa menzione. Allora non sarebbe un’ovvietà, ma uno scarto dalla norma. Il cavallo è la ricchezza, i beni del mondo, l’autosufficienza. Continua a leggere→

Mi sembra bello (benedizione delle case)

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Quattrocento, seicento, cinquecentocinquanta. Do i numeri: delle pensioni, dei pagamenti che esauriscono il mensile in una volta sola, delle persone più o meno sorridenti, più o meno cordiali, sempre gentili, dignitose. C’è il romano di sette generazioni a cui non funzionano le gambe e vive in casa facendo lavori di falegnameria. Gli domando:
– Cosa vogliamo chiedere?
Mi squadra come fossi un marziano:
– E che dovrei chiedere? Io c’ho tutto.
La signora, che mi accompagna nel palazzo popolare, gli fa un sorriso accattivante:
– Dài, ci sarà pure qualcosa che desideri.
– Preghiamo per le gambe, azzardo io.
– E vabbe’, preghiamo per le gambe, tanto non cambia niente. Continua a leggere→

Tosse

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Ho una specie di tosse convulsa, che non passa con niente. Ho seguito consigli vari su sciroppi e una certa salicina, che non so a cosa serva. Ieri sera mi sono deciso finalmente a stare in casa. Vado per chiudere il cancello, ma c’è qualcosa di strano: una luce lampeggiante sulla strada di fronte alla Parrocchia. Che faccio? Rischio o torno indietro? Il furgoncino della polizia municipale è parcheggiato vicino a un auto grigia, col parabrezza rotto. Tre agenti, due uomini e una donna, stanno parlando con altrettanti giovani, dalle facce stralunate. Mi scappa la domanda:
Cosa è successo?
– E’ stato investito un uomo ubriaco, fa il vigile più grosso. Continua a leggere→

Sembra facile

Sembra facile scrivere un vangelo. Prima di tutto, devi metterti comodo: va bene anche una sedia in legno lavorato, a braccioli e senza schienale. Un po’ di traverso, col quadernone sulla coscia sinistra, accavallata sulla destra. Una penna d’oca, anche se logora, è più che sufficiente. Ti concentri, aggrotti la fronte per lo sforzo, cominci a buttare giù come ti viene: Gesù Nazareno nacque a Bethlehem… No, così è contraddittorio. Riproviamo: Gesù, che sarebbe stato chiamato il Nazareno, nacque nella città di Bethlehem… Non si parte in maniera contorta, il lettore si scoraggia facilmente. Forse così: Gesù nacque a Bethlehem, ma la famiglia si recò presto a Nazaret, dopo la morte di Erode, che costrinse i genitori a fuggire in Egitto… Mi pare vada meglio, ma non convince ancora. Continua a leggere→

Di là

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All’inizio è il silenzio. Non sai bene quando partirà. Poi, all’improvviso, senti i violini e l’arpa. Non sai come nasca, una musica così. Forse perché sei triste e non hai più speranze in questa vita: ne cerchi un’altra, trasfigurata da un desiderio senza sbocco, un’utopia. L’arte è utopia, un mondo che appare sulla scena, senza preavviso; sorprende, affascina, trascina. Il paradosso è che ascoltando, leggendo, guardando, si comprende che è quello il mondo vero; fino ad allora avevi vissuto a occhi chiusi e anima spenta, soffocata da bisogni e paure primordiali. Una penna, un pennello, un violino, uno scalpello sono oggetti singolari: chiavi per aprire una porta, fare un passo dentro la realtà. E’ bello per noi stare qui, disse Simon Pietro; era entrato nella nube, uscito dal nulla, assaporando il gusto del definitivo, come lo chiama il quarto evangelista. La vita eterna non esiste; esiste la vita, quella vera. La tocchi, la vedi, sei segnato per sempre. Non puoi tornare indietro né adattarti ancora allo stridore del niente. All’inizio è il silenzio. Non so in che momento l’arpa e i violini  partiranno, ma sono già di là. E’ inutile chiamarmi.

Per entrare

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Prova, rilassati: in fondo non è nulla; sempre le stesse carognate, ma tu non farci caso. Ecco, respira, più profondamente. Ora pensa di sedere in una delle prime file dell’Auditorium Parco della Musica, stai ascoltando il Carnaval di Schumann; dimentica anche i giovani teppisti che sono entrati nel campo di calcetto dal buco nella rete e bestemmiano a venti metri da te; sei sulla poltrona rossa, e Mitsuko Uchida sta pigiando sui tasti con tutta la potenza del carisma. Continua a leggere→