Archivi categoria: Gaja Cenciarelli

Nel cerchio

cerchio_big.gif[Questo brano è stato tratto dal mio primo romanzo, Il cerchio, pubblicato nel 2003 dalle Edizioni Empirìa]

Quel giorno di un paio di settimane fa, lo stesso giorno in cui mi toccò pranzare cibandomi di un uovo senza senso, uscendo di casa, la mattina, mi resi subito conto che, per sopravvivere a quella giornata, avrei dovuto fingere un sacco di cose.
L’imperturbabilità, per esempio. Di fronte ai trenta gradi delle otto di mattina. Sapevo che se non avessi ammesso che faceva caldo, probabilmente quel caldo non l’avrei neanche sentito. Se non se ne parla, non è successo.
Una puntura di dolore, all’improvviso, aveva allargato il suo raggio d’azione, come disegnando cerchi concentrici nella mia testa. Finsi di non accorgermene. Il controllo è tutto, santiddio.
Arrivai in ufficio e notai l’assenza di Valentina e Sabrina. Finsi di non rallegrarmene, ché la stanza della Ria era aperta e avrebbe potuto vedermi.
L’aria condizionata cominciò ad insinuarsi tra le fibre del lino, aggrappandosi alle gambe e poi alle cosce, raggiungendo il ventre e attorcigliandolo, piroettò dentro le maniche della giacca gessata, dietro al collo, serpeggiando giù, fino alla schiena.
Decisi di adottare la stessa strategia che avevo usato con il caldo. Finsi che non stesse succedendo. Se non se ne parla, non è successo. Se non lo si comprime dentro due o tre parole, all’interno di una frase di senso compiuto, non esiste. Continua a leggere

Luciano Bianciardi su Bruno Tasso: «Tradurre è un mestiere micidiale».

bianciardi.jpg«Vedi, forse tu non sai chi fosse Bruno Tasso. Era un mio amico, faceva lo stesso mio mestiere, il traduttore, e si ammazzò poco tempo dopo l’uscita de La vita agra».
«Perché?»
«Qualcuno dice che si ammazzò perché era alcolizzato o perché non andava d’accordo con la moglie o perché Garzanti l’aveva licenziato, ma non basta questo a spiegare le cose. La ragione vera è che faceva quel mestiere e ne era ossessionato fino al punto di decidere di farla finita. Perché, vedi, non tutti se ne rendono conto, ma tradurre è un mestiere micidiale che ti costringe ore e ore attaccato alla macchina da scrivere a cercare parole che poi tu presti ad altri. E spesso sono parole prestate a persone e a libri inutili e questo a poco a poco logora e uccide».

Questo stralcio di intervista a Luciano Bianciardi è andato in onda all’interno della puntata di Blob di venerdì 31 agosto 2007.
Non mi pare ci sia altro da aggiungere, se non che quando ho visto questo filmato ho sentito il classico nodo in gola e nessuna voglia di parlare. Credo che la verità, talvolta, tolga le parole. Continua a leggere

Privato

images.jpgNon c’è nessuno per la strada, ed è strano, visto che è un sabato sera d’estate. Non ci sono nemmeno macchine parcheggiate. Non c’è né il chiarore dei fari, né il rumore del traffico in lontananza. Tutto appare immoto e lineare, semplice da assorbire con gli occhi e le orecchie, e spaventoso.
I lampioni alti spuntano, dritti, dalle siepi di bouganvillee e lo seguono mentre percorre fino in fondo il viale che lo porterà a casa di Barbara. Gli sembra strano, tutto questo vuoto, tutto questo concentrato di assenze.
Aveva fatto un sogno del genere, qualche notte prima. Un sogno che era rimasto a circolare nelle sue vene e dal quale non era riuscito a disintossicarsi.
Non ricorda, non è certo che Barbara lo abbia invitato a unirsi a loro, ma lui ci va lo stesso: conosce tutti da vent’anni, è il tassello mancante.
Di una semplicità intonsa e spaventosa, gli pare quel tragitto. Vorrebbe evitare di toccare l’asfalto perché il tic-tac delle scarpe sul selciato è una specie di macchia.
Mentre cammina si vergogna. Si sente osservato, denudato, deriso.
Invece, nessuno lo vede. Non c’è nessuno per la strada.
Stranamente quella paralisi rende irriconoscibile un tragitto che di solito potrebbe fare anche a occhi chiusi.
Sono anni che non vede Barbara e gli altri. L’idea di affrontare il Cambiamento nei loro visi e nei loro corpi lo sbalestra ma prosegue.
Non ha portato niente con sé, nemmeno una bottiglia di vino, o un dessert. Spera che lo accolgano senza considerarlo uno sfacciato, minimizzando su – o ignorando – questa sua mancanza.

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Mi piaci, ma ho paura.

pensavopeggio.jpgLei – non chiama, ma è normale. Io lo spavento.
L’amica – probabilmente ha capito che sei tosta, e questo gli fa paura.
Lei – è sempre passato da una donna all’altra senza farsi scrupoli, non credo sia preparato all’Amore.
L’amica – probabilmente gli mancano gli strumenti emotivi per rapportarsi a te, per capire quello che è successo tra voi, ed è bloccato.
Lei – già, paralizzato alla sola idea di poter essere felice.
L’amica – sì, di abituarsi a te e poi perderti…
Lei – ma non mi perderà mai…
L’amica – infatti, chiamalo e diglielo subito.
Lei – magari dopo le dieci, ora starà guardando la partita…
L’amica – vuoi che continui a usare il calcio come scusa per privarsi di te e di quello che rappresenti? Continua a leggere

Leonard Cohen#2: Suzanne & De André

Cohen.jpgSuzanne (in Songs of Leonard Cohen, 1967)

Suzanne takes you down to her place near the river
You can hear the boats go by
You can spend the night beside her
And you know that she’s half crazy
But that’s why you want to be there
And she feeds you tea and oranges
That come all the way from China
And just when you mean to tell her
That you have no love to give her
Then she gets you on her wavelength
And she lets the river answer
That you’ve always been her lover
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Leonard Cohen#1: Take This Waltz (Pequeño Vals Vienés)

2-1.jpgTake This Waltz (Leonard Cohen, I’m Your Man, 1988).
Traduzione inglese di Pequeño Vals Vienés di Federico García Lorca.

Now in Vienna there’s ten pretty women
There’s a shoulder where death comes to cry.
There’s a lobby with nine hundred windows.
There’s a tree where the doves go to die.
There’s a piece that was torn from the morning,
and it hangs in the Gallery of Frost –
Ay, ay, ay, ay
Take this waltz, take this waltz,
take this waltz with the clamp on its jaws. Continua a leggere

Tuttaviéno o nondivìa

gaja_simpson.pngC’è una parola, in particolare, che da qualche giorno mi risuona nella mente.
Una congiunzione che ha valore avversativo, che introduce un contrasto, un’opposizione.
Non un aggettivo – che, incastonato al posto giusto e al momento più opportuno, può dar sapore a un periodo e disegnare una gamma di eloquentissime sfumature [mi piacciono gli aggettivi, devo impormi di non pescare a piene mani dai miei preferiti, quando scrivo] – e nemmeno un avverbio [i suffissi in –mente appesantiscono troppo il periodo, mi diceva uno degli editori per cui ho lavorato e per il quale ho tradotto Black Juice, sorprendente raccolta di racconti di Margo Lanagan].
Una congiunzione. Una misera congiunzione [da qui in avanti m.c.], sinonimo di “tuttavia”, o anche di “nondimeno”.
Eppure. Ebbene sì, mi piace.
Mi piace la doppia bilabiale che è quasi un’esplosione. Mi piace – da amante delle patate – quella specie di allusione finale al purè. Mi piace perché, alle mie orecchie, suona più spontanea di un tuttavia o di un nondimeno che mi ricordano uno degli editori per cui ho lavorato e che non allargava mai troppo la bocca quando parlava, quasi temesse di veder crollare il meraviglioso impianto che il chirurgo plastico gli aveva costruito sulla pelle.
Eppure è più sbarazzina, più désengagée. Continua a leggere

Passeggiata neozelandese

spiaggia1.jpgdi Gaja Cenciarelli
[questo racconto è stato pubblicato su Sinestetica il 9 marzo 2007]

Scendere non sembra difficile. Ci sono dune a perdita d’occhio che digradano fino alla spiaggia con qualche ciuffo di vegetazione qua e là. C’è l’Oceano Atlantico davanti alla riva (la sola idea scardina porte blindate che fino a qualche minuto fa ho pensato inespugnabili, piantate nel terreno della mia anima). La spiaggia mi sembra infinita, un concetto inesprimibile. Macchie marroni distese sulla sabbia (mi accorgerò solo dopo che si tratta di leoni marini).
Sono arrivata in Nuova Zelanda due giorni fa. Quando, sull’aereo, la hostess ha avvisato che stavamo per atterrare all’aeroporto di Christchurch, io avevo le cuffie alle orecchie: ascoltavo The Ghost of Tom Joad. Cantavo sommessamente e, sentendo quelle parole diffuse dalla cabina di pilotaggio, i miei occhi sono diventati liquidi.
In a cardboard box neath the underpass
Got a one-way ticket to the promised land

Al momento di scendere dall’aereo mi sono guardata intorno come se stessi lasciando una casa che mi aveva resa felice.
Grazie per aver volato con Emirates. Continua a leggere

Yeats, Gonne & Branduardi: una poesia d’amore

maudgonne.jpgDedicata a Maud Gonne, eroina della Resistenza irlandese,
di cui Yeats era follemente innamorato.
La versione originale è del 1893. La traduzione italiana è di Luisa Zappa Branduardi,
moglie di Angelo Branduardi. Ecco a cosa mi aveva fatto ripensare
il post di qualche giorno fa intitolato Cogli la prima mela di Emilia Zazza.
E, a tal proposito, segnalo questo sito: Branduardi canta Yeats.
Per un’estimatrice di Branduardi quale io sono e per l’amore che mi lega all’Irlanda, non può non essere un Luogo, sia pure virtuale, che mi suscita emozioni infinite. In altre parole, un Luogo dell’anima. Continua a leggere

Gardo Mongardo: un Ulisse dei nostri tempi

Mennidi Antonio Celano

Qualcuno ha scritto che questo libro è antilirico. Non è vero: non solo è lirico, ma pure epico; anche se è l’epica di un Ulisse, la poetica a volte un po’ cupa di un uomo solo.
Gardo Mongardo è un Odisseo lanciato ormai oltre le Colonne d’Ercole, che cambia pelle al cambiar dei contesti (ricco tra i ricchi, povero tra i poveri, umano tra gli umani, mostro con i mostri; e poi ancora clochard a Parigi, ridotto alla nuda vita in Brasile, brillante sulla Croisette di Cannes, abile giocatore, spiantato peone e molto altro ancora): un accorto flâneur che rovista e abbandona i cul-de-sac della vita brusco e disilluso. Perché, in fondo, quest’uomo ha delle regole: stordirsi e lasciarsi andare – naufragare più volte, addirittura – ma perdersi mai, ché nel suo io restano fermi alcuni punti, pochi ma forti come acciaio. Dunque deriva solo apparente (perché è la corrente della vita che porta via il recalcitrante, non il suo volontario abbandono), e invece presenza e fedeltà a se stesso, a un io che sa resistere come il migliore degli amici nei momenti peggiori. Ulisse, del resto, non era così? E l’Odissea non è ancor oggi l’accattivante sceneggiatura di un viaggio tra isole abitate da maghe ammaliatrici che tutto trasformano in sesso e in porci, ma pure di finte Venezie e autobus transamazzonici e angoli di Cuba dove ci si può imbattere in un amore intenso e brevissimo? Non è il romanzato multiverso popolato da sparuti ciclopi, da divinità umanizzate (amici o nemici, certo), da mille altri naufraghi che per la strada s’acquistano e si perdono? E questi attracchi, al tempo della globalizzazione cos’altro sono se non il mondo di un’impossibile medietà, montagne russe che possono ribaltarsi soltanto nel senso verticale delle condizioni materiali di vita, cielo e fango?
E dire che un sussulto, all’inizio, l’ho avuto, quasi un moto di indignazione: ché mi era parso – ecco, ci risiamo, mi sono detto – il solito libro del cinicone che sembra abbia tanto vissuto e invece non ha visto una mazza, e che gioca pure a far lo sbandato. Continua a leggere

Dubbi

uelsmann_symbolic_mutation.jpgdi Arturo Fabra

«È nato, pesa trechiliduecentosettantagrammi… sì… sta bene… fate con calma…ciao». Francesco chiude il cellulare. Ha ancora addosso il camice verde di carta usa e getta.
Per il primo figlio non era entrato in sala parto, ma stavolta Anna non gliel’avrebbe perdonata. Sono le tre del mattino e si sente distrutto, ma non può darlo a vedere, l’eroe della nottata è sua moglie, lui è solo un comprimario di sfondo.
Rientra in sala parto e immediatamente gli ronzano le orecchie. Il medico si è messo a ricucire Anna – santiddio, la ricuce nel vero senso della parola – servendosi di qualcosa di simile a un paio di forbici che stringono un ago curvo con tanto di filo che sale e scende nelle carni… sale e scende… come il vomito che sta per arrivare..
«Perché non viene con me al nido?» chiede una delle due ostetriche, per evitare che il neo papà si esibisca in uno svenimento davanti a tutti. Francesco coglie l’occasione e la segue, lei spinge davanti a sé l’incubatrice portatile con dentro Paolo, lui scambia un cenno di saluto con Anna ed esce. Continua a leggere

Il signor Muratti

inutile di Viviana Capurso

[Questo racconto è stato pubblicato sul numero 3 di «inutile. opuscolo letterario», liberamente scaricabile dal web. La rivista si prende una vacanza d’agosto, ma i suoi redattori stakanovisti continueranno indefessamente ad aggiornare il blog]

Così, ogni volta che mi veniva voglia di accettare una sigaretta
da chi me la offriva, mi fermavo.
E ripensavo a lui.
Frivolezza, non lo nascondo, ma la prima volta che l’avevo visto ero rimasta molto colpita dal suo aspetto fisico.
Proprio un bell’uomo, alto, molto magro, con il naso sottile e i capelli grigi. Portava occhiali di Cartier dalla montatura in oro ed era sempre in giacca e cravatta. Continua a leggere

Con le spalle rivolte alle immagini

Accattone_giugno_04di Elena Stancanelli

[Questo articolo è stato pubblicato nel giugno 2004 sulla rivista «Accattone. Cronache romane»]

Andiamo, tu e io,
Quando la sera si stende contro il cielo
Come un paziente addormentato sul lettino.
Andiamo, per certe strade mezze vuote,
bisbiglianti ricoveri
Di notti insonni in alberghi diurni a poco prezzo
E ristoranti coperti di segatura e gusci d’ostriche;
Strade che si susseguono come noiose chiacchiere
viscidamente tese
a spingerti verso domande maledette…
Oh, non chiedere «Cos’è?»
Andiamo a fare il nostro giro.
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«Impronte» poetiche gallesi

ImpronteNel 2006 e nel 2007 rispettivamente sono usciti, per i tipi della casa editrice Mobydick di Faenza, due libri dedicati alla poesia gallese contemporanea: I canali di Marte di Patrick McGuinness (un mio articolo al riguardo è comparso il 27 giugno 2006 in vibrisse, bollettino), e un’antologia intitolata Impronte, con prefazione dello stesso McGuinness. La curatrice di entrambi, Giorgia Sensi, ha al suo attivo anche La moglie del mondo di Carol Ann Duffy, Men-Uomini, Ritratti maschili nella poesia femminile contemporanea, tradotti con Andrea Sirotti; e L’adozione, di Jackie Kay, tutti e tre pubblicati da Le Lettere. Tre piccoli capolavori passati praticamente inosservati.
Ne I canali di Marte è già contenuto il concetto chiave della poesia di McGuinness: il lontano, l’altro da sé o meglio: l’altrove. Affermare che McGuinness sia gallese, o comunque che si identifichi con una sola cultura, è quantomeno azzardato. Figlio di padre irlandese e di madre belga, è cresciuto in Venezuela e lo spagnolo è stato la sua prima lingua. Successivamente ha imparato il francese e, solo a sei anni, l’inglese. La sua compagna è gallese di madrelingua gallese (è importante sottolinearlo: “naturalmente” – e perdonate l’ironia non troppo velata che trapela da questo avverbio – esistono molti gallesi di madrelingua inglese). Ora vive in Galles. Ha riflettuto a lungo sulla sua identità e sulla sua appartenenza a una nazione in particolare – il Belgio -, concludendo che essere belga significa «che non t’importa davvero se lo sei o no». Nella poesia Belgitudine il concetto di “altrove” è ben chiaro: Continua a leggere

Una casa editrice anfibia

vibrisselibri logoLo slogan di vibrisselibri è “la carta non è tutto ma aiuta”. In questa breve frase si concentrano lo spirito e l’essenza della casa editrice-agenzia letteraria concepita da un’idea di Giulio Mozzi, il 15 giugno 2006 e nata il 16 novembre dello stesso anno. vibrisselibri pubblica on line con la formula del copyleft e cerca anche un approdo cartaceo ai suoi testi, convinta com’è che il vero libro sia “di carta”. Dove finisce il lavoro della casa editrice, quindi, inizia quello dell’agenzia letteraria. Con tutte le difficoltà del caso e con la consapevolezza di essere una casa editrice anfibia.
Non a caso la collana di narrativa di vibrisselibri si chiama Sans Papier, mentre quella di saggistica, per l’appunto, Anfibi.

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