Archivi categoria: Gaja Cenciarelli

Sara e il sangue

cerchio_big.gif[Questo brano è tratto dal mio primo romanzo, Il cerchio, Edizioni Empiria, Roma 2003]

Si era abbassata i jeans e quello che aveva visto le aveva fatto gocciolare due lacrime che sembravano voler rimanere appese alle palpebre per sempre, a penzolare avanti e indietro. Succedeva sempre così. Piangeva ogni mese, ogni volta che il suo corpo produceva sangue.
Aveva tredici anni e la prima volta si sentì strappare ogni piccolo filo che teneva unito un muscolo all’altro. Non aveva capito lì per lì gli occhi lucidi di sua madre e un po’ si era spaventata. Fino a quel momento un pizzico d’invidia l’aveva solleticata quando si fermava a scrutare di sottecchi le sue amiche: le guardava come se fossero improvvisamente cresciute di dieci centimetri. Continua a leggere

Dove noi non siamo, un articolo di Stefano Mazzoni* su Jerry Uelsmann

untitled-1993.jpgJerry Uelsmann al Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri

L’uomo vive nella nostalgia, sospeso, quasi spezzato, tra ciò che lo circonda e ciò che ormai non è più. Si sa che con il tempo quello che è stato richiama a sé un’attenzione sempre maggiore, ma ci sono nostalgie che colpiscono anche al di fuori della propria esperienza e del proprio passato. Luoghi che non abbiamo mai visto, momenti che non abbiamo vissuto, incontri che non abbiamo fatto. Sono desideri ancestrali e sogni che si sono impressi nella nostra memoria con precisione, anche se privi di una precedente realtà concreta. Immagini effimere che ci appartengono come singoli o in quanto membri di una collettività. Figure archetipe oppure semplici sensazioni, come quella impossibile di aver un giorno volato. Frammenti della nostra immaginazione, da cui artisti visionari hanno saputo trarre le chiavi che aprono passaggi su altre realtà e altri mondi. Dove noi non siamo e non potremmo mai essere. E che proprio per questo ci incantano. Continua a leggere

Il silenzio dell’innocente, di Gaja Cenciarelli

clarice_gaja.jpg[Mi sono decisa a postare questo divertissement perché non si dica poi che scrivo sempre cose pesaaaaanti, tristi, cervellotiche (agh: qualcuno lo ha detto? Non voglio saperlo. Sì, è vero: da me me la canto e da me me la suono). Anyway: tutto quello che leggerete qui sotto è assolutamente vero. E mi è successo una settimana prima di alcune consegne importanti – la traduzione di tre romanzi che dovevo inviare di lì a sette giorni – e nel momento più convulso dell’editing di un libro che sarebbe stato pubblicato da vibrisselibri. Non so bene come io ne sia uscita viva, ma è certo che quel periodo ha segnato irrimediabilmente il mio equilibrio psichico, d’altra parte già compromesso, come chiunque mi conosca ben sa. Siate pietosi, cari lettori: sono solo una scribacchina.]

Cinquantacinque minuti di attesa al telefono la prima volta che ho tentato di parlare con il servizio assistenza della wind.
“Ma signora, è un semplicissimo disservizio”, mi ha detto l’operatrice. “In fondo sono solo due ore che non ha l’adsl”.
“SOLO due ore?” Mi si sono svelati i misteri dei raptus che portano all’omicidio. “Ma lei lo sa che io lavoro tutti i sabati e le domeniche, per non parlare dei giorni infrasettimanali, fino a mezzanotte?”
“…”
“Ma lei lo sa che io ho tre romanzi da consegnare entro il 31 gennaio? TRE, DICASI TRE, libri le cui traduzioni aspettano di essere completate?”
“…”
“Segnali il guasto all’assistenza tecnica, almeno…” (petulavo io)
“No. Ci deve richiamare, staccare tutte le spine, e telefonare dal cellulare. Altrimenti non possiamo fare i test sulla sua linea e non possiamo aprire la segnalazione di guasto”.
“ALTRI CINQUANTACINQUE MINUTI AL TELEFONO?”
“Se è fortunata saranno di meno”. Continua a leggere

Antipodi, di Gaja Cenciarelli

sscan_minicover.jpg[Questo racconto è apparso nell’antologia natalizia di vibrisselibri, liberamente scaricabile dal sito della casa editrice]

Ma sai com’è, ultimamente mi piace fraintendere.
Mi chiedo ancora se ci sia un motivo valido per cui sono qui, ora. Non capisco la sua insistenza a voler restare sola. Sono a venticinque ore di volo da casa solo perché lei non ha voluto sentire le mie ragioni.
Quando sono arrivato a Rotorua la prima cosa che mi ha colpito è stato l’odore di zolfo che permeava tutto. Ogni millimetro quadrato, ogni immagine. Persino i cigni neri che ondeggiavano vicino alle sponde del grande lago.
Orribili, appena li ho visti ho rabbrividito. Forse perché mi sembravano l’immagine dell’inerzia: si lasciavano portare dal flusso dell’acqua senza opporre resistenza.
Naturalmente sarei potuto rimanere nei paraggi, quantomeno in Europa.
Guarda che me ne vado dall’altra parte del mondo!
Quello che fai non mi riguarda più, aveva risposto lei, stringendosi nelle spalle. Mi ha rivolto la schiena e ha continuato a scrivere al computer. Se solo avessi cancellato le e-mail ricevute nelle ultime due settimane, Alice non avrebbe scoperto nulla. Avrei avuto voglia di piantare un pugno in mezzo allo schermo del computer. In effetti, però, quella che avrei desiderato mandare in frantumi era la faccia imperturbabile di Alice.
Eppure lo sapeva che erano solo avventure senza importanza. Glielo avevo detto.
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L’inizio della fiera, di Gaja Cenciarelli

allupa_allupa.jpg[Questo racconto è stato pubblicato nell’antologia Allupa Allupa. Stupore e allarme di 25 scrittori e 25 artisti visivi, a cura di Silvana Maja e Nadia Tarantini, ed edita da DeriveApprodi]

Quando M. arriva a Roma ha trent’anni e continua ad accartocciarsi su una verità acuminata che le si infilza nello stomaco e nell’utero. Roma per lei è un po’ di tutto, tutto insieme e tutto all’improvviso. M. pensava di allattare al ventre della lupa le sue paure, lo squarcio che le ha aperto in due la vita a dieci anni, e che dopo vent’anni perde ancora sangue e visceri.
M. – la cara, scura M. – pensava di nutrire la bambina che per vent’anni era stata costretta a rimanere tale. A Torino, M. aveva vissuto la sua vita, gli anni più importanti, la scuola, la morte dei genitori, la solitudine di vivere con un fratello pilota d’aereo. Un fratello con spalle e testa squadrata, e mani lunghe come tentacoli che non volevano saperne di privarsi di M.: per vigliaccheria, per amore, per sesso.
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Cenere alla cenere, di Gaja Cenciarelli

ash.jpg[Questo racconto è stato pubblicato il 14-6-2006 su Nazione Indiana, e fa parte dell’antologia Tutti giù all’inferno: Anagnina che toglie i peccati del mondo, a cura di Monica Mazzitelli ed edita da Giulio Perrone]

Fuoco. S’infuoca. Si va a fuoco. Fuoco, acqua acqua fuocherello, acquazzone, incendio. Fuoco di paglia. Fuoco fatuo
.
«Si va a fuoco». Dice la donna con le mani punteggiate da piccole chiazze marroni chiaro e l’orologio d’oro. E ciacola come a rincorrere le lancette dei secondi, come se il tempo non fosse mai abbastanza per chiarire i concetti. Li affastella, uno sull’altro, una pioggia torrenziale di affermazione del sé, la lingua come atto creativo di nonsense.
Il fuoco di fila delle sue parole.
La donna con le gambe nude fino alle cosce e le unghie smaltate di porpora risponde: «È un forno».
Lui è vecchio, di quella vecchiaia che ti divora da dentro, scarnifica le ossa e lascia solo il guscio, vuoto e raggrinzito dalla violenza del risucchio interno. Il suo esser vecchio non si può nemmeno barattare con la dolcezza, l’etereità della parola anziano. Ha una camicia di flanella a scacchi blu e verdi e delle donne non vede la faccia perché è curvo, la testa incassata tra le spalle, guarda in basso e si tira continuamente i polsini, finché i pollici non scompaiono sotto gli scacchi.
Alto è il sole a mezzogiorno, sarà cotto il bimbo al forno?
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M/Merisi: un’imperfezione sorprendente

Imperfetto.jpgSentire il freddo gelido di una frase insinuarsi sottopelle, penetrare nelle ossa. Guardarsi intorno e ritrovarsi nei boschi che punteggiano il passo della Cisa. Avvicinarsi alla finestra che si affaccia sul litorale di Sarzana, vedere il mare in lontananza e averne paura.
«[…] lo sguardo sul mare lucido e verdastro che nonostante la bella giornata sbava ancora, minaccioso, martoriando il litorale, un’onda dietro l’altra.
Merisi ha paura del mare, una sacra paura che va al di là del rispetto naturale che dice di avere. E ogni volta che si ferma a osservarlo, che sia calma piatta oppure tormenta, lo immagina che si ritira, che indietreggia su se stesso gonfiandosi nel cielo, che si arriccia in un’unica enorme verticale oscurando il sole, e l’onda gigantesca e inarrestabile che scende e travolge ogni cosa sulla terra ferma
».
Non si fatica a provare sul proprio corpo le sensazioni suscitate dalle descrizioni di un paesaggio che diventa sorprendentemente co-protagonista e familiare.
Di Merisi non si conosce il nome. È un uomo stanco, lacerato, diviso in due. Un uomo al limite, come la terra di confine che fa da sfondo alla sua storia: la Lunigiana. Un uomo che deve scegliere tra il nulla, la fine, il vuoto e un nuovo amore. Forse spera che la vita scelga per lui. O forse si lascia scegliere.
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«Neonato», terza raccolta di poesie di Kate Clanchy

poesia_04_05.jpgKate Clanchy è scozzese di Glasgow ma rifiuta l’etichetta di poetessa nazionalista. Non vuole che l’ambito della sua poesia rimanga circoscritto – o quantomeno strettamente legato – al luogo di origine. In effetti gli argomenti dei suoi versi sono i più disparati: il parto, le storie di ordinaria follia dei ragazzi che scompaiono senza tornare più a casa, l’amore, gli uomini, i traslochi, le case (quelle vecchie e quelle nuove), i viaggi. La vita quotidiana in ogni sua sfaccettatura. Kate Clanchy ha sempre dichiarato di essersi ispirata a Carol Ann Duffy – altra grandissima poetessa scozzese di lingua inglese, di cui consiglio caldamente La moglie del mondo (ne parlerò prossimamente) – Selima Hill, e Sharon Olds. Con la Duffy ha in comune una certa ironia, uno sguardo sulla vita tutto sommato benevolo seppure disincantato, un’amarezza composta ma lancinante. La Clanchy dice: «Carol Ann Duffy ha avuto un’influenza fondamentale su di me. Ammiro profondamente la sua poesia, sia le liriche più squisite che le storie così piene di energia e di forza vitale. Trovo la sua indipendenza, la sua generosità verso altre donne, e il suo convinto femminismo una grande ispirazione in questo mondo ancora così fortemente maschile».
Kate Clanchy ha pubblicato tre raccolte di poesie: la prima, Slattern, nel 1995; la seconda, Samarkand, nel 1999; la terza, Newborn, è del 2004.
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“I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti, cronista padano”: o della dolorosa finitezza delle parole

Tre giorni.jpgSe mi chiedessero di cosa parla questo libro, la mia prima risposta sarebbe: è un romanzo sul dolore. Tullio Avoledo definisce Binaghi «un rabdomante del Male». Sono d’accordo: ogni pagina dei Tre giorni è intrisa del Male cui ormai ci siamo assuefatti, di quello che ci spacciano come (nor)Male, somministrandocelo ogni giorno – un sonnifero, una panacea, un biscottino alla massa di cagnolini ammaestrati – dal tubo catodico. Eppure. Il dolore è l’altra faccia del Male, ne è la conseguenza logica, ed è inarginabile. Il dolore provocato, o il dolore provato.
Frate Remigio, il religioso che aiuta Enrico Bonetti nelle sue indagini, da bambino è stato vittima, insieme al fratello, di violenza sessuale. Con Remigio, però, la sorte è stata “benevola”: lui è riuscito a fuggire mentre suo fratello è rimasto ucciso. Ora, Frate Remigio ha il dono di percepire le voci strazianti degli innocenti violati.
«Questa cosa da giovane mi ha portato alla disperazione. Ho cercato ogni forma di ebbrezza e di stordimento, fino alla nausea, ma quelle voci ritornavano sempre, sono arrivato alle soglie del suicidio, finché Dio mi ha tratto in salvo dall’uragano e mi ha dato rifugio nell’Arca della Chiesa».
L’impossibilità del Male di essere nominato emerge dalla fede nelle scienze positiviste.
«Da ragazzino dovetti subire un autentico calvario, tra psichiatri ed esorcisti, prima che la dura verità venisse ufficialmente sancita anche da un neurologo positivista».
Ed è questo sfuggire alle definizioni razionali il vero potere del Male.
Come diceva Baudelaire, il capolavoro di Satana è convincerci che non esiste.
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Intervista a Ruggero Solmi

warhol.jpgGaja Cenciarelli (da qui in poi G.C.): Innanzi tutto ti ringrazio per aver accettato di fare due chiacchiere con me. So che non ti esprimi volentieri, se non attraverso i commenti che lasci ad alcuni post oppure nelle tue ormai notissime “Liste”. In qualche modo, tuo malgrado (oppure lo hai voluto?), in rete sei diventato un personaggio. Devo ammettere che sono stata costretta a insistere parecchio per convincerti a rispondere a queste poche domande, ma la mia curiosità (come penso quella di gran parte delle persone che ti legge) mi ha aiutato a non desistere. Da un po’ di tempo hai aperto un blog: http://solmi.wordpress.com/ che si chiama “Liste: progetto accumulatorio di impulsi verbali“. Perché hai pensato che fosse necessario avere una vetrina tutta per te? Ma soprattutto: come hai cominciato a scrivere le tue “Liste”? Cosa ti ha spinto?

Ruggero Solmi (da qui in poi R.S.): mi ha spinto la ricerca. volevo trovare nuovi modi di esprimermi. dopo aver frequentato la poesia e il racconto. ho capito che l’accumulazione è la salvezza dell’espressione. la letteratura è stata da tempo battuta da cinema e televisione. la narrazione è visuale. la pittura si è lanciata nel concettuale. la musica nel rumore. la parola scritta nell’accumulazione.

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Passeggiata veneziana

jerry_uelsmann.jpg[Questo racconto è stato pubblicato su Sinestetica il 19 febbraio 2007. Mi è stato ispirato dalla fotografia di Jerry Uelsmann che vedete qui a fianco – sì, sono monomaniaca, lo so: prima la Atwood, poi Uelsmann… E non posso trascurare di ringraziare il mio amico fraterno, nonché redattore e vice capo ufficio stampa di vibrisselibri, oltre che esperto d’arte moderna Stefano Mazzoni, grazie al quale ho scoperto il genio di Uelsmann. La mia guida a Venezia è stata Criscia (ossia Cristina), altra preziosa redattrice di vibrisselibri, e per questo le sono grata.
Nota a margine: nel racconto accenno spesso ad alcune mie difficoltà di deambulazione: cinque anni fa mi sono fratturata la gamba in tre punti ed evidentemente, quando fa molto freddo o è molto umido, il mio amato arto sinistro ne risente ancora. A dir la verità, quel giorno il dolore era davvero paralizzante. Se ci ripenso, rimango ancora sorpresa dalla mia resistenza e dal fatto di esser riuscita a camminare per ore senza desistere.]

La prima cosa che mi ha tolto il fiato è stata l’acqua. Come se il palazzo galleggiasse.
Cristina ha sorriso guardando il mio stupore. L’ho sentita scrollare la testa dentro di sé, divertita come davanti a un cucciolo testardo che tenta di acchiapparsi la coda.
Mi sono risvegliata dall’ipnosi, l’ho seguita, ho osservato il suo passo deciso, eppure lieve, l’effervescenza del suo sguardo ancor più brillante perché screziato da una vena di serietà. Le sono andata dietro con la certezza di non avere occhi abbastanza grandi per assorbire e trattenere. La mia imperfezione mi ha scosso. Lei cammina e sa dove stiamo andando, sa cosa vuole mostrarmi, sa cosa vedrò, e io d’un tratto mi sento fluttuare senza meta.
Portata e Incompleta.
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“Marsh Languages” e “Cressida to Troilus: A Gift”, di Margaret Atwood

657casabruciatathumbnailjpg.jpgAltre due poesie tratte dalla raccolta – pubblicata da Le LettereMattino nella casa bruciata, la cui traduzione è a cura di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti.
La smetterò, prima o poi. Cercherò di controllarmi. Cercherò di non invadere questo blog con la mia passione per la Atwood, per i suoi scritti. Cercherò di non parlare più diffusamente del Racconto dell’Ancella, di quando e del perché lo lessi, di quali libri metabolizzai insieme a quello, del fatto che – all’improvviso – quegli stessi libri si sono materializzati davanti a me per tutt’altro motivo che un esame universitario. [Mi sono chiesta perché. Che strano. Sarà forse che, a volte, si ha bisogno di rientrare un poco dentro noi stessi e ricercare le parole che hanno scacciato, anche solo per un attimo, anche su un solo centimetro di superficie della coscienza, la nebbia rassicurante del non-sapere].
Sì, insomma, la smetterò. [Forse].

La prima poesia, Lingue di palude, è percorsa da un argomento a me molto caro. Una poesia in cui le lingue, nell’accezione di idioma, perdono la loro connotazione “astratta” di linguaggio, per diventare sempre più lingua che si muove nella bocca, tra i denti, sul palato. Una lingua che è, disperatamente, anche negazione.
E la seconda, Cressida a Troilo: un dono, è di nuovo la Atwood del corpo.
In realtà queste due poesie – e con esse, l’intera raccolta – sono molto di più di quanto ho appena scritto.
Mi piacerebbe sapere che tipo di sensazioni, che genere di riflessioni suscitano in voi, che le leggerete.
Solitamente, quando un luogo per me è particolarmente importante, lo definisco “luogo dell’anima”. La Atwood, per me, è più di una scrittrice dell’anima.
È il corpo che si fa parola. In lei, nella sua prosa e nella sua poesia.

[Nota a margine: in parte è in onore di Margaret Atwood che la protagonista del mio romanzo si chiama Margherita. L’altro motivo è che uno dei libri-pilastro della mia vita (oltre al Racconto dell’ancella) è “Il Maestro e Margherita”.]

Marsh Languages

The dark soft languages are being silenced:
Mothertongue Mothertongue Mothertongue
falling one by one back into the moon

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Aghi sul corpo di un’angela – Parte II

aghi.jpg[Questo racconto sul tema del mobbing è stato scritto per il progetto Farelibri cui sono stata invitata a partecipare lo scorso aprile. Gli altri autori coinvolti sono: Remo Bassini, Saverio Fattori, Giulia Fazzi, Herzog (Flaviano Fillo), Sergio Kraisky, Yari Selvetella, Chiara Valerio. Divido la pubblicazione in due parti, data la lunghezza.
A sinistra: particolare di una foto di Jerry Uelsmann.]

E la sua malattia le faceva venire in mente un vortice, una corrente che tutto risucchiava, una confusione di forme e colori in cui nulla aveva una forma definita, niente emergeva come certo, come chiaramente identificabile.
«È una creatura spregevole. Come fai a resistere? Almeno rispondile! – l’aveva rimproverata la sua collega – Dimostrale che non ti fai mettere i piedi in testa, che anche tu hai carattere!».
Ma quel poco di carattere che le era rimasto le serviva per tranquillizzare sua figlia, per aiutarla a fare i compiti, per darle da mangiare. Non rispondeva mai a certi commenti della sua collega (nella sua mente le decine di donne che si erano avvicendate erano diventate una sola). Continuava a digitare sulla tastiera, facendo di tanto in tanto sì con la testa.
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Aghi sul corpo di un’angela – Parte I

aghi.jpg[Questo racconto sul tema del mobbing è stato scritto per il progetto Farelibri cui sono stata invitata a partecipare lo scorso aprile. Gli altri autori coinvolti sono: Remo Bassini, Saverio Fattori, Giulia Fazzi, Herzog (Flaviano Fillo), Sergio Kraisky, Yari Selvetella, Chiara Valerio. Divido la pubblicazione in due parti, data la lunghezza.
A sinistra: particolare di una foto di Jerry Uelsmann.]

Lo studio era di un bianco ghiaccio che travolgeva gli occhi e annientava la vista.
Tutto era bianco. Anche il pavimento. Anche le scrivanie.

La Mugghiani diceva che il bianco «allargava. Che faceva sembrare l’ambiente più grande, più pulito. Che la gente si sarebbe sentita a proprio agio. Perciò aveva fatto ridipingere tutto e buttato via le sedie e i divani beige che sembravano parte della tappezzeria. Appena arrivata aveva chiamato l’architetto: “Non importa quanto mi costerà, io pago cash. E la voglio qui, domattina all’alba”.

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Mattino nella casa bruciata, di Margaret Atwood

657casabruciata.JPGCi sono scrittrici e scrittori che amo visceralmente. Il che significa che leggerli mi provoca geyser non solo mentali o spirituali, ma anche fisici. Il che significa che quando leggo i loro libri mi muovo, cambio spesso posizione (leggo di frequente a letto o seduta davanti al mio Mac), mi alzo, parlo con me stessa a voce alta davanti allo specchio, prendo appunti.
Una delle scrittrici alla quale il mio corpo e tutte le sue membra rispondono come un sol uomo è Margaret Atwood, canadese, classe 1939. Autrice di un romanzo che metterei ai primi posti della mia personale classifica della letteratura distopica, insieme a Mondo nuovo di Aldous Huxley e a I figli degli uomini di P.D. James, ossia: Il racconto dell’ancella.
Qualche tempo fa una rivista letteraria con cui collaboro, Leggendaria, aveva chiesto alle redattrici e ai lettori quale fosse (ammesso che esistesse) il libro che aveva cambiato la loro vita e perché. Io ho risposto, per l’appunto, Il racconto dell’ancella.
Perché quel racconto è la storia di un corpo moribondo che si aggrappa alla vita con tutte le sue forze. E la spunta, contro ogni probabilità, pur continuando a vivere nel dolore, pur rendendosi conto che quella è solo una pallida imitazione della vita.
Dal 1992, anno in cui mi sono imbattuta nell’atwoodiana Ancella, ho fagocitato quasi tutti i libri della Grande Canadese: La donna da mangiare, Occhio di gatto, L’altra Grace, La donna che rubava i mariti, L’assassino cieco, L’ultimo degli uomini.
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Roma-Napoli 4-3. Anzi, no.

Ar Maggìco, che, come me, nun se l’è potuta véde.

 

the-female-thing.jpgChe fosse saltato il digitale terrestre appena iniziata la partita l’ho capito dall’urlo belluino lanciato da mio padre nell’altra stanza. Mentre Laura Kipnis mi stava erudendo sulle molestie sessuali nei college americani, la tessera ha “smesso” di essere attiva.
2’ del primo tempo: gol di Lavezzi.
Mio padre spegne anche la radio. Guardo il libro della Kipnis nella speranza che possa rivelarmi qualcosa di più sugli abusi di cui Harold Bloom si sarebbe reso responsabile a Yale. La Kipnis è una mia vecchia conoscenza, è quasi una di famiglia, per me. Il suo primo libro – Contro l’amore – pubblicato in italiano è stato il primo libro che ho tradotto per Einaudi.
Squilla il cellulare: è Cletus. Mentre con una mano tengo la cornetta, con l’altra digito il messaggio: “Non posso rispondere, ora. Sono al telefono con i loschi figuri del digitale terrestre”.
Cletus, paziente come al solito, mi aspetta. Non per niente mi ha dedicato un post: Gaja, o dell’attesa.
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La festa alla donna

anagnina.jpg[Questo mio racconto fa parte, insieme a un altro dal titolo Cenere alla cenere, della raccolta Tutti giù all’inferno. Anagnina che toglie i peccati del mondo, a cura di Monica Mazzitelli e pubblicato da Giulio Perrone Editore. Il volume in formato pdf è interamente scaricabile da internet cliccando qui.]

A casa della nonna? E chi ci sarà?
Si era chiesta Amina la prima volta che aveva preso la metropolitana.
Malgrado gli sguardi freddi di alcuni viaggiatori, incuranti del caldo africano, era percorsa dall’eccitazione. Ai suoi occhi quella carrozza così variopinta somigliava a una sorta di casa di Barbie appena tolta dalla scatola, dai colori accesi e profumata di nuovo. Quando era scesa, al caleidoscopio di luci plastificate si era sostituito il buio di una notte di agosto, un panno nero calato sul cielo, e chissà – si era domandata Amina – se la sua neritudine si sarebbe potuta confondere in quel buio. Chissà – si era domandata Amina – se al buio, magari in una vita parallela, sotterranea, tutti avrebbero avuto lo stesso colore. Tutti sarebbero sembrati neri. Continua a leggere

«Deforme», un racconto di Federico Miozzi

Ursula Barilli[Federico Miozzi è medico specializzando in radiologia. L’immagine a sinistra è di Ursula Barilli]

È una lotta all’ultimo sangue tra me e lei. Eleonora Nocca, la ritardata della scuola, corre goffamente vicino al cordolo della pista di atletica, ondeggia il corpo massiccio sui piedi storti. La raggiungo con una mano sul fianco che mi punge a ogni respiro e la imploro: “Non voglio arrivare ultimo, dai…”
Eleonora Nocca si volta a guardarmi, non crede al mio tono benevolo, è troppo abituata ad essere disprezzata. “Dai! C’è mio padre che mi guarda!” aggiungo con stizza. Se non riesco ad evitare l’umiliazione con le buone dovrò farlo con le cattive. “Se mi fai arrivare davanti a te, ti faccio un regalo”. Eleonora mi è davanti agli ottocento metri e sghignazza come un cartone animato. Continua a leggere

Romanzo #3: un estratto

k-selfjpg.jpg[Questo è il secondo estratto del mio romanzo in fieri. Il primo è apparso su Sinestetica lo scorso 27 settembre]

Sono le otto e mezzo di sera. Nel momento in cui l’uomo con la camica a scacchi si accascia su una panchina del Parco Valentino con la testa tra le mani, Pietro accende i bastoncini d’incenso e torna a sedersi.
Lucia e Antonia sono sedute sul divano, Pietro, Alex e Maurizio su tre sedie di legno pieghevoli. Barbara è a gambe incrociate, sul pavimento, vicino a Lucia e Antonia. Il tappeto etnico è arrotolato, quattro assi sono state staccate dal pavimento. All’interno di quella cassaforte artigianale ci sono due FNA, una TZ 45, una Beretta M12, una Smith&Wesson calibro 9 parabellum e una Beretta 52 calibro 7,65.
Antonia prova di nuovo quella sensazione di calore che l’ha invasa la prima volta che ha visto da vicino un’arma. Più ancora che la forma, ciò che le appaga i sensi, gli occhi, la mente è la sensazione tattile che ne ricava. Mentre Alex, Lucia, Maurizio, Pietro e Barbara stanno mettendosi d’accordo sui turni per i pedinamenti e non fanno caso a lei, Antonia ha l’impressione che le luci sfumate dell’appartamento in stile etnico sommate al profumo d’incenso le annebbino i pensieri e, istintivamente, si aggrappa al metallo per rimanere ancorata alla realtà. Un oggetto che va dritto allo scopo, una creatura senza fronzoli, che ha capito tutto, cosa deve e non deve fare e perché. Antonia accarezza di nuovo il calcio del FNA, passa voluttuosamente l’indice sulla canna, se lo avvicina agli occhi, ne segue le linee decise e dentro le si accende una specie di armonia, una musica privata. Continua a leggere

Fine e traguardo

artwork_images_138991_169011_jerry-uelsmann.jpg[E non ti accorgi di aver camminato finché non comprendi di essere arrivata (alla fine o al traguardo che, in taluni casi, coincidono).
Perché è questo che succede in sogno: ti muovi, ti avvicini a qualcosa – una rivelazione, un evento, una gioia, un’angoscia – e non te ne rendi conto finché non lo tocchi.]

Fuori, nella realtà, è un’alba estiva, di quelle inopportune perché arrivano sempre con troppo fulgore, e tutte in una volta. E accecano gli occhi, pur se protetti dalle palpebre chiuse.

Io ho camminato fino allo stremo e lo capisco perché il piacere gridato dal mio corpo a riposo, fermo da pochi istanti, è inequivocabile. Che io sia sospesa o meno non mi è chiaro e non importa: ciò che conta è che le mie membra si stiano sciogliendo in una sorta di pianto liberatorio. Continua a leggere