[Questo brano è stato tratto dal mio primo romanzo, Il cerchio, pubblicato nel 2003 dalle Edizioni Empirìa]
Quel giorno di un paio di settimane fa, lo stesso giorno in cui mi toccò pranzare cibandomi di un uovo senza senso, uscendo di casa, la mattina, mi resi subito conto che, per sopravvivere a quella giornata, avrei dovuto fingere un sacco di cose.
L’imperturbabilità, per esempio. Di fronte ai trenta gradi delle otto di mattina. Sapevo che se non avessi ammesso che faceva caldo, probabilmente quel caldo non l’avrei neanche sentito. Se non se ne parla, non è successo.
Una puntura di dolore, all’improvviso, aveva allargato il suo raggio d’azione, come disegnando cerchi concentrici nella mia testa. Finsi di non accorgermene. Il controllo è tutto, santiddio.
Arrivai in ufficio e notai l’assenza di Valentina e Sabrina. Finsi di non rallegrarmene, ché la stanza della Ria era aperta e avrebbe potuto vedermi.
L’aria condizionata cominciò ad insinuarsi tra le fibre del lino, aggrappandosi alle gambe e poi alle cosce, raggiungendo il ventre e attorcigliandolo, piroettò dentro le maniche della giacca gessata, dietro al collo, serpeggiando giù, fino alla schiena.
Decisi di adottare la stessa strategia che avevo usato con il caldo. Finsi che non stesse succedendo. Se non se ne parla, non è successo. Se non lo si comprime dentro due o tre parole, all’interno di una frase di senso compiuto, non esiste. Continua a leggere


Non c’è nessuno per la strada, ed è strano, visto che è un sabato sera d’estate. Non ci sono nemmeno macchine parcheggiate. Non c’è né il chiarore dei fari, né il rumore del traffico in lontananza. Tutto appare immoto e lineare, semplice da assorbire con gli occhi e le orecchie, e spaventoso.






Nel 2006 e nel 2007 rispettivamente sono usciti, per i tipi della casa editrice 